Roma, 4 ottobre – Un batterio probiotico ingegnerizzato in modo da renderlo capace di produrre farmaci chemioterapici e stimolanti del sistema immunitario direttamente all’interno dei tumori, Questo il risultato di una ricerca preclinica di un team di ricercatori della Columbia University, pubblicata a metà settembre su Science Translational Medicine. I risultati della sperimentazione (su topi) sono molto promettenti con una efficienza di rimozione dei tumori del colon-retto pari al 43%.
Il batterio usato è il classico (e comune nell’intestino) Escherichia coli, nello specifico il ceppo Nissle 1917, uno stipite probiotico non patogeno in grado di accumularsi in modo selettivo all’interno della massa tumorale. Nel giro di cinque giorni, i batteri hanno raggiunto oltre un miliardo di cellule per grammo di tessuto tumorale, mentre erano praticamente assenti negli altri distretti corporei.
Il passo-chiave è stata la loro modifica genetica affinché producessero l’enzima citosina deaminasi, capace di convertire la 5-fluorocitosina (5-FC), non tossica, nel farmaco chemioterapico 5-fluorouracile (5-FU) mentre si trova dentro il tumore. Per far sì che la chemioterapia rimanesse attiva più a lungo, i ricercatori hanno inoltre eliminato i geni batterici che normalmente degradano il 5-FU.
Tuttavia l’esperienza insegnava che la sola chemioterapia avrebbe innescato le difese del tumore. Per prevenire tale risposta i batteri sono stati ulteriormente ingegnerizzati per rilasciare un super-agonista dell’IL-15 (stimola le cellule immunitarie anti-cancro) e un nanobody che blocca la proteina PD-L1, usata dai tumori per sopprimere gli attacchi del sistema immunitario.
Con questa strategia a tre vie, una singola iniezione batterica dentro il tumore intestinale del topo seguita dalla somministrazione di 5-FC ha eliminato completamente 3 tumori del colon-retto su sette animali testati (43%). Anche i tumori non trattati presenti in altre parti del corpo (Effetto Abscopal) hanno mostrato una crescita più lenta, suggerendo l’attivazione di una risposta immunitaria sistemica. Il trattamento ha inoltre generato una memoria immunitaria nei topi, proteggendoli da un successivo re-incontro con le cellule tumorali.
È il caso di ricordare che si tratta di una ricerca preclinica iniziale, come peraltro testimonia il ridotto numero di topi utilizzati.