“La salute è un bene pubblico, la salute non è in vendita!”, manifestazioni in tutta Italia

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Roma, 8 aprile – Dopo la lettera-appello a difesa della sanità pubblica firmata e diffusa qualche giorno fa da 14 scienziati di grande autorevolezza capeggiati dal premio Nobel Giorgio Parisi (nella foto), ha ripreso vigore nel Paese il dibattito sulle preoccupanti condizioni del nostro sistema sanitario, culminato ieri in decine e decine di iniziative e manifestazioni in pressoché tutte le Regioni, da Nord a Sud, isole comprese, in occasione della della Giornata mondiale della Salute dell’Oms (che si celebra appunto il 7 aprile). A compendiare lo spirito della mobilitazione lo slogan La salute è un bene pubblico, la salute non è in vendita!, riecheggiatoin ogni città teatro delle manifestazioni, a partire dalle due di valenza anche nazionale tenutesi sabato 6 aprile a Roma davanti al ministero della Salute e a Milano a piazza Cairoli-Castello. Da segnalare anche la manifestazione europea tenutasi ieri a  Bruxelles, che sarà seguita oggi da una conferenza all’interno del Parlamento Europeo: entrambe le iniziative sono state organizzate da Epsu, Sindacati europei dei servizi pubblici, Phm, People Health Movement e  Rete europea – La salute non è in vendita!, rete di associazioni e gruppi europei di cui fa parte anche Medicina Democratica.

Proprio Medicina Democratica ha recitato un ruolo estremamente attivo nella mobilitazione di questi giorni, in linea con il lavoro condotto da diversi anni a questa parte per contrastare la deriva della progressiva trasformazione della tutela della salute in una merce da commercializzare, con la creazione di situazioni (emblematiche, al riguardo, le liste d’attesa interminabili e l’accorpamento e chiusura di presidi che riducono l’erogazione di servizi e prestazioni su territorio) che costringono gli utenti a rivolgersi al privato.

“In Italia, in particolare si sono determinate per il nostro Servizio sanitario nazionale pubblico condizioni estreme e difficili a causa di politiche economiche e sanitarie che stanno mettendo a rischio la sua tenuta in termini di universalità delle risposte e di gratuità nel luogo dell’erogazione dei servizi, fino ad oggi garantita grazie al finanziamento basato sulla fiscalità generale” afferma Marco Caldiroli, presidente nazionale di Medicina Democratica. “In parallelo, si sta determinando una sua privatizzazione nei fatti aumentando le diseguaglianze all’accesso dei servizi. La prevenzione viene sempre meno considerata in quanto ridurrebbe la malattia e perciò metterebbe a rischio il ‘mercato’ della salute. In questo anno di elezioni europee, vogliamo portare questi temi al centro dell’attenzione per fare in modo che il dibattito si concentri su queste tematiche di vitale importanza per tutti”.

Il tema della sanità pubblica – al di là delle vaniloquenti e spesso mendaci dichiarazioni dei politici, assolutamente incapaci fin qui di produrre il benché minimo effetto di rilancio della sanità pubblica – è destinato a diventare il banco di prova della tenuta sociale: i dati (al netto delle ciance spacciate per rassicurazioni dei governanti di turno) parlano chiaro, come messo in luce da molte analisi e dalle fonti più diverse: è in corso da tempo un arretramento di alcuni indicatori di salute, crescono le difficoltà di accesso ai percorsi di diagnosi e cura, aumentano le diseguaglianze regionali e sociali. In sintesi: c’è una profonda crisi in atto che deve essere fermata. E c’è solo un modo per farlo, come sottolineato (da ultimo) dall’appello firmato da Parisi e gli altri (che, per la cronaca, sono Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo, Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Carlo Patrono, Francesco Perrone e Paolo Vineis): intervenire per risolvere tutto quel che non va(ed è molto) sul piano organizzativo, ma soprattutto affrontare la vera emergenza, ovvero “adeguare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil)”, come si legge nell’appello appena ricordato, e farlo con la massima urgenza, perché “una sanità pubblica che funziona non solo tutela la salute, ma contribuisce anche alla coesione sociale”.
O si procede in questa direzione, o per la sanità pubblica (e quindi per la salute del Paese) non c’è futuro e potremo solo rimpiangere cosa il Ssn ha significato e ha fatto per il Paese:  basterà ricordare che dalla sua istituzione nel 1978 al 2019 il nostro servizio sanitario ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito.

