Conferenza delle Regioni: “Case di comunità, cronistoria di una conquista per tutti”

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Roma, 29 agosto – Il sito della Conferenza delle Regioni ha ritenuto utile, e comunque opportuno, riproporre  una breve cronistoria delle “case di comunità”, il nuovo pilastro destinato a rafforzare la sanità territoriale, non esitando a definirle già nell’incipit “una conquista per tutti”.

La loro genesi, ricorda il breve prologo della cronistoria della CdR, affonda nella“scrittura del Piano nazionale di ripresa e resilienza che avrebbe consentito di ricevere, in cinque anni, oltre 194 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni“. Una messe di risorse che, nei piani del Governo, dovevano essere impiegate per “risollevare l’Italia dalla crisi generata dalla pandemia” e favorire la ripartenza del Paese, camminando su sei “gambe”  (poi diventate sette con l’avvento del programma Repower Eu). Tra le quali, decisiva per le sorti dell’intero Pnrr, c’è la salute, soggetto e oggetto della Missione 6 del Piano nazionale e – scrive la Conferenza delle Regioni – pilastro che “probabilmente, da solo tiene in piedi l’intera strategia, facendola apprezzare agli occhi dell’intera Europa. Il Pnrr italiano nasce innanzitutto per rafforzare la sanità, per ricucire quel patto tra cittadino e diritto alla salute che un virus terribile aveva minacciato”.
A due mesi dal 30 giugno 2026, data della conclusione formale del Pnrr, modificato più volte negli anni tra varie vicissitudini (cambio di Governo, finanziamenti  rimodulati e altri affiancati, ritardi e rincorse) la Conferenza della Regioni esprime un giudizio in ogni caso positivo sul “Grande Piano”, che – afferma, “ci ha fatto correre in avanti. Che ne dicano i detrattori”. Da qui la decisione, appunto, di ricordarne sul sito istituzionale le tappe salienti e i risultati “portati a casa” per la sanità nazionale.

La Missione 6
La Missione 6 del Pnrr riceve l’8% del totale dei fondi. Si tratta di oltre 15 miliardi, di cui 7 sono destinati al rafforzamento della sanità territoriale e più di 8 a innovare il sistema con telemedicina, banche dati digitali e fascicolo sanitario elettronico. Ai soldi del Pnrr si aggiungono nel tempo altri fondi nazionali, regionali e fondi della Politica di coesione.

Due i tempi previsti per rafforzare la sanità territoriale:  nel primo si punta a riorganizzare l’intero sistema di assistenza per renderlo omogeneo e disegnare un nuovo assetto territoriale. lo strumento “messo a terra” per raggiungere l’obiettivo è il decreto ministeriale n. 77 approvato a maggio 2022, seguito poi. Il secondo tempo è incentrato sulla sfida di realizzare Case e Ospedali di comunità che, a livello locale, rappresentano presidi sanitari di prossimità e nuove strutture di assistenza.
Una strategia, quella della Missione 6, in tutta evidenza è chiaro: avvicinare la risposta sanitaria al bisogno di cure attraverso strutture fisiche e digitali, in modo che sia più efficiente e accessibile alle persone.
Fulcro della Missione è proprio la realizzazione di Case e Ospedali di comunità. Il target, rimodulato nel 2023 per far fronte al rincaro dei prezzi e alle crisi geopolitiche, è fissato in 1.038 Case di comunità e in 307 Ospedali. A realizzare le nuove opere o a rinnovare quelle preesistenti sono le Regioni.
Quante Case di comunità si sono oggi e cosa fanno
La Missione 6 è stata compiuta. Le case di comunità già attive al 30 giugno 2026 in tutta Italia sono 1.224.
Ne sono state realizzate 186 in più rispetto al target minimo previsto di 1.038, grazie allo sforzo congiunto di Regioni e Ministero della Salute. Ma è un numero che potrebbe crescere ancora, dato che la programmazione che le Regioni hanno fissato nei Contratti istituzionali di sviluppo ragiona sul vecchio target di 1.350.
Fatto sta che sul territorio oggi sono disponibili nuovi centri di assistenza che sono distinti tra “hub”, più grandi e capaci di accogliere un bacino fino a 50mila abitanti, e “spoke”, più piccoli e con servizi di base.
Tutte le Case di comunità devono comunque erogare alcune prestazioni, tra cui le cure primarie, l’’assistenza domiciliare, la specialistica ambulatoriale, i servizi infermieristici e di prenotazione e l’integrazione con i servizi sociali
Le Case di comunità hub, inoltre, sono aperte h24 sette giorni su sette, hanno una presenza di infermieri almeno per 12 ore al giorno ogni giorno della settimana, festivi inclusi, ed erogano servizi diagnostici di base come ecografie ed ecodoppler, fanno i prelievi di sangue, garantiscono servizi di continuità assistenziale, ospitano consultori e attività rivolte ai minori.
In alcune strutture si possono anche eseguire le vaccinazioni e gli screening per la prevenzione, oppure accedere ai programmi per la salute mentale o ai controlli di medicina per lo sport. Per trovare la struttura più vicina a casa e seguirne lo stato di completamento, è disponibile la mappa interattiva di Agenas.

