Roma, 23 gennaio – Aumenta considerevolmente la spesa sanitaria privata in Italia, e non sembra davvero essere una scelta: negli anni ’80 la quota di famiglie che spendeva privatamente per la sanità era di poco superiore alla metà del totale (50,8%), oggi sfiora i due terzi attestandosi al 70%: un risultato che desta interrogativi e preoccupazioni, in un Paese dove la copertura dei bisogni di salute della popolazione è affidata al Ssn, il sistema di salute pubblica.
Questo il primo e più rilevante dato che emerge dal 21° Rapporto Sanità del Crea, il Centro per la ricerca economica applicata in sanità (già consorzio promosso dall’università di Roma Tor Vergata e dalla Fimmg), presentato l’altro ieri nella sede del Cnel. Un dato che suona come un’eclatante conferma di come il nostro servizio sanitario pubblico proprio non riesca a garantire quei livelli di welfare sanitario che erano nelle premesse e nelle promesse della sua istituzione. Ma attenzione: il Crea sgombra subito il campo da interpretazioni non corrette di questo dato: l’84% dell’incremento del numero di famiglie soggette a spese sanitarie private si è infatti accumulato negli anni ’90, decennio nel quale la spesa pubblica è aumentata del 4,4% medio annuo (+0,8% in termini reali), mentre quella privata più del doppio (+10,7%). Dopo il 2000 la spesa pubblica e quella privata sono però cresciute allo stesso ritmo (+2,7% medio annuo, pari al +0,7%, in termini reali). Quindi, spiegano i ricercatori del Crea, “si smentisce che con il federalismo si sia generata una ‘privatizzazione’ strisciante della tutela sanitaria, che semmai si è realizzata negli anni precedenti”.
Spese sanitarie, incidenza raddoppiata nei bilanci delle famiglie
In realtà, la crescita del numero di famiglie che spendono privatamente per la sanità va in parallelo con quella della spesa pubblica: l’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci delle famiglie si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3% e toccando il 6,8% per quelle meno istruite; anche in questo caso il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6%.
Il Ssn – evidenzia il report – ha dovuto ricorrere a forme di razionamento implicito per garantire la sua sostenibilità finanziaria, che spiegano il peggioramento dei livelli di equità della tutela precedentemente richiamati. Si pone quindi il tema di valutare se un aumento della spesa (ovvero del suo finanziamento) possa essere risolutiva; ma le cifre necessarie sono difficilmente raggiungibili, se non altro perché sono molti i settori in competizione per avere maggiori allocazioni di risorse pubbliche (in primis l’istruzione, gravemente sotto-finanziata).
“Per garantire il mantenimento del Ssn è allora necessario ora un cambio di paradigma per le politiche sanitarie (e in particolare per la regolamentazione pubblica), che devono essere sempre più declinate in termini di sistema salute piuttosto che di servizio sanitario” sostiene il rapporto, lanciando in pratica un appello a un deciso cambio di rotta. “Le analisi elaborate dicono che i risultati del Ssn in termini di perseguimento dell’equità e dell’efficienza sono lontani da quanto atteso; di fatto la sostenibilità del sistema è stata resa possibile da uno strisciante razionamento implicito delle tutele, che ha ulteriormente sfavorito la popolazione meno abbiente e meno istruita. L’attuale assetto del Ssn, senza un cambio di paradigma” insistono i ricercatori Crea “non sarà in grado a rispondere ai bisogni in evoluzione della popolazione, guidata dalla demografia, ma anche dalle modifiche nelle strutture sociali”. Il rapporto evidenzia dunque una “crescente disparità nell’accesso alle cure sanitarie in Italia, con le famiglie meno abbienti e meno istruite che subiscono un aumento significativo della spesa sanitaria privata”. La percentuale di spesa per queste famiglie è cresciuta tre volte di più rispetto a quelle con maggiori possibilità economiche, e il dato è definito “ancora più preoccupante” per le famiglie meno istruite, con un incremento del 28,7%.
Spesa privata, gli aumenti maggiori nelle Regioni del Centro e del Mezzogiorno
A livello geografico, la spesa privata è aumentata maggiormente nel Centro e nel Mezzogiorno, dove le carenze del Ssn costringono le famiglie a ricorrere a cure private. La difficoltà di accesso al sistema pubblico è una delle principali ragioni che spingono le famiglie a ricorrere a prestazioni private, soprattutto per servizi preventivi. Questo fenomeno – indica il report – ha portato 2,3 milioni di residenti a vivere in condizioni di disagio economico, con rinunce alle cure per motivi finanziari, una situazione che colpisce particolarmente le famiglie del Mezzogiorno. Inoltre, oltre 4 milioni di famiglie affrontano spese sanitarie “catastrofiche”, che incidono pesantemente sui bilanci familiari, soprattutto per servizi odontoiatrici e assistenza a lungo termine per pazienti non autosufficienti.
