Roma, 22 settembre – La magnifiche sorti e progressive – oltre che ultra-decennali – dell’immunizzazione della popolazione pediatrica sembrano subire una preoccupante battuta d’arresto. La cattiva notizia – perché di questo si tratta – arriva da uno studio pubblicato su The Lancet Regional Health–Europe, realizzato da un gruppo di ricercatori italiani (Leonardo Villani, Luigi Russo, Francesco Andrea Causio, Cosimo Savoia, Roberta Pastorino, Chiara De Waure, Walter Ricciardi e Stefania Boccia) con il contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il lavoro, intitolato Trends in childhood vaccination coverage in the European Union, 1980–2024: an ecological time-series study”, analizza il percorso delle vaccinazioni pediatriche nell’Unione europea nell’arco di oltre quarant’anni. Dall’esame dei dati dell’Oms e dell’Unicef relativi ai 27 Stati membri della Ue e dell’andamento delle coperture dal 1980 al 2024 per sette vaccinazioni o cicli vaccinali (difterite, tetano e pertosse; epatite B; Haemophilus influenzae di tipo b; pneumococco; poliomielite; morbillo e rosolia), è scaturito – insieme alla conferma dei risultati positivi ottenuti in oltre quarant’anni dalle politiche vaccinali europee – un cambio di direzione: i ricercatori hanno infatti rilevato in 16 dei 27 Paesi dell’Unione europea tendenze in diminuzione per almeno quattro delle vaccinazioni considerate.
I cali più significativi riguardano le vaccinazioni contro l’Haemophilus influenzae di tipo b e la poliomielite, entrambe in diminuzione in 20 Paesi. Seguono l’epatite B, con una tendenza negativa in 18 Paesi, e la vaccinazione contro difterite, tetano e pertosse, in calo in 17. Molte delle inversioni di tendenza sono iniziate tra il 2019 e il 2022, periodo coincidente con la pandemia e con le difficoltà nell’erogazione ordinaria dei servizi vaccinali.
Il team di ricercatori italiani precisa però che – essendo lo studio dedicato a indagare l’andamento delle coperture – non consente di stabilire con certezza un rapporto causale diretto, dal momento che le interruzioni dei servizi, certamente causate dall’emergenza pandemica possono essere state prodotte da concause come barriere di accesso, disuguaglianze sociali, difficoltà comunicative, disinformazione e – non da ultimo – la riduzione della fiducia nei vaccini seguita alle aggressive campagne no vax massicciamente diffuse durante gli anni della pandemia e in quelli seguenti.
In ogni caso, gli autori della ricerca hanno cura di precisare che il messaggio principale che scaturisce dalla ricerca , come spiega Leonardo Villani. “Stiamo osservando segnali di allerta recenti che si sovrappongono a decenni di importanti conquiste di salute pubblica. È fondamentale che gli elevati livelli di copertura raggiunti non inducano a sottovalutare il problema”.
“Questa ricerca dimostra che non possiamo considerare irreversibili i risultati raggiunti grazie alle vaccinazioni”, afferma Walter Ricciardi (nella foto), professore di Igiene e Sanità pubblica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Osservatorio sulla Salute Bene Comune, che promuove una visione della salute come responsabilità condivisa e patrimonio collettivo e si impegna a favorire il confronto tra ricerca, istituzioni, professionisti e società civile, in particolare sul terreno della prevenzione, dell’equità di accesso e della fiducia dei cittadini. “Quando le coperture iniziano a diminuire, anche partendo da livelli elevati, si creano progressivamente le condizioni per il ritorno di malattie che pensavamo di avere posto sotto controllo. Il compito dell’Osservatorio è contribuire a trasformare questi segnali in consapevolezza e iniziativa pubblica, rafforzando il dialogo tra scienza e istituzioni. Occorre intervenire subito sui servizi territoriali, sulla sorveglianza e su una comunicazione scientifica autorevole, trasparente e comprensibile”.
In Europa, la situazione si presenta ancora eterogenea. Le coperture continuano a superare il 90% in molti Paesi, ma soltanto Lussemburgo e Portogallo raggiungono almeno il 95% per tutti e sette gli indicatori analizzati. Anche in territori caratterizzati da valori nazionali elevati, una riduzione progressiva può creare sacche locali di popolazione non protetta, aumentando il rischio di nuovi focolai. La buona notizia è che l’Italia presenta un quadro relativamente più favorevole rispetto ad altri Stati europei, con un andamento recente positivo per almeno la metà delle vaccinazioni considerate. Il dato, tuttavia, non deve ridurre l’attenzione verso le differenze territoriali e verso la necessità di mantenere alte e omogenee le coperture.
“Il valore dello studio risiede nella capacità di leggere congiuntamente oltre quarant’anni di dati e di individuare precocemente i cambiamenti in atto”, spiega Stefania Boccia, professoressa di Igiene e Sanità pubblica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Le medie nazionali, da sole, non sono sufficienti: è necessario riconoscere le disuguaglianze territoriali e sociali che possono lasciare senza adeguata protezione specifiche comunità. Le politiche vaccinali dovranno essere sempre più mirate, accessibili e fondate su sistemi di monitoraggio tempestivi e affidabili”.
Una posizione ribadita da VIllani, che invita a “non dare per scontati i risultati raggiunti. Lo studio individua segnali di allerta in un momento nel quale c’è ancora tempo per intervenire. Il messaggio centrale resta semplice” conclude il ricercatore. “I vaccini salvano vite e proteggere le coperture significa difendere un bene comune”.
La ricerca italiana supportata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore fornisce alle istituzioni una base scientifica per rafforzare la sorveglianza, individuare tempestivamente le aree di vulnerabilità e programmare interventi mirati. In questo percorso, l’Osservatorio sulla Salute Bene Comune può svolgere una funzione di raccordo e sensibilizzazione, sostenendo politiche vaccinali fondate sulle evidenze, accessibili nei territori e capaci di contrastare disuguaglianze e disinformazione.