Scatole vuote che si stanno riempiendo
Sui giornali sono spesso rimbalzati rilievi critici e opinioni tutt’altro che positivi nei confronti delle Case di comunità, accusate di essere poco più che delle scatole vuote: esistono i muri ma dentro mancano i servizi. A giudizio della CdR, però,  polemiche a parte, le nuove strutture rappresentano “una profonda trasformazione dell’organizzazione del sistema salute che, dopo la pandemia, ha riscoperto l’importanza di cure domiciliari, assistenza a una popolazione sempre più anziana, prevenzione e vicinanza alle situazioni di fragilità”.

Non tutte le Case di comunità, poi, ricorda l sono nuove strutture. In alcuni casi l’investimento prevede una vera e propria edificazione, con la creazione ex novo di centri territoriali in luoghi che ne erano sprovvisti o in aree interne che non erano raggiunte dall’assistenza territoriale; in altri si procede a ristrutturare, innovare e potenziare punti di accesso ai servizi che esistevano da decenni ma erano bisognosi di interventi.
Quest’opera di costruzione e ricostruzione ha rappresentato il primo grande sforzo economico e attuativo. Ora che le case esistono, la sfida è duplice: popolarle di medici, infermieri e personale da un lato, arricchirle di apparecchiature, macchinari e tecnologie, dall’altro.
Ecco a che punto siamo.

I medici di famiglia nelle Case di comunità

Ad aprile 2026 il ministro della Salute, Orazio Schillaci, interviene in Conferenza delle Regioni per presentare ai Governatori l’ipotesi di riforma della medicina generale.  Il 23 aprile, con  un comunicato della Conferenza, il presidente Massimiliano Fedriga (nella foto) saluta con soddisfazione l’avvio del confronto ringraziando Schillaci “per aver condiviso i principi guida che ispirano il riordino della medicina territoriale”. È il primo di una serie di incontri che si susseguiranno tra ministro e Regioni per organizzare quel nuovo assetto che avrebbe portato i medici di base a partecipare alla nuova sanità territoriale disegnata dal già citato Dm 77.