Un traguardo che – se il Ssn collassa – saremo presto costretti a scordarci: i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica hanno reso fortemente sotto-finanziato il Ssn, al quale nel 2025 sarà destinato il 6,2% del Pil, percentuale inferiore a quella di vent’anni fa. “Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare gli interventi o indotti a ricorrere al privato”, si legge nell’appello firmato da Parisi e gli altri scienziati, che avvertono che  continuare così non è possibile: si finirebbe inevitabilmente  per  “precipitare” nel modello Usa, terribilmente più oneroso (spesa complessiva più che tripla rispetto all’Italia) e meno efficace (aspettativa di vita inferiore di 6 anni). Con tanti saluti al dettato dell’art. 32 della Costituzione.
“La spesa sanitaria in Italia non è in grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla salute” scrivono ancora gli scienziati, che insistono: è urgente e indispensabile un piano straordinario di finanziamento della sanità pubblica e specifiche risorse da destinare alla rimozione degli squilibri territoriali, risorse da allocare in maniera efficiente e appropriata.

Richieste non nuove (basti pensare alle reiterate analisi e sollecitazioni della Fondazione Gimbe a partire dal 2013, o ai rapporti civici di Cittadinanzattiva, solo per fare due esempi) ma non per questo meno necessarie, soprattutto se ad avanzarle sono scienziati di comprovata fama e autorevolezza internazionali e certamente non accusabili dal mondo politico di un qualche interesse di parte. In risposta all’appello degli scienziati, la premier Giorgia Meloni e l’intero governo, fanno notare come i soldi per la sanità quest’anno siano aumentati di 3 miliardi e cresceranno anche il prossimo.  E c’è chi, all’interno dell’esecutivo, non riesce a dissimulare del tutto l’irritazione per la pubblica sortita di Parisi e gli altri: “Non ci voleva certamente il parere di alcuni autorevolissimi scienziati italiani per constatare che nel nostro Paese vi sia la necessità di una importante revisione del Servizio sanitario nazionale” ha detto ad esempio il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, per poi elencare tutte le cause della situazione critica: gli anni e anni di definanziamento, modelli organizzativi non più funzionali, la pandemia, gli squilibri territoriali. Problemi enormi dei quali  il Governo Meloni è consapevole, come dimostra il fatto che abbia rimesso la salute “al centro dell’agenda politica”, appostando sul Fondo sanitario nazionale la cifra record di 134 miliardi di euro per il 2024, con un investimento di oltre 11 miliardi per il prossimo triennio. Al di là delle infinite polemiche scatenate dalle diverse “letture” di questi numeri, sulle quali non giova tornare perché quasi sempre frutto di considerazioni a dir poco capziose (da una parte e dall’altra), resta un dato abbastanza pacifico e non  contestabile: nonostante gli asseriti “maggiori finanziamenti di sempre”, se si considera il dato delle risorse assegnate alla sanità in percentuale rispetto al Pil, il livello non solo non è il più alto di sempre, ma (fa fede la Nadef) cala leggermente rispetto allo scorso anno dal 6,6% del 2023 al 6,4%o nel 2024.

Un ricordo di un passato lontano nel tempo e nello spazio (risale al 2001 e si riferisce al Regno Unito) può servire a comprendere meglio, più ancora che la situazione, la difficoltà a trovare soluzioni adeguate. In quell’anno, Tony Blair vinse le elezioni chiedendo agli inglesi più tasse per portare la spesa del National Health Service dal 5,5 per cento del Pil alla media europea del 7 per cento (per la cronaca:  dopo la vittoria che lo portò a Downing Street 10, lo fece davvero). Difficile pensare che un qualsiasi politico italiano possa ricalcarne le orme di quel controverso leader laburista: alle nostre latitudini è più facile che un capo del governo pronunci frasi come “Non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima”  (pur affrettandosi ad  aggiungere di non voler lasciare spazio ai furbi e ai condoni). E le stesse periodiche, reboanti dichiarazioni sul recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale in genere, per larghissima parte della classe politica nazionale, sono poco più che frasi che suonano bene, prive di significato ed effetti reali, ma buone per infiorettare un discorso in favore di telecamere.

È un modo per dire che un aumento della pressione fiscale finalizzato a reperire le (molte) risorse che occorrono per risanare e mantenere il nostro Ssn in Italia è fantascienza. E dunque, come se ne esce? Dove e come si trovano i soldi per mantenere in piedi quel sistema di sanità pubblica che, incontestabilmente, è la più grande conquista sociale mai realizzata nel nostro Paese? E ove mai fossero trovate e rese disponibili, ci sarebbero poi le condizioni per “risanare” un Ssn rendendolo equo ed efficiente all over Italy, colmando i drammatici divari oggi esistenti tra le Regioni del Nord e quelle del Sud, quando la prospettiva  sul tappeto è quella dell’autonomia differenziata?

The answer, my friend, is blowing in the wind, risponderebbe probabilmente Bob Dylan. Sarebbe davvero confortante se – magari stimolato dalla appassionata denuncia dei 14 scienziati – qualcuno riuscisse a comprenderla, interpretarla e metterla a terra, quella risposta: far funzionare meglio la sanità pubblica e garantire la sopravvivenza del Ssn dipende solo ed esclusivamente da questo.

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