L’effetto perverso dei tagli alla spesa pubblica: il peso economico della spesa sanitaria trasferito sulle spalle delle famiglie
L’analisi del rapporto sottolinea che il contenimento della spesa sanitaria pubblica, obiettivo delle riforme del Ssn degli anni ’90, si è tradotto in tagli che hanno trasferito il peso economico sulle famiglie. La quota di copertura pubblica della spesa sanitaria è diminuita dal 81% al 72,6%, un valore inferiore alla media dei Paesi europei. Sebbene il federalismo abbia inizialmente aumentato la copertura pubblica, le crisi economiche del 2008-2009 e il ristagno della crescita economica hanno portato a un divario significativo rispetto alla media europea. La spesa sanitaria pubblica italiana è inferiore del 45% rispetto alla media dei Paesi europei originari, mentre la spesa privata, pur essendo inferiore del 13%, supera le aspettative in base al Pil italiano, che è inferiore del 20,6%.
Politiche da cambiare: non più centrate sul servizio sanitario ma su un sistema che integri politiche sanitarie, economiche e industriali
Il report suggerisce la necessità di un cambio di paradigma nelle politiche sanitarie, passando appunto da un approccio centrato sul servizio sanitario a un sistema salute che integri le politiche sanitarie, economiche e industriali. La spesa sanitaria privata ha raggiunto i 43,3 miliardi di euro, con una crescita costante della quota intermediata rispetto a quella out of pocket. Tuttavia l’incremento della spesa pubblica, anche se significativo, non sembra sufficiente per eliminare i rischi di razionamento implicito. La spesa farmaceutica, ad esempio, è aumentata del 3,6% medio annuo nell’ultimo decennio e si prevede che il tetto di spesa possa essere superato di 6,5 miliardi entro il 2026.
La demografia italiana – osservano i ricercatori – ha subito trasformazioni significative dalla nascita del Ssn, con un aumento di quasi 5 milioni di over 75, 27.000 morti annui in più e 140.000 nascite in meno. Sebbene l’innovazione tecnologica abbia moderato l’impatto di questi cambiamenti, non è riuscita a eliminarli completamente. Inoltre, la società italiana ha visto un aumento delle famiglie mono-personali e della scolarizzazione. Questi cambiamenti hanno portato a una crescita dei bisogni ‘ibridi’, che combinano esigenze sanitarie e sociali, e a un disallineamento tra bisogni e aspettative della popolazione.
Servizi sanitari, soddisfazione alta per medicina generale e farmaci
Il rapporto contiene anche alcune survey condotte dal Crea. Una, finalizzata a rilevare i livelli di soddisfazione dei pazienti riguardo ai servizi del Ssn. ne ha registrato la varietà. risultando essere alta per la medicina generale e l’accesso ai farmaci, sotto la sufficienza per la residenzialità e l’assistenza ai non autosufficienti, e intermedia per i servizi ospedalieri e ambulatoriali. La carenza di risposte ai bisogni ibridi e la preferenza per servizi digitalizzati e a distanza, emersa durante la pandemia di Covid-19, hanno generato nuove aspettative nella popolazione. Tra le principali cause di insoddisfazione, oltre alle liste d’attesa, vi sono i tempi persi durante l’erogazione delle prestazioni. Un’altra survey condotta dal Crea con l’Andos (Associazione nazionale donne operate al seno) ha evidenziato che, sebbene il 90% delle donne operate al seno riesca a effettuare i controlli nei tempi previsti, meno della metà riceve prestazioni prenotate direttamente dalla struttura sanitaria. Inoltre, il 27% delle pazienti ricorre a prestazioni private a pagamento, dimostrando come il ‘fai da te’ contribuisca ai buoni risultati di salute italiani, nonostante i problemi di finanziamento e razionamento implicito.
Il rapporto sottolinea la necessità di revisioni per rendere il Ssn più efficace e sostenibile, salvaguardando principi fondamentali come universalismo, globalità, equità, umanizzazione, appropriatezza ed efficienza. La globalità delle risposte dovrebbe essere estesa ai bisogni ibridi, integrando la sanità con il sociale sotto una governance unica. L’umanizzazione dei servizi dovrebbe garantire un impegno a minimizzare l’impatto della malattia sulla vita quotidiana dei pazienti e delle loro famiglie.
Inoltre, si propone di adottare una logica One health, con una governance nazionale per coordinare le politiche sanitarie, economiche e industriali, riconoscendo l’impatto della salute sullo sviluppo economico. L’appropriatezza, fondamento dei livelli essenziali di assistenza (Lea), deve essere ridefinita per adattarsi ai contesti di presa in carico delle cronicità e ai bisogni multidimensionali della popolazione. Si suggerisce di passare da un razionamento implicito a uno esplicito, con criteri di prioritizzazione basati sull’impatto economico delle cure sui bilanci familiari. Tuttavia, questa scelta è politicamente complessa e richiede un superamento della staticità dell’intervento pubblico, inaugurando una nuova fase costituente ispirata alla creazione del Ssn.