In origine la riforma non punta soltanto ad assicurare una presenza di medici di famiglia all’interno delle Case di comunità, ma introduce molti elementi di novità, tra cui il graduale passaggio dal regime di convenzione a quello di dipendenza del medico dalle aziende sanitarie regionali, la specializzazione di livello universitario e un’omogeneità di trattamento a livello nazionale. La riforma, come è noto, non ha mai visto la luce, ma a giudizio della CdR “ha rappresentato un elemento di forte stimolo alla convergenza tra posizioni diverse, sia all’interno della maggioranza di Governo sia nei rapporti tra Regioni, Sindacato e Governo”.
La svolta arriva il 17 giugno con l’approvazione dell’atto di indirizzo del nuovo Contratto della medicina generale da parte del Comitato di settore Regioni-Sanità, propedeutico all’accordo firmato da Sisac e dalle organizzazioni sanitarie Fimmg e Fmt.
Si legge nel comunicato del 23 giugno della Conferenza delle Regioni: “Il contratto prevede l’introduzione di un obbligo per i medici di medicina generale fino a 6 ore settimanali per 48 settimane annue nelle Case della Comunità tra le 8:00 e le 20:00, con un turno di almeno 3 ore continuative. Per ciascuna ora di attività nelle Case della Comunità, ai medici è garantito un compenso pari a 38,72 euro, oltre oneri, secondo un principio di tariffazione unica su tutto il territorio nazionale. Per garantire la continuità dell’attività, sarà compito della singola Azienda sanitaria definire il fabbisogno orario della struttura, dopo aver impiegato il personale già assegnato ad attività orarie e consultato il referente dell’Aft (Aggregazione funzionaleterritoriale), ove presente, e quindi distribuire le ore residue tra i medici operanti nel territorio della Casa della Comunità”.
Con l’avallo della Corte dei Conti e l’intesa raggiunta nella successiva riunione della Conferenza Stato-Regioni del 26 giugno, viene così risolto il nodo della presenza dei medici di famiglia all’interno delle nuove strutture. Resta da sciogliere quello relativo alle altre figure specialistiche che man mano andranno ad “abitare” le nuove Case di comunità.
Per medici di famiglia, pediatri, infermieri, assistenti sociali, specialisti e altri operatori, il 28 luglio 2026 Agenas emana le linee guida affinché operino tutti in una équipe stabile capace di seguire il cittadino lungo tutto il percorso assistenziale. Resta ora da vedere se le guidelines dell’Agenzia saranno sufficienti.

Macchinari e apparecchiature per visite ed esami 
Per essere riempita la scatola vuota non ha però bisogno solo si medici e professionisti, ma anche di forniture mediche e tecniche. Anche qui, l’investimento è cospicuo. A disposizione c’è una dotazione di oltre 235 milioni di euro che viene assegnata alle Regioni per procurarsi attrezzature e dispositivi che saranno utilizzati dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta presenti sia nelle case di comunità hub sia in quelle spoke, e che dovranno risultare compatibili con la Piattaforma nazionale di telemedicina e i relativi servizi a distanza e con il Fascicolo sanitario elettronico.

Nel disporre le somme, però, il decreto su cui si è espressa l’intesa nella Conferenza Stato-Regioni del 23 luglio scorso ne vincola il 50% all’acquisto di strumenti per gli studi dei medici che si trovano nelle aree interne, nelle zone meno coperte dall’assistenza territoriale come le piccole isole o in quelle più fragili come le periferie urbane, in coerenza con l’obiettivo originario: favorire la capillarità dei servizi di prima diagnostica e una maggiore equità di accesso alle cure laddove più lo richiedano la conformazione geografiche e morfologiche del territorio o le caratteristiche demografiche.

Insomma, l’obiettivo resta sempre quello sul quale non v’è chi non sia d’accordo, ovvero “creare una sanità vicina al paziente”. Ma è doveroso osservare che la cronistoria della Conferenza delle Ragioni restituisce un quadro del percorso e della situazione forse un filo più idilliaco di quanto non sia. Il percorso da fare, a due mesi dalla chiusura formale del Pnrr, è infatti ancora lungo e non privo di problemi e insidie, almeno in quel posto che si chiama realtà: per dirne una, la presenza degli infermieri all’interno delle Case  di comunità (almeno 19mila i professionisti necessari) resta avvolta nella nebbia di molti, troppi punti ancora da chiarire sia sulle linee guida sia sul nuovo contratto professionale degli Ip, che “non chiariscono l’identikit di questa figura cruciale per la riforma dell’assistenza”, come riferisce su  24Ore Salute un puntuale articolo di Stefano Simonetti,
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