Roma, 22 gennaio – I dati sono inequivocabili: l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa per le morti connesse alle infezioni correlate all’assistenza (Ica, in acronimo) provocate da germi multi-resistenti agli antibiotici, lo dicono – anzi: lo urlano – gli 11mila morti per questa causa che si contano ogni anno nel nostro Paese e che rappresentano un terzo di tutti i decessi.
Ma non è tutto: antibiotico-resistenza e Ica hanno anche un impatto devastante sul Ssn, con 2,7 milioni di posti letto l’anno occupati e un costo economico diretto che ammonta a circa 2,4 miliardi di euro. È opportuno chiarire subito che molte delle infezioni irriducibili ai trattamenti sono contratte proprio in ospedali e luoghi di cura, dove – secondo le stime – colpiscono circa l’8% dei pazienti ricoverati. Ma resta il fatto che la resistenza microbica ai trattamenti – classificata dall’Oms come una delle principali emergenze sanitarie mondiali – nel nostro Paese manifesta ormai da anni la sua letale pericolosità. Le campagne si comunicazione e sensibilizzazione per contrastare il fenomeno dell’antimicrobico-resistenza, non sembrano fin qui aver prodotto i risultati sperati: è vero che il Rapporto OsMed dello scorso anno, relativo al 2024, registra un lieve calo nell’uso degli antibiotici in Italia, ma sono sempre quasi il 40% (ovvero quattro cittadini su 10) gli italiani che assumono antibiotici, con un consumo che si mantiene elevato, persistenti disuguaglianze regionali e bambini e anziani categorie più esposte all’uso di questi farmaci,
Insomma, il grave fenomeno dell’uso eccessivo e inappropriato degli antibiotici continua a essere un problema grave e irrisolto. Che i farmacisti – i professionisti che insieme ai mmg più possono incidere sul fenomeno – vogliono impegnarsi a contrastare con sempre maggiore efficacia, intervenendo in modo semplice e diretto per favorire una maggiore e più solida consapevolezza nei cittadini sulla differenza tra infezioni batteriche e virali. Risultato che può essere ottenuto solo rendendo tale differenza concretamente manifesta. Come? Nel modo più semplice e diretto possibile, la diffusione di un test per distinguere le infezioni batteriche da quelle virali, primo (e convincente) passo per promuovere un uso appropriato degli antibiotici, ovviamente con la necessaria collaborazione dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta.
A confermare la validità dell’idea è uno studio condotto nelle farmacie di comunità, i cui esiti sono stati il 20 gennaio al Ministero della Salute nel corso dell’incontro Antimicrobico-resistenza: evidenze scientifiche, sostenibilità del Ssn e nuovi modelli di sanità territoriale, un progetto, promosso dalla Federazione dei giovani farmacisti (Fenagifar) in collaborazione con Federfarma e Sistema farmacia Italia e stato realizzato dall’Università di Torino con il patrocinio della FOFI.
La ricerca ha coinvolto più di 14.500 cittadini, grazie alle 778 farmacie che hanno partecipato. Dai risultati della prima fase dello studio, emerge che più del 60% dei cittadini intervistati sa cos’è l’antimicrobico-resistenza, ma si tratta in verità di una conoscenza superficiale del fenomeno. A comprovare il livello del tutto insufficiente di awareness sono altri dati: un cittadino su quattro ammette di consigliare comunemente a familiari e amici l’uso di antibiotici e più di sei su 10 affermano di conservare in casa confezioni non utilizzate, favorendo così il rischio di cadere nella tentazione di usarli impropriamente, auto-prescrivendoseli in caso di qualche malessere. Dati, a ben vedere, sostanzialmente in linea con altre rilevazioni. Decisamente più interessanti i dati emersi dai 1.914 test rapidi (seconda fase dell’indagine) effettuati nelle farmacie per verificare la presenza di un’infezione da streptococcus aureus in soggetti che presentavano sintomi come, ad esempio, il mal di gola. Il 45% è risultato positivo, con punte del 59% nei bambini fino a 10 anni, e quindi inviato al medico per la prescrizione (eventuale) di un farmaco antibiotico.
E già questo basta a spiegare la validità e le potenzialità concrete di questo approccio, subito colte dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato (al centro nella foto del titolo in un memento dell’evento: a sinistra, Grieco, a destra Mandelli e Cossolo), che – plaudendo all’iniziativa – ha voluto sottolineare “l’enorme contributo che le farmacie possono dare anche in materia di Amr, attraverso un esame semplice e in collaborazione con il medico di medicina generale”.
Contributo reso possibile anche e soprattutto dai due valori cardine della rete delle farmacie, richiamati da Marco Cossolo, presidente nazionale di Federfarma, ovvero “la capillarità e la professionalità del farmacista che vi opera. L’azione di Governo, dando spazio alla Farmacia dei servizi, aumenta il livello di fiducia verso questo presidio e riconosce al farmacista il ruolo centrale di esperto del farmaco. Un ruolo – ha concluso Cossolo – che consente alla farmacia di partecipare fattivamente alle politiche sanitarie”.
Vladimiro Grieco, presidente di Fenagifar, ha osservato come il problema dell’antimicrobico-resistenza nascea sul territorio, “nelle prescrizioni quotidiane e per le pressioni dei pazienti, ma anche per la mancanza di linee guida che regolino l’utilizzo di strumenti diagnostici rapidi ai fini del corretto uso degli antibiotici”. Un ambito nel quale “le farmacie di comunità possono dare un contributo enorme, con effetti positivi misurabili”, ha concluso Grieco, ringraziando Federfarma per il supporto concreto all’iniziativa.
Il presidente della Fofi, Andrea Mandelli, ha osservato che battaglie come quella contro l’Amr non si vincono affrontandole in ordine sparso, ma solo attraverso la piena e organica collaborazione tra i professionisti sanitari: “Non ci sarà una professione che prevale sull’altra” ha detto il presidente della federazione professionale “ma la capacità di prendere in carico la complessità del cittadino-paziente, portando avanti un discorso di ampia sinergia e interscambio di competenze”.