Mercato, Pfizer sbarca subito sul sito TrumpRx, offerti 30 farmaci a prezzo scontato

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Roma, 10 febbraio – È Pfizer la prima azienda farmaceutica a sbarcare con i suoi farmaci su TrumpRx, il sito appena lanciato dall’amministrazione americana per consentire ai cittadini di acquistare a prezzi sensibilmente scontati.

Una notizia ampiamente prevista e attesa, visto che l’azienda guidata dal Ceo Albert Bourla (a destra del presidente USA Donald Trump nella foto del titolo) fu la prima  nell’autunno scorso a chiudere un accordo sui prezzi dei farmaci con Trump, grazie al quale – in cambio di una programma di investimenti negli USA e della disponibilità a vendere i suoi farmaci sul sito taglia-prezzi annunciato dal presidente – non sarebbe stata gravata dai nuovi dazi sui medicinali, mantenendo intatti i margini di profitto riconosciuti alle aziende farmaceutiche innovative.

Con quell’accordo, l’azienda aveva anche accettato di abbassare i prezzi dei suoi farmaci da prescrizione nel programma Medicaid, pareggiando la cifra più economica chiesta ai Paese dell’Ocse, impegnandosi a fare lo stesso per i nuovi trattamenti innovativi, che in conformità al criterio denominato Most favored Nation (Mfn), entreranno nel mercato USA con prezzi in linea con quelli degli altri Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, consentendo ai pazienti di pagare prezzi più bassi per i farmaci da prescrizione.

Ora l’accordo comincia a concretizzarsi: Pfizer sbarca su TrumpRx, rendendo i farmaci innovativi più accessibili a milioni di americani. Secondo quanto si legge su una nota diffusa dall’azienda, la multinazionale americana “offre agli americani un’ampia gamma di oltre 30 farmaci – dalla salute femminile all’emicrania, dall’artrite alle malattie rare – a un prezzo significativamente scontato rispetto al prezzo di listino”.

“Per troppo tempo, gli americani hanno sostenuto una quota sproporzionata del costo globale dell’innovazione per contribuire allo sviluppo di innovazioni per il mondo intero” commenta Bourla. “Come prima azienda farmaceutica a supportare il presidente Trump nell’affrontare questo squilibrio, siamo orgogliosi di continuare a collaborare con l’amministrazione per garantire l’accessibilità economica ai pazienti americani, preservando al contempo la posizione dell’America all’avanguardia nell’innovazione medica”.

Ma negli USA si discute molto su quanto TrumpRx, al netto del grande battage pubblicitario con il quale è stato sostenuto dalla Casa Bianca, possa migliorare in modo significativo l’accesso ai farmaci negli USA. Il sito, infatti, è rivolto soltanto a consumatori senza assicurazione e che pagano pronta cassa, senza quindi incidere in alcun modo sui prezzi negoziati tramite assicurazione, sulle formule di rimborso Medicare né sui contratti a lungo termine di fornitura, che negli USA rappresentano la maggior parte dei ricavi farmaceutici. E per quanto il presidente insista quasi ossessivamente a ricordare che sarà possibile comprare su TrumpRx farmaci come Ozempic o l’insulina – i suoi esempi preferiti – a prezzi abbattuti anche dell’80-90%, resta il fatto è che più del 90% delle prescrizioni di farmaci negli USA si concentra sui generics, in prevalenza forniti da produttori cinesi e indiani. Quelle stesse Cina e India che sono gravate, rispettivamente, di dazi del 30% e del 50%.

Così lo scenario che prefigurano gli osservatori è che i dazi imposti da Trump possano rimanere in vigore per un periodo prolungato, provocando inevitabilmente l’aumento graduale dei prezzi dei farmaci generici via via che le scorte si esauriranno e i contratti saranno rinegoziati. Per fare un esempio, un dazio del 50% sull’India si tradurrà in un aumento dei prezzi dei farmaci generici importati dal Paese di circa il 25%, e non c’è nessun TrumpRx che possa impedire o anche solo contrastare questa dinamica.

Se si considera che gli USA importano il 47% delle loro prescrizioni di generics dall’India, e che questa tipologia di farmaci rappresenta circa il 10% dei costi dei farmaci con obbligo di ricetta, il dazio imposto dagli ordini esecutivi del presidente aumenterebbe i costi per il sistema sanitario statunitense di circa 7 miliardi di dollari e potrebbe quindi vanificare parte dei risparmi per gli americani non assicurati. In ogni caso, aumenterà i costi per il sistema sanitario statunitense nel suo complesso. Inoltre, il dazio non risolve la dipendenza strategica dai farmaci stranieri, situazione che rappresenta uno dei principali crucci del presidente USA, come egli stesso ha più volte pubblicamente lamentato.

Prima di pronunciarsi sugli effetti reali di TrumpRx sarà dunque il caso di attendere e verificarne gli effetti. La sensazione diffusa, però, è che non saranno particolarmente significativi, visto che il lancio del portale taglia-prezzi non ha prodotto nessuno scossone  sul mercato finanziario, almeno fin qui. Al contrario, all’indomani dell’esordio del sito, il 6 febbraio, le principali azioni farmaceutiche hanno non solo mantenuto ma migliorato il valore delle quotazioni. Un chiaro segnale che gli investitori non vedono in TrumpRx una minaccia imminente agli utili delle società farmaceutiche, come sarebbe stato logico attendersi se la portata dell’iniziativa avesse davvero inciso in modo rilevante sui ricavi e i margini di guadagno delle aziende.

La ragione principale, ipotizzano gli esperti, è che il sito non ha niente a che vedere con un regime di controllo dei prezzi, essendo in buona sostanza soltanto un portale di prezzi e sconti che propone alcune decine di farmaci comunemente utilizzati e indirizza gli utenti verso prezzi scontati, offerti volontariamente da case farmaceutiche e distributori. In altre parole, come il nostro giornale ha già avuto modo di riferire due giorni fa, TrumpRx non interviene sul nucleo centrale del business farmaceutico, rappresentato dai canali assicurativi e istituzionali che garantiscono la maggior parte dei ricavi farmaceutici, ma si limita a farlo sui margini dei prezzi.

L’opinione degli analisti finanziari, in conclusione, è che i mercati stanno trattando TrumpRx come un segnale politico, non come uno shock sistemico: la reazione addirittura positiva delle azioni farmaceutiche mostra infatti che gli investitori considerano l’iniziativa, alla fine, una misura volontaria e limitata dal punto di vista economico. Niente – in altre parole – di cui preoccuparsi più di tanto.

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