Istat, nascite ancora in forte calo (-3,9%), minimo storico (1,14) del rapporto figli/donna

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Roma, 23 maggio – I fenomeni demografici – che  incidono in modo decisivo sui destini del Paese, concorrendo a determinarne i destini nel medio-lungo periodo – dovrebbero essere una delle principali preoccupazioni di una classe politica che,  prima che ai consensi e alle scelte di corto raggio finalizzate a generare consensi, dovrebbe occuparsi anche, se non soprattutto, di scelte di respiro più ampio che guardino più lontano, riflettendo sulla famosa (e fin qui sostanzialmente inascoltata) riflessione di Alcide De Gasperi sulla differenza tra un politico – che guarda alle prossime elezioni – e uno statista, che si preoccupa invece delle nuove generazioni.

Proprio per questo il nostro giornale segue con particolare attenzione l’attività dell’Istat dedicata alle tendenze e alle trasformazioni che (a velocità più rapida di quanto siamo portati a ritenere ) si registrano nella popolazione italiana. Gli ultimi dati, desunti dal Rapporto annuale 2026 che l’Istituto centrale di statistica ha presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati, offrono come sempre importanti argomenti di riflessione. Il primo tra tutti è, ancora una volta, il perdurare alle nostra latitudini dell’inverno demografico: anche nel 2025 le nascite ahhano registrato nel nostro Paese un’ulteriore calo, fermandosi a 355 mila unità (-3,9 per cento sul 2024). La denatalità – osserva l’Istat, “è un fenomeno di lungo corso, determinato dalla riduzione dei potenziali genitori e dalla continua diminuzione della propensione ad avere figli. Nel 2025 il numero medio di figli per donna cala nuovamente, passando da 1,18 del 2024 al minimo storico di 1,14“.

Il problema è che il progressivo svuotamento delle culle sembra procede senza flessioni, anche in ragione dell’assenza di adeguate politiche di contrasto. Le ultime previsioni demografiche di respiro più lungo, aggiornate al 2024, elaborate dall’Istat e tutt’altro che confortanti, stimavano che la popolazione residente, già oggi sotto i 59 milioni, scenderà a  54,7 milioni entro il 2050, con un calo graduale ma costante nel tempo. In meno di un quarto di secolo, il Paese perderà insomma una quota di popolazione superiore alla somma di quella delle sue due città più popolose:  Roma (2,765 milioni) e Milano (1,366 milioni).

Acquista così corpo e sostanza lo scenario apocalittico descritto dallo studio Rinascita Italia, presentato da The European House – Ambrosetti nell’autunno del 2023, secondo il quale (sulla base degli attuali trend ventennali di mortalità e natalità), gli italiani finiranno per estinguersi nel breve volgere di due secoli: l’ultimo cittadino italiano potrebbe infatti nascere tra poco più di 200 anni e morire tra circa 300. Nel frattempo, il nostro Paese avrà ovviamente fatto in tempo a “evaporare” da un pezzo, dal momento che la riduzione dei potenziali genitori è anche riduzione della popolazione e quindi dei potenziali lavoratori.

Nel 2024, a fronte di un valore medio generale di 1,18 figli per donna, l’Istat registra che la fecondità è pari a 1,12 tra le laureate e tra chi possiede un diploma di scuola secondaria di secondo grado, mentre le donne con titolo di licenza media hanno una fecondità più alta (1,59), mettendo così in luce la relazione tra il calo delle nascite e la maggiore istruzione delle donne e la loro crescente partecipazione al mercato del lavoro. La posticipazione della genitorialità verso età più avanzate (nel 2025 l’età media al parto è di 32,7 anni) determina una crescente incidenza di nascite da madri over 40.

Tuttavia, dopo questa soglia di età la probabilità di concepire naturalmente si riduce drasticamente. Le tecniche di Procreazione medicalmente assistita (Pma) rappresentano sempre più una possibilità concreta di diventare genitori. Nel 2023, la Pma ha contribuito per il 3,9 per cento alla fecondità totale, un valore quasi raddoppiato nell’arco di un decennio (dal 2,1 per cento del 2013).

In un quadro demografico caratterizzato dal continuo calo del numero medio di figli e dalla posticipazione della genitorialità, osserrva ancora l’Istat, le intenzioni di fecondità rappresentano un indicatore cruciale per comprendere i progetti familiari degli individui. In Italia, nel 2024, 9,8 milioni di persone tra i 18 e 49 anni intendono avere figli in futuro (45,3 per cento a fronte del 50,7 per cento del 2003). Per contro, ben 10,7 milioni di persone, poco meno della metà dei 18-49enni, dichiara che non intende avere figli. Chi intende avere figli ne desidera prevalentemente due (41,7 per cento), il 7,5 per cento ne vorrebbe solo uno e il 14,4 per cento tre o più.

Tra quanti non intendono avere figli, solo una piccola parte afferma che i figli non rientrano nel progetto di vita (5,5 per cento), tre su dieci hanno già quelli che desiderano (32,0 per cento), mentre la fetta più ampia (62,2 per cento, oltre 6,6 milioni di persone) ha rinunciato ad avere i figli desiderati per problematiche di varia natura.

Il calo delle intenzioni di fecondità si riflette in un aumento delle persone che, oltrepassata la soglia dei 50 anni, sono senza figli. Nel 2003 erano 2,8 milioni (12,9 per cento della popolazione di 50 anni e più); nel 2024 sono salite a 6,4 milioni (22,8 per cento).

Il quadro, per chi voglia considerarlo nella sua cruda realtà, non è critico, ma drammatico  e per correggerlo servirebbero risposte politiche urgenti che invece latitano praticamente da sempre: misure economiche, fiscali e lavorative mirate, potenziamento dei servizi locali per la prima infanzia e il caregiving, politiche abitative per le giovani coppie, interventi sulla leva degli stipendi, troppo bassi. Servono a poco o niente (come testimoniano i dati in peggioramento) i timidissimi segnali di cambiamento come quelli lanciati dall’attuale governo nella manovra finanziaria 2026, come ad esempio la modifica dell’Isee, la stabilizzazione di un fondo strutturale presso il Mef per sostenere spese delle famiglie per i figli durante l’estate e alcune misure volte a favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro.

A voler essere generosi, si tratta solo di segnali di buona volontà, come al nostro giornale capitò di osservare in passato,  forse utili a drenare qualche consenso elettorale, ma del tutto inutili per affrontare una questione che avrebbe bisogno di ben altro, a partire da un nuovo ordine delle priorità  politiche, non solo in sede nazionale ma a livello europeo.

Proprio l’Europa, così come avviene per le spese militari, per la crisi energetica e per la transizione ecologica (che godono di un regime di favore rispetto al patto di stabilità Ue) dovrebbe essere la prima a dare un segnale, assumendo la responsabilità di garantire maggiore flessibilità nelle risorse destinate alla natalità e promuovendo un cambiamento culturale. Se non inseriscono le politiche familiari come parte integrante della strategia di sviluppo europeo e a cascata nazionale, anziché considerarle un semplice complemento delle politiche sociali, non solo non ci sarà più “il futuro di una volta”, per citare il poeta Mark Strand, ma – molto più semplicemente – non ci sarà proprio il futuro.

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