Roma, 29 ottobre – Anche se i vaccini sono la più formidabile arma di prevenzione che abbiamo a disposizione, permangono in tutto il mondo (per le più varie e spesso opposte ragioni) serie difficoltà ad assicurare una copertura vaccinale adeguata. Se nei Paesi meno fortunati il problema ha origini prevalentemente economiche e legate a inadeguatezze strutturali, alle nostre latitudini dipende da altre variabili, prima tra tutte la cosiddetta esitazione vaccinale legata ai timori che quote purtroppo rilevanti di cittadini esprimono nei confronti dei vaccini, spesso per effetto della diffusa misinformation che ormai da trent’anni circola sulla materia ed è purtroppo difficile contrastare, tanto che – nonostante le puntuali e non di rado massicce iniziative di comunicazione finalizzate a sensibilizzare i cittadini sulla necessità di vaccinarsi – la gramigna ddella cattiva informazione continua a germinare finendo inevitabilmente per produrre effetti negativi sulle campagne vaccinali.
Dai risultati di uno studio condotto da ricercatori del Laboratorio di Psicologia sperimentale dell’Istituto di Filosofia dell’Università di Belgrado coordinati da Kaja Damnjanović (nella foto), pubblicato su Nature, emerge che le azioni di comunicazione in materia di vaccini, per essere più efficaci e produttive di risultati, non vanno rivote in modo indifferenziato all’opinione pubblica, ma debbono essere “sartorializzate”, cioè tagliate e cucite a misura dei destinatari. Perché tra una persona prova di ogni riserva nei confronti dei vaccini e una che, invece, nutre perplessità per il timore di possibili effetti collaterali negativi correlati alla loro assunzione, c’è un oceano di differenza. E l’approccio informativo non può dunque essere lo stesso.
I ricercatori serbi hanno messo a confronto diverse strategie di comunicazione, tutte finalizzate a promuovere il concetto dell’immunità di gregge, il fenomeno invero virtuoso (e salvifico) per cui, una volta raggiunto per una determinata infezione il livello di copertura vaccinale considerato sufficiente all’interno della popolazione, si possono considerare al sicuro anche le persone non vaccinate. Scopo dichiarato dello studio serbo, quello di individuare le strategie più efficaci per influenzare positivamente le decisioni vaccinali. La ricerca è stata condotta su una platea di 901 adulti, età media 45,7 anni, suddivisi in sette diversi gruppi, sei dei quali oggetto della sperimentazione e uno di controllo.
A tutti i partecipanti sono stati forniti testi informativi favorevoli al criterio dell’immunità di gregge e sostenitori dell’importanza di vaccinarsi, concetti però declinati e presentati in sei diverse modalità comunicative: messaggi finalizzati a facilitare la scelta, spiegazioni volte ad assumere scelte consapevoli, confutazione di argomenti e informazioni false sui vaccini, comunicazione costruita sui dubbi del paziente e, infine, due diverse proposte di presentazione di informazioni scientifiche, una neutrale e l’altra elaborata sulla svalutazione dei dubbi espressi nei confronti della vaccinazione.
Tre gli aspetti che i ricercatori hanno utilizzato come paradigmi per valutare l’effetto delle diverse strategie comunicative: l’intenzione di vaccinarsi, le abitudini nella ricerca di informazioni sui vaccini e la presenza di ragionamenti distorti sulla vaccinazione. La prima, l’intenzione vaccinale, è stata valutata da Damnjanović e il suo gruppo ipotizzando due situazioni, la scelta di vaccinarsi personalmente e quella di far vaccinare un ipotetico bambino. Le valutazioni sono state ripetute a distanza di una e poi di due settimane, allo scopo di verificare durata e persistenza nel tempo degli effetti osservati.
Tra tutte le strategie informative, sintetizzando all’osso, soltanto quella focalizzata sull’esitazione vaccinale e dunque sui dubbi e le perplessità paziente ha prodotto un aumento statisticamente significativo dell’intenzione di vaccinarsi rispetto al gruppo di controllo, effetto mantenutosi nei 14 giorni successivi. Altra storia per le decisioni in caso di vaccinazione di un bambino: nessun approccio comunicativo ha prodotto risultati complessivamente migliori di quelli registrati nel gruppo di controllo.
In generale, tutte le diverse strategie valutate dallo studio hanno prodotto effetti limitati sulle abitudini informative dei pazienti e non hanno modificato significativamente i ragionamenti fallaci e le convinzioni erronee sulla vaccinazione. Secondo gli autori, una comunicazione efficace deve adattarsi alle caratteristiche dell’interlocutore, riconoscendone timori e convinzioni senza qualificarli subito come infondati. Fornire informazioni corrette resta essenziale ed è fondamentale che la comunicazione resti un processo continuo e sostenibile, ma il modo in cui quelle informazioni sono comunicate incide inevitabilmente sulla loro efficacia.
I ricercatori serbi, pur riconoscendo che un singolo intervento possa modificare l’intenzione di una persona, osservano che è improbabile che esso riesca a cambiare radicalmente il suo modo di pensare o le sue modalità di ricerca delle informazioni, cosa che avvalora recenti conclusioni sul contrasto alla disinformazione che evidenziano come la costruzione di una solida resilienza pubblica richieda una combinazione di strategie mirate che coinvolgano sia la sfera cognitiva che quella emotiva, anziché fare affidamento su un’unica soluzione “miracolosa”.
Sebbene i risultati dello studio indichino l’importanza di instaurare un rapporto di fiducia tra medico e paziente, la situazione reale è che nei percorsi di formazione medica la comunicazione incentrata sul paziente viene spesso trascurata, specialmente al di fuori dell’Europa occidentale e del Nord America. E anche quando la comunicazione è inclusa nei programmi didattici, i medici possono trovare difficile tradurre le conoscenze teoriche nella pratica, poiché tali competenze vengono spesso considerate un’aggiunta facoltativa piuttosto che una competenza medica fondamentale.
Di conseguenza, i pazienti si ritrovano spesso con scarse o nulle informazioni da poter utilizzare nel processo decisionale, e questo vale ovviamente anche in materia di vaccini. Per gli autori della ricerca, affrontare queste criticità — attraverso l’ottimizzazione dei carichi di lavoro e una formazione basata su evidenze scientifiche — non rappresenta solo una necessità clinica, ma anche una strategia cruciale di gestione del rischio: le evidenze dimostrano infatti che livelli più elevati di empatia da parte del medico sono correlati a una riduzione dei reclami in ambito medico-legale e del rischio di contenziosi per negligenza professionale.
In ogni caso, il gruppo di ricercatori coordinato da Damnjanović ritiene che i risultati scaturiti dallo studio possano orientare lo sviluppo di futuri programmi formativi e di percorsi di educazione medica continua, offrendo modelli di comunicazione espliciti ed empatici, concretamente applicabili nella pratica clinica quotidiana.
Gli stessi ricercatori serbi non mancano in conclusione di sottolineare che lo studio presenta alcuni limiti, a partire dall’aver misurato e valutato le intenzioni dichiarate dei partecipanti, non vaccinazioni effettivamente eseguite, e dall’avere utilizzato messaggi scritti anziché colloqui clinici reali. Ma, anche in presenza di questi limiti, il lavoro suggerisce e offre spunti per ricerche future.


