Roma, 13 marzo – Gli antibiotici sono al centro dell’attenzione dei ricercatori non solo perché, a causa del fenomeno dell’antimicrobico resistenza, sono diventati armi spuntate contro i ceppi di batteri patogeni a priorità critica, come – solo per fare due esempi tratti dalle periodiche segnalazioni dell’Oms – l’Acinetobacter baumannii e gli Enterobacterales resistenti ai carbapenemi, ma anche per altri profili critici connessi ai loro effetti. Come è noto, la loro potente azione antimicrobica non risparmia infatti neanche la popolazione di batteri ‘buoni’ che abita nell’intestino umano, cambiando il microbioma intestinale. Studi recenti dimostrano ora che l’effetto può durare per molti anni e in certi casi basta un solo ciclo a impattare per lungo tempo.
A scoprirlo è stato un nuovo studio condotto in Svezia e pubblicato su Nature Medicine. Gli autori hanno voluto indagare più a fondo sull’effetto “fuoco amico” che potrebbe derivare dagli antibiotici, concentrandosi appunto sulla comunità batterica intestinale nota come microbioma e dalle loro ricerche è emerso che alcuni tipi di antibiotici in particolare possono essere associati a cambiamenti nel microbioma intestinale fino a 4-8 anni dopo il trattamento.
Precedenti studi epidemiologici avevano identificato un legame tra un uso eccessivo di questi farmaci e un aumento del rischio di alcune patologie, come il diabete di tipo 2 e le infezioni gastrointestinali. Le ragioni di queste osservazioni non sono del tutto chiare, puntualizzano i ricercatori, ma si ritiene che i cambiamenti nel microbioma intestinale svolgano un ruolo. Tutto questo ha sollevato interrogativi sull’impatto a lungo termine degli antibiotici sul microbioma intestinale. Quello a breve termine è noto ed è significativo, ma finora non era chiaro per quanto tempo persistessero i cambiamenti provocati.
Il lavoro del team internazionale di ricerca guidato da scienziati dell’università di Uppsala ha appunto provato a rispondere a questi interrogativi. Nello studio appena pubblicato, gli autori hanno scoperto forti legami tra la storia di uso di antibiotici di una persona e la composizione del suo microbioma intestinale, con effetti anche sulla diversità delle specie batteriche.
“Possiamo osservare che l’uso di antibiotici risalente a 4-8 anni prima è correlato alla composizione del microbioma intestinale di una persona oggi. Anche un singolo ciclo di trattamento con alcuni tipi di antibiotici lascia tracce” spiega Gabriel Baldanzi, primo autore dello studio ed ex dottorando presso l’università di Uppsala. “L’uso degli antibiotici è preso molto seriamente in Svezia e il Paese ha già una rigorosa gestione di questi farmaci. Le persone dovrebbero continuare a seguire le raccomandazioni del proprio medico. Detto questo, i nostri risultati contribuiscono a far luce su altre conseguenze a lungo termine degli antibiotici che raramente vengono prese in considerazione”.
I ricercatori hanno analizzato i dati del registro dei farmaci insieme a una mappatura dettagliata del microbioma intestinale di 14.979 adulti residenti in Svezia. Il microbioma intestinale è stato confrontato tra i partecipanti che avevano ricevuto diversi tipi di antibiotici e quelli che non ne avevano ricevuto alcuno durante il periodo. Lo studio è stato reso possibile dal registro completo dei farmaci da prescrizione svedese, che contiene informazioni su tutti gli antibiotici dispensati in farmacia. I ricercatori sono stati quindi in grado di collegare questi dati alle bio-banche svedesi all’università di Uppsala e Lund, contenenti informazioni sul microbioma intestinale. Uno degli aspetti che hanno osservato è che i risultati differivano sostanzialmente a seconda del tipo di antibiotico utilizzato. Le associazioni più forti con cambiamenti del microbioma sono state osservate per clindamicina, fluorochinoloni e flucloxacillina. Al contrario, rilevano gli autori, la penicillina V, l’antibiotico più comunemente prescritto per il trattamento delle infezioni al di fuori degli ospedali in Svezia, è stata associata a piccole e brevi alterazioni del microbioma.
“Il forte legame tra la flucloxacillina a spettro ristretto e il microbioma intestinale è stato inaspettato e vorremmo vedere questa scoperta confermata in altri studi” osserva Tove Fall (nella foto), professore associato di Epidemiologia molecolare all’università di Uppsala e ricercatrice principale dello studio. “Tuttavia, crediamo che i risultati del nostro studio possano contribuire a orientare le future raccomandazioni sull’uso degli antibiotici, soprattutto quando si sceglie tra due antibiotici ugualmente efficaci, uno dei quali ha un impatto più debole sul microbioma intestinale”.
I ricercatori riconoscono che lo studio ha riguardato solo le prescrizioni degli ultimi 8 anni e che un periodo di follow-up più lungo potrebbe fornire ulteriori approfondimenti. Un altro aspetto è che il microbioma intestinale è stato campionato una sola volta per partecipante. “Stiamo attualmente raccogliendo un secondo campione da quasi la metà dei partecipanti” conclude Fall. “Questo ci permetterà di comprendere ancora meglio i tempi di recupero e di identificare quali microbiomi intestinali sono più suscettibili ad alterazioni dopo il trattamento antibiotico”.


