Roma, 18 maggio – Mentre l’attenzione mediatica è concentrata sul focolaio di Andes Hantavirus scoppiato una paio di settimane fa a bordo della nave da crociera Hondius, allertando le autorità sanitarie di tutto il mondo, arriva in questi giorni la notizia di una nuova epidemia causata da una vecchia (e terribile) conoscenza, il virus Ebola nella provincia di Ituri, Repubblica Democratica del Congo. Non si tratta di una pandemia ma si una “emergenza sanitaria globale”, spiega l’Organizzazione mondiale della Sanità di fronte al diffondersi di un raro ceppo della malattia per il quale al momento non esistono né trattamenti né vaccini. Finora i decessi nella Repubblica Democratica del Congo sono stati 88, con 336 casi sospetti, Due casi sono stati registrati anche in Uganda. 
Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus (nella foto) ha espresso tutta la sua preoccupazione per il diffondersi della malattia e l’agenzia sanitaria dell’Onu ha già dichiarato il secondo livello di allerta più alto, superato solo da quello di ‘pandemia’. La portata dell’epidemia resta comunque ancora incerta: “Esistono notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica” ha detto al riguardo il direttore generale dell’Oms.
Il focolaio – che l’Africa Cdc (Africa Centres for disease control and prevention) sta “monitorando attentamente” – ha già portato al rafforzamento della sorveglianza transfrontaliera e alla preparazione di una risposta coordinata. Torna dunque lo spauracchio del virus isolato e individuato da fiale di sangue prelevate da una suora fiamminga missionaria in Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo), morta di una misteriosa malattia che stava uccidendo decine di persone sulle rive del fiume Ebola. Un virus a forma di verme, composto di soli sette geni, del quale lo stesso Piot, subito volato in Africa con un’èquipe di esperti,rintracciò la fonte (i pipistrelli) nella foresta pluviale, che ancora oggi continua a rappresentare una minaccia, anche se negli anni sono stati messi a segno alcuni progressi sul fronte di vaccini e trattamenti e altri sono in fase di sviluppo.
Le emergenze causate in passato da Ebola sono ancora ben presenti nella memoria, in particolare la più estesa e ferale finora registrata, quando tra il 2014 e l’inizio del 2016 il virus contagiò oltre 28mila persone, con oltre 11mila decessi, e dall’Africa occidentale l’epidemia arrivò in Europa (Italia compresa) e negli Usa, portata da chi era stato nei Paesi a rischio per motivi di lavoro. I primi contagiati furono gli operatori sanitari: successe nel novembre 2014 anche al medico catanese Fabrizio Pulvirenti, che allora si trovava in Sierra Leone come volontario di Emergency, e all’infermiere sardo Stefano Marongiu, anch’egli volontario con la stessa Ong, entrambi guariti.
Da allora i focolai nella regione africana si sono susseguiti negli anni. Quello ora in corso è il 17° che si registra nella Repubblica democratica del Congo, a pochi mesi dall’ultimo di fine 2025 e a non troppa distanza di tempo da quello precedente del 2022. Altri Paesi della regione, in questi anni, hanno lanciato alert per Ebola, come per esempio l’Uganda, che nel 2023 ha registrato un focolaio provocato dal ceppo Sudan ebolavirus.
Ebola resta globalmente una malattia rara, ma è grave e spesso fatale negli esseri umani. Il tasso medio di letalità (Case fatality rate, Cfr, calcolato sui casi diagnosticati) si aggira intorno al 50% (ha oscillato nei precedenti focolai tra il 25% e il 90%). La malattia è causata da virus appartenenti alla famiglia dei Filoviridae (filovirus). A oggi sono state identificate 6 specie di Orthoebolavirus, tre delle quali sono note per causare grandi epidemie: Il virus Ebola (Ebov o Ebolavirus Zaire), il virus Sudan (Sudv) e il virus Bundibugyo (Bdbv). Sarebbe proprio quest’ultimo il responsabile di quest’ultima emergenza, e si tratta di un visura al momento provo di cure e vaccini autorizzati, che esistono soltanto per Ebov.
Un’assistenza intensiva precoce, che includa la reidratazione e il trattamento di sintomi specifici, può migliorare le probabilità di sopravvivenza. Quanto alla trasmissione, si ritiene che i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae siano gli ospiti naturali del virus che può trasmettersi alla popolazione umana quando le persone entrano in stretto contatto con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di animali infetti (dai pipistrelli ai primati non umani, fino ad altre specie nella foresta pluviale).
Il contagio da uomo a uomo avviene tramite contatto diretto (attraverso lesioni cutanee o delle mucose) con sangue o fluidi corporei di una persona malata o deceduta per il virus e con oggetti o superfici contaminati. Le persone non possono trasmettere la malattia prima della comparsa dei sintomi e rimangono contagiose finché il virus è presente nel loro sangue. Il periodo di incubazione varia da 2 a 21 giorni.
Per la malattia da virus Ebola, l’Organizzazione mondiale della sanità ha raccomandato il trattamento con due anticorpi monoclonali. E sono due i vaccini approvati, uno dei quali è raccomandato come parte della risposta a un’eventuale epidemia. Per altre malattie della famiglia come quella da virus Sudan ci sono diversi vaccini candidati in diverse fasi di sviluppo e farmaci candidati. Gli esperti in prima linea nella risposta ai focolai puntano sul coinvolgimento della comunità, che viene ritenuto cruciale per il controllo, insieme a interventi su assistenza clinica, sorveglianza e tracciamento dei contatti, servizi di laboratorio, e alla prevenzione e controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie, sepolture sicure e dignitose, vaccinazione (solo per la malattia da virus Ebola).


