Alzheimer, ricercatori di UniTo aprono nuove prospettive per le terapie contro la malattia

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Roma, 4 giugno – Da uno studio guidato e coordinato dall’Università di Torino e condotto in collaborazione con ricercatori dell’Università di Miami, USA, arriva quello che potrebbe essere un contributo di estrema rilevanza nella lotta alla malattia di Alzheimer, fin qui molto lontana dall’essere vinta. La ricerca, pubblicata su Cell Death and Diseas di Nature, indica infatti  “una nuova possibile strategia” per contrastare la malattia, fra le principali cause di demenza nel mondo.

Dal lavoro emerge che  il Ghrh (Growth hormone-releasing hormone) e un suo composto derivato, denominato Mr-409, “sono riusciti a ridurre alcuni dei principali danni associati alla patologia nei modelli sperimentali”, comunica l’ateneo piemontese. “Sebbene siano necessari ulteriori studi prima di arrivare a possibili applicazioni cliniche sull’uomo”, affermano gli autori dello studio “i risultati aprono nuove prospettive per lo sviluppo di terapie innovative contro l’Alzheimer e altre malattie neuro-degenerative. Patologie che, con l’invecchiamento della popolazione, rappresentano una delle più grandi sfide sanitarie e sociali del nostro tempo”.

L’Alzheimer – ricorda l’università di Torino in una nota – colpisce milioni di persone e oggi le cure disponibili riescono soprattutto ad alleviare i sintomi, senza però fermarne davvero la progressione. Per questo motivo la comunità scientifica è impegnata nella ricerca di nuove terapie capaci di proteggere il cervello e rallentare il deterioramento cognitivo.

Nel nuovo studio, guidato da Riccarda Granata (nella foto) del Dipartimento di Biotecnologie molecolari e Scienze per la salute di UniTo, i ricercatori hanno osservato che “il trattamento con Ghrh e Mr-409 aiuta le cellule nervose a sopravvivere e a difendersi dagli effetti tossici della beta-amiloide, la proteina che si accumula nel cervello delle persone con Alzheimer formando le cosiddette placche”.

Nei modelli animali utilizzati per la ricerca, il trattamento ha prodotto “risultati particolarmente incoraggianti: riduzione dell’accumulo di beta-amiloide nel cervello, diminuzione dell’infiammazione cerebrale, protezione dei neuroni e delle connessioni tra le cellule nervose e miglioramento delle capacità cognitive e della memoria”. Gli scienziati hanno inoltre scoperto che “questi effetti avvengono senza alterare in modo significativo gli ormoni della crescita dell’organismo, suggerendo un possibile buon profilo di sicurezza del trattamento”.

“L’aspetto più interessante di questa ricerca – commenta Granata – è che la molecola studiata sembra agire contemporaneamente su più meccanismi coinvolti nell’Alzheimer. Questo potrebbe rappresentare un vantaggio importante rispetto alle terapie attuali, che spesso colpiscono un solo bersaglio della malattia”..

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