Indagine Tackle Hiv 2026 Italia: a frenare la prevenzione è l’illusione del “rischio zero”

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Roma, 8 novembre – La maggior parte degli italiani conosce l’Hiv ma continua a considerare remoto il proprio rischio personale di contrarre l’infezione, una percezione che riduce il ricorso al test e, conseguentemente, alle strategie di prevenzione.

È quanto emerge dall’indagine “Tackle Hiv 2026 Italia”, condotta online da Research Without Barriers (RWB) per ViiV Healthcare, in collaborazione con Terrence Higgins Trust. I risultati sono stati presentati a Casa Gsk a Verona. La ricerca si inserisce nell’iniziativa internazionale Tackle Hiv, giunta al sesto anno, che utilizza la grande popolarità dello sport per avvicinare le comunità e favorire un cambiamento nelle conoscenze e nei comportamenti rispetto al virus. Protagonista della campagna 2026 è Gareth Thomas, ex capitano della nazionale gallese di rugby (nella foto), primo giocatore professionista a dichiararsi apertamente gay nel 2009 e, dal 2019, pubblicamente persona con Hiv.

“Ho scelto di raccontare la mia storia anche per ricordare che dietro le statistiche – fondamentali per comprendere il quadro dell’Hiv – ci sono persone, con relazioni, sogni e progetti” ha detto Thomas, intervenuto all’evento veronese. “Con Tackle HIV vogliamo dare voce a queste esperienze e portare la consapevolezza nelle comunità, usando la forza del rugby, e in generale dello sport, per aprire conversazioni, mettere in discussione i falsi miti e contrastare lo stigma. Una maggiore conoscenza e il superamento dei pregiudizi possono contribuire concretamente a migliorare la vita delle persone con Hiv”.

Il primo dato emerso dall’indagine riguarda la percezione del rischio di contrarre l’Hiv. Gli intervistati italiani lo associano soprattutto agli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (79%), alle persone che fanno uso di sostanze per via endovenosa (72%) e alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso (70%). Il rischio viene riconosciuto anche per gli uomini eterosessuali (59%) e le donne eterosessuali (57%), ma con percentuali inferiori. Seguono le donne che hanno rapporti sessuali con donne (51%), le persone transgender (41%), i migranti (21%), le minoranze etniche (18%) e i bambini (14%). Soltanto il 2% degli intervistati non considera a rischio nessuna delle popolazioni proposte.

Risultati che mostrano come  il rischio di contrarre l’Hiv venga ancora associato soprattutto ad alcuni gruppi, quasi fosse una realtà lontana dalla propria esperienza. Ma, commenta Davide Moschese (nella foto), del Dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale Luigi Sacco – Università degli Studi di Milano, “questa percezione può portare a sottovalutare l’esposizione personale e a rinunciare al test: non a caso, tra chi dichiara che non lo farebbe, la convinzione di non essere a rischio rappresenta di gran lunga la barriera principale”.

Eppure, quasi sette persone su dieci mostrano di essere aperte nei confronti dell’effettuazione del test Hiv: il 27% degli intervistati dichiara di averlo già effettuato e il 42% prenderebbe in considerazione l’idea di farlo, cosa che invece escludono di fare il 21% degli intervistati, mentre il 10% non sa rispondere.

Tra i due cittadini su 10 che escludono di fare il test, la ragione e per la larghissima maggioranza (85%) la convinzione di non essere a rischio. Nella quota residuale, e quindi molto meno frequenti, si registra però anche la presenza di altri ostacoli: il costo del test (6%), la difficoltà a capire dove effettuarlo (5%), l’imbarazzo se altri ne venissero a conoscenza (3%), il desiderio di non conoscere il proprio stato sierologico (3%), la preoccupazione per l’effettuazione del prelievo o lo skin prick test (3%), la mancanza di tempo (3%), il timore che un’eventuale diagnosi venga scoperta da altre persone (2%) e altre motivazioni (3%).

“Dobbiamo promuovere una consapevolezza più corretta e inclusiva, normalizzando il test come strumento di prevenzione attiva” afferma Moschese. “Occorre rendere il test sempre più accessibile e accompagnarlo con informazioni chiare su tutte le modalità di prevenzione dell’Hiv, compresa la PrEP, ancora oggi troppo poco utilizzata in Italia. Le opzioni innovative oggi disponibili” conclude sul punto  l’infettivologo  “possono contribuire concretamente a superare lo stigma e a costruire percorsi di prevenzione e cura più personalizzati“

Ma le incertezze non riguardano soltanto il rischio di contrarre la malattia e il test, ma anche gli effetti delle terapie sulla trasmissione del virus. Alla domanda se una persona con Hiv in trattamento efficace possa trasmettere il virus a un partner sessuale, il 51% degli intervistati risponde sì, il 25% no e il 24% dichiara di non sapere. Nel complesso, il 75% degli intervistati, ovvero tre persone su quattro, non riconoscono  correttamente, o non conoscono affatto, il principio U=U (undetectable=untransmittable), secondo il quale un efficace trattamento con farmaci anti-retrovirali impedisce la trasmissione per via sessuale del virus.

Va meglio sul fronte della percezione della vita quotidiana, decisamente più positiva: il 59% degli intervistati non ritiene che convivere con l’Hiv impedisca di svolgere le attività proposte nel questionario, tra le quali figuarano avere una relazione sessuale, praticare sport di contatto, viaggiare, socializzare e svolgere attività fisica, oltre a lavorare in ambiti come i servizi di emergenza, la sanità, le forze armate, l’assistenza, l’insegnamento, lo sport professionistico e l’aviazione.

Emergono, insomma, segnali di progressi significativi nella conoscenza dell’Hiv, ma “che devono ancora consolidarsi” afferma Cristina Zocchetti (nella foto), direttore medico di ViiV Healthcare Italia. “Oggi, grazie all’efficacia dei trattamenti e a una presa in carico adeguata, le persone con Hiv possono avere una qualità di vita paragonabile a quella delle persone che non hanno l’infezione. Far conoscere meglio questa realtà è essenziale per colmare le lacune informative, superare le convinzioni errate e ridurre lo stigma“.

Da Tackle Hiv 2026 Italia scaturisce il ritratto di dove la conoscenza dell’Hiv è abbastanza diffusa, tanto che la maggioranza degli intervistati riconosce che le persone con Hiv possono condurre una vita piena e attiva. Ma resta una conoscenza che lascia ancora troppo spazio a una non adeguata valutazione e percezione del rischio personale, fondata principalmente sulla convinzione di non esservi esposti. E ciò si traduce nella scelta largamente maggioritaria di non sottoporsi al test e nella conoscenza ancora insufficiente dell’effetto delle terapie sulla trasmissione del virus.

Per migliorare ulteriormente i segnali positivi comunque registrati, andrebbe ridotta la distanza tra ciò che le persone ancora percepiscono e una migliore conoscenza di ciò che in materia di prevenzione dell’Hiv, è oggi possibile, Un obiettivo che può essere raggiunto sul terreno dell’innovazione, rendendo il test più accessibile e avvicinando così la prevenzione ai bisogni individuali, ma anche continuando a migliorare i trattamenti e la presa in carico dei pazienti.

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