Roma, 22 ottobre – Culle sempre più vuote in Italia, che nel 2025 ha registrato 355.772 nuovi nati, sei ogni 1.000 abitanti, con un diminuzione del 3,8% rispetto al 2024: in valori assoluti, significa 14mila nati in meno.
Gli ultimi aggiornamenti dell’Istat nel rapporto Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025 confermano la progressione della denatalità, fenomeno che affligge il nostro Paese ormai da anni: dal 2008, anno nel quale si è registrato il numero massimo di nati vivi degli anni Duemila (oltre 576mila, quasi 10 nati ogni 1.000 abitanti), il calo è pari al 38,3%, per una riduzione complessiva di oltre 220mila unità.
Le nascite da coppie non coniugate nel 2025 sono pari a 156.874 unità (44,1% del totale). Rispetto al 2008 sono aumentate complessivamente di oltre 43mila unità ma nell’ultimo anno, come già nei due precedenti, registrano una diminuzione (-1,8%), sebbene meno intensa rispetto ai nati all’interno del matrimonio. Questi ultimi diminuiscono, infatti, del 5,4% rispetto al 2024 attestandosi a 198.898 unità. L’incidenza dei nati al di fuori del vincolo coniugale continua così a crescere: nel 2025 è pari al 44,1%, +0,9 punti percentuali sul 2024 e +24,4 punti percentuali sul 2008. In particolare, aumenta la quota di nati da genitori che non sono mai stati coniugati (dal 36,9% del 2024 al 38,0% del 2025), mentre continua a scendere, pur lievemente, la quota di nascite da coppie in cui almeno un genitore proviene da una precedente esperienza matrimoniale (dal 6,2% del 2024 al 6,1% del 2025).
La fecondità delle donne laureate è più bassa (1,09 figli per donna) e tardiva (età media al parto di 34,9 anni) rispetto a quella delle donne in possesso di licenza media (1,58 figli e 29,7 anni). Il numero medio di figli per donna raggiunge un nuovo minimo: nel 2025 è pari a 1,14 (da 1,18 nel 2024). La stima provvisoria relativa al periodo gennaio-luglio 2026 evidenzia una fecondità pari a 1,13. Si è quindi ben al di sotto non solo della cosiddetta soglia di sostituzione di 2,1 figli in media per donna, che garantirebbe il ricambio generazionale, ma anche del valore di 1,44 consecutivamente registrato nel triennio 2008-2010, il massimo del nuovo millennio.
La riduzione della fecondità nel 2025 è omogenea sul territorio nazionale. Il Centro continua a essere l’area con la fecondità più bassa, 1,07 nel 2025 (da 1,11 del 2024). Seguono il Nord, con un numero medio di figli per donna che passa da 1,19 a 1,15, e il Mezzogiorno, con un valore pari a 1,16 (1,20 nel 2024). La Sardegna si conferma la Regione con la fecondità più bassa e l’unica con un valore inferiore all’unità (0,85, in calo rispetto a 0,91 del 2024). La Provincia autonoma di Bolzano conserva invece il primato della fecondità più elevata (1,54, in aumento rispetto all’1,51 del 2024.
Il calo demografico italiano prosegue dunque senza inversioni di tendenza, per una serie di concause di natura sociale ed economica che la politica non è riuscita a contrastare e che hanno prodotto e continuano a produrre una crescente propensione a rinviare o rinunciare alla maternità e alla paternità. Che, in combinazione con il fenomeno della diminuzione del numero di potenziali genitori, genera la tempesta perfetta: lo stesso Istat, nelle proiezioni a medio termine, prevede nei prossimi decenni un Paese meno popolato e più anziano. Secondo lo scenario mediano tracciato dall’istituto, i residenti passeranno dai 58,9 milioni del 2025 a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080, con una perdita di oltre 13 milioni di abitanti. E comunque la si coglia vedere, non è certamente una buona notizia.


