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venerdì 23 Gennaio 2026
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Studio, paracetamolo in gravidanza, nessuna relazione con aumento di rischio di autismo

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Roma, 20 gennaio – Forse è il caso, a scanso di equivoci, di ribadire quanto emerge dalle evidenze scientifiche: il paracetamolo è considerato il farmaco antidolorifico e antipiretico di prima scelta in gravidanza ed è considerato sicuro se usato correttamente, alla dose minima efficace e per il minor tempo necessario, sotto consiglio medico, per gestire dolore e febbre, che – se non trattati – possono essere decisamente più rischiosi per il feto. Gli allarmi (a partire da quelli a dir poco sconsiderati della nuova amministrazione sanitaria USA guidata da Robert Kennedy jr) su una correlazione tra l’assunzione del farmaco durante la gravidanza e il rischio di insorgenza di autismo, di Adhd o di disabilità intellettiva sono stati puntualmente smentiti dagli studi più rigorosi, che però non sono riusciti a spazzare via le riserve sul farmaco, che purtroppo rischiano di cambiare status: non più solo spazzatura circolante sul web, ma anche ipotesi rilanciate da un governo importante come quello statunitense.

La speranza è che possa fare giustizia di questa pericolosa deriva (ma il sospetto e il timore sono che chi non vuole sentire continuerà a rimanere irragionevolmente sordo) quella che viene definita dagli esperti l’analisi delle prove scientifiche finora più rigorosa, pubblicata su The Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women’s Health  e condotta da ricercatori del City St George’s, University of London.

Non ci sono evidenze di un qualsivoglia nesso tra l’uso di paracetamolo e le malattie paventate, osservano gli autori che hanno portato a termine una revisione sistematica e una metanalisi di 43 studi esistenti per determinare se il farmaco fosse sicuro in gravidanza, in risposta alle preoccupazioni dell’opinione pubblica dopo che nel settembre 2025 l’amministrazione Usa aveva parlato dell’ipotesi che potesse aumentare il rischio di autismo nei bambini.

Affermazioni che si basavano su precedenti metanalisi, che avevano suggerito piccole associazioni tra paracetamolo in gravidanza e aumento del rischio di autismo e Adhd. Ma queste – ricordano gli esperti – si basavano spesso su studi soggetti a bias, tra cui limitazioni dovute al tipo di dati raccolti e alla mancata esplorazione del confronto tra fratelli per tenere conto della storia familiare, che viene ritenuta un’informazione fondamentale. Questa nuova review ha rilevato che gli studi più ampi e metodologicamente più rigorosi, come quelli con confronti tra fratelli, forniscono solide prove che il paracetamolo in gravidanza non causa autismo, Adhd o disabilità intellettive.

Il team ha adottato i metodi di ricerca più rigorosi e di alta qualità e ha confrontato gravidanze in cui la madre aveva assunto paracetamolo con gravidanze in cui non aveva assunto il farmaco. Gli autori affermano che i risultati suggeriscono che le associazioni precedentemente segnalate tra paracetamolo in gravidanza e autismo, Adhd o disabilità intellettive potrebbero essere dovute ad altri fattori materni, come dolore latente, fastidio, febbre o predisposizione genetica, piuttosto che a un effetto diretto del paracetamolo.

Nel dettaglio, gli autori hanno unito i dati di studi comparativi che hanno confrontato fratelli nati dalla stessa madre, in cui una gravidanza ha comportato l’esposizione al paracetamolo e l’altra no. Questo schema aiuta a tenere sotto controllo la genetica condivisa, l’ambiente familiare e le caratteristiche genitoriali a lungo termine che gli studi tradizionali non possono tenere pienamente in considerazione. Negli studi di confronto tra fratelli, i dati includevano 262.852 bambini valutati per autismo, 335.255 per Adhd e 406.681 per disabilità intellettive. Confrontandoli con le gravidanze senza esposizione al paracetamolo, è stato confermato che l’assunzione di paracetamolo in gravidanza non era correlata alle patologie in questione.

“I nostri risultati” commenta Asma Khalil (nella foto), docente di Ostetricia e Medicina materno-fetale alla City St George’s della London Universityi Londra, che ha guidato lo studio “suggeriscono che i collegamenti precedentemente segnalati sono probabilmente spiegati dalla predisposizione genetica o da altri fattori materni come la febbre o il dolore latente, piuttosto che da un effetto diretto del paracetamolo stesso. Il messaggio è chiaro: il paracetamolo rimane un’opzione sicura durante la gravidanza, se assunto secondo le istruzioni. Questo è importante, poiché è il farmaco di prima linea che raccomandiamo alle donne in gravidanza che soffrono di dolore o febbre, e quindi devono sentirsi rassicurate di avere ancora a disposizione un’opzione sicura per alleviare i sintomi”.

Tutti gli studi sono stati valutati per la loro qualità sulla base dello strumento Quality in Prognosis studies (Quips), che valuta numerosi fattori nel modo in cui la ricerca è stata condotta per determinare il rischio di bias, un altro punto di forza di questo lavoro. L’assenza di associazione tra l’assunzione di paracetamolo in gravidanza e il rischio che il bambino sviluppi autismo, Adhd o disabilità intellettive è rimasta anche negli studi considerati a basso rischio di bias (e quindi di massima qualità) e in quelli con un periodo di follow-up più lungo, superiore a 5 anni.

Un limite dello studio attuale, indicano gli autori, è che negli studi con confronti tra fratelli non è stato possibile analizzare gruppi più piccoli in base al trimestre di gravidanza in cui è stato assunto il paracetamolo, al sesso del bambino o alla frequenza con cui è stato usato il farmaco, perché i lavori esistenti che hanno riportato queste informazioni erano troppo pochi.

Nel complesso, però, concludono gli esperti, i risultati dello studio “supportano le raccomandazioni formulate dalle principali organizzazioni mediche di tutto il mondo”. I ricercatori sperano che questa revisione di riferimento “ponga fine a qualsiasi scetticismo sull’uso del paracetamolo in gravidanza”, poiché evitarlo in caso di dolore o febbre significativi “può esporre sia la madre che il bambino a rischi noti”, in particolare la febbre materna non trattata.

Difficile che un messaggio possa essere più chiaro di così: resta da vedere se, sull’altra sponda dell’Atlantico, nelle stanze dell’Hubert H. Humphrey Building a Washington D.C., sede del  Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti, c’è ancora qualcuno che sia in grado e voglia capirlo.

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