Roma, 13 febbraio – La situazione è a dir poco paradossale e dice molto a proposito di quale sia ancora oggi il gap di considerazione che separa i generi: le donne rappresentano la metà della popolazione mondiale, eppure – lo riferisce il nuovo report Women’s Health Investment Outlook, pubblicato dal World Economic Forum in collaborazione con Boston Consulting Group (Bcg) – sono destinatarie di appena il 6% degli investimenti sanitari privati a livello mondiale.
La salute femminile continua a restare ai margini del capitale privato globale, una sorta di white space nei mercati sanitari. E questo anche se riguarda di fatto una persona su due e il mondo intero, in ragione di fenomeni come l’invecchiamento della popolazione e la pressione sui sistemi sanitari, debba far fronte alla necessità di scelte mirate.
“Quando metà della popolazione mondiale riceve meno del 10% degli investimenti sanitari,
non siamo solo di fronte a una mancanza di attenzione, ma a una distorsione strutturale del mercato” afferma Alessandra Catozzella (nella foto), managing director e partner di Bcg. “La salute femminile è stata a lungo affrontata in modo selettivo, con una concentrazione delle risorse in pochi ambiti che ha lasciato ai margini condizioni ad alta prevalenza e impatto, facendo sì che una parte rilevante del carico di malattia venga ancora affrontata in modo tardivo e frammentato. Il paradosso è che il bisogno sanitario è evidente, ma il mercato non lo vede. E quando il mercato non vede, il capitale non arriva”.
Il 90% dei capitali – secondo quanto emerge dalla ricerca – confluisce in soli tre ambiti (salute riproduttiva, maternità e oncologia), lasciando scoperte vaste aree ad alta prevalenza e alto impatto clinico ed economico. Tra queste figurano le malattie cardiovascolari, prima causa di morte nelle donne, i disturbi metabolici, le patologie autoimmuni, l’endometriosi e la menopausa. Le conseguenze di questo squilibrio sono misurabili.
Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma trascorrono in media il 25% di anni in più in condizioni di cattiva salute o con disabilità. Questo si traduce in una perdita stimata di circa 75 milioni di anni di vita sana ogni anno a livello globale, con effetti diretti su produttività, partecipazione al lavoro e sostenibilità dei sistemi sanitari. Secondo il report Women’s Health Investment Outlook, intervenire in modo efficace su sole quattro aree (malattie cardiovascolari, menopausa, osteoporosi e Alzheimer) potrebbe generare un’opportunità di mercato superiore ai 100 miliardi di dollari entro il 2030 negli Stati Uniti, con benefici diretti anche per i sistemi sanitari e per l’economia.
Per fotografare con maggiore precisione questo squilibrio, lo studio introduce il Women’s Health Investment Index, strumento che analizza i flussi di capitale privato verso la salute femminile negli ultimi cinque anni: restituisce l’immagine di un mercato ancora frammentato, fortemente concentrato su investimenti in fase iniziale e con difficoltà strutturali nel passaggio alla scala. Circa la metà delle operazioni riguarda infatti start up nelle primissime fasi di sviluppo, una quota significativamente superiore a quella osservata nel resto del settore healthcare.
Il report individua però gli effetti positivi concreti prodotti da un “allineamento” tra innovazione, modelli di rimborso e politiche pubbliche. Emblematico, al riguardo, il caso della fecondazione assistita: da ambito sperimentale e penalizzato da stimmate culturali e politiche, si è trasformato, nel tempo, in un’industria globale multimiliardaria, capace di attrarre capitali, standardizzare i percorsi di cura e ampliare l’accesso alle terapie. Un percorso che offre indicazioni preziose per altri segmenti della salute femminile oggi ancora sottosviluppati.
“Il tema non è la mancanza di innovazione, ma la difficoltà di integrarla nei modelli di cura, di rimborso e di investimento” afferma ancora Cattozzella. “Il caso della fecondazione assistita dimostra che, quando la salute femminile viene riconosciuta come priorità clinica, il sistema è in grado di organizzarsi, standardizzare e attrarre capitali. Investire nella salute femminile” conclude l’esperta in consulenza strategica “non significa creare un percorso separato, ma rafforzare la qualità, la sostenibilità e l’efficienza dell’intero sistema sanitario: è una decisione industriale razionale, basata su dati, ritorni attesi e riduzione del rischio sistemico”.
Il report si chiude individuando sei aree con elevato potenziale di investimento, che spaziano dalle terapie oncologiche specifiche per le donne alle piattaforme digitali integrate per le cure femminili, dal monitoraggio remoto della gravidanza alla salute mentale, fino ai servizi dedicati alla longevità e ai dispositivi per la salute metabolica. Ambiti diversi per grado di maturità, ma accomunati da un forte disallineamento tra bisogni clinici, evidenze disponibili e capitali oggi investiti, che rappresenta al tempo stesso una criticità strutturale e una concreta opportunità di crescita per l’intero sistema sanitario.
Dal rapporto pubblicato dal World Economic Forum emerge anche, una volta di più e con estrema chiarezza, che le condizioni di disuguaglianze che le donne continuano a subire non sono solo il risultato di discriminazioni dirette, ma di modelli economici e organizzativi costruiti storicamente su bisogni e standard maschili. E converrà convincersene una volta per tutte: finché questi modelli non cambiano, la parità dei generi è destinata a restare una promessa incompiuta.


