Farmacie, “Monopoly” e concentrazione del mercato: un rischio che non c’è

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Roma, 28 luglio – Le inesauste manovre che impegnano i protagonisti del cosiddetto “monopoly” delle farmacie nella ricerca di posizioni dominanti nel retail farmaceutico nazionale, finiscono inevitabilmente per sollevare più di una preoccupazione nel settore, su tutte quella che – prima o poi –  le società di capitale (in prevalenza fondi di investimento) possano arrivare a controllare quote del canale in quantità così rilevante da poter condizionare e indirizzare il mercato. Eventualità alla quale è associato il rischio di una possibile distorsione (se non proprio torsione) dell’attività delle farmacie, con la loro identità di presidio sanitario subordinata alle imperative necessità del mercato e del business.

Il rischio, in realtà, al momento sembra essere molto lontano, ben oltre la linea dell’orizzonte, come spiega con chiarezza la newsletter specializzata PharmacyScanner in un articolo pubblicato sul numero del 27 luglio. A tenerlo a distanza di sicurezza c’è la stringente normativa antitrust e la vigilanza dell’Agcm, alla quale è obbligatorio notificare ogni operazione relativa ad acquisizioni e fusioni operate da soggetti che detengono catene di farmacie. Un obbligo fin qui rispettato, osserva PharmacyScanner, anche nel caso dell’ultima operazione con la quale uno dei principali (e più attivi) player del “monopoly, Dr.Max, ha acquisito la quarantina di farmacie del fondo F2i. L’operazione, peraltro, è ancora al vaglio dell’autorità di controllo del mercato.

Molto opportunamente, PharmacyScanner ricorda che tra le norme anti-concentrazione ce n’è una molto specifica, introdotta proprio dalla legge, n.124/2027 che rese possibile l’ingresso del capitale nella proprietà delle farmacie. Si tratta della norma che fissa al 20% del totale il tetto massimo di farmacie di una stessa insegna sul territorio di ciascuna Regione. E un’elaborazione di PharmacyScanner su dati Federfarma e pubblici dimostra che tutti i player del monopoli, a partire dai tre più importanti (Hippocrates, Benu e Dr.Max) sono molto al di sotto di quel tetto previsto dalla legge, arrivando al massimo alla metà del tetto previsto dalla legge.

Ma c’è di più, sottolinea la newsletter: anche nell’ipotesi (estremamente remota, sic stantibus rebus) che un unico soggetto riuscisse ad acquisire il controllo dei tre player principali Hippocrates, Benu e Dr.Max, il tetto del 20% resterebbe in ogni caso- L’ipotetico “asso pigliatutto” raggiungerebbe infatti la doppia cifra soltanto in tre Regioni, tutte del Nord  (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) fermandosi però inesorabilmente sotto il 15%.

PharmacyScanner, comunque, rassicura: lo scenario prefigurato è puramente teorico, il retail farmaceutico italiano, al momento, non corre alcun rischio di essere fagocitato da un qualche epigono di John Davison Rockfeller. Con buona pace di chi ritiene che il mercato della salute di oggi e il mercato petrolifero di fine ‘800-inizio ‘900, in termini di prospettive di espansione del business, non siano poi così dissimili, quasi a suggerire la possibilità che alla fine uno squalo come Rockfeller (a considerarlo tale era l’intera comunità economica), che con la sua Standard Oil riuscì ad assicurarsi il ferreo controllo del mercato, potrebbe sempre saltar fuori. Ma, per fortuna, come ben spiega PharmacyScanner nel suo articolo, in Italia, qui e ora, si tratta solo di un’ipotesi da scenario distopico.

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