Gimbe: “Lea, promosse 18 Regioni, ma milioni rinunciano alle cure, regole da rivedere”

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Roma, 23 settembre – Rivedere le regole di valutazione dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, abbandonando l’attitudine ad assegnare con manica larga un voto minimo di sufficienza per la promozione per adottare invece criteri che facciano sì che la classifica diventi uno strumento di rendicontazione pubblica e di miglioramento continuo: più indicatori, soglie più elevate, dati tempestivi e misure capaci di rilevare accesso reale alle prestazioni, liste d’attesa, rinunce, esiti e diseguaglianze territoriali, oltre a meccanismi che valorizzino i progressi e la riduzione dei divari.

Questa la richiesta avanzata dalla Fondazione Gimbe alla luce di quanto emerso dalla sua ultima analisi indipendente per misurare le differenze regionali e verificare che cosa l’attuale “pagella” dei Lea – che nel 2024 promuove ben 18 Regioni su 21 –  riesce realmente a documentare. Un risultato all’apparenza positivo, ma che è in drammatico  contrasto con i quasi 5,8 milioni di italiani che hanno rinunciato ad almeno una visita o un accertamento diagnostico prescritti dal medico.

Nel suo report Gimbe ha  analizzato per ciascuna Regione e Provincia autonoma, lo stato di adempimento, i punteggi nelle tre macro-aree, la posizione nella classifica Gimbe e le variazioni rispetto al 2023. “Proprio la paradossale dicotomia tra le numerose promozioni e le crescenti difficoltà di accesso alle prestazioni” spiega il presidente Nino Cartabellotta (nella foto) “impone di guardare oltre i punteggi e di analizzare i limiti della pagella.

Gimbe ha sommato i punteggi delle tre macro-aree e suddiviso i risultati in quartili. “La classifica che è scaturita  restituisce una fotografia del divario Nord-Sud molto più nitida” spiega Cartabellotta. “Nelle prime dieci posizioni si collocano sette Regioni del Nord, due del Centro e una sola del Sud, la Puglia. Nelle ultime sette, fatta eccezione per Bolzano, si trovano solo Regioni del Mezzogiorno”.

I punteggi ottenuti nelle tre macro-aree restituiscono classifiche differenti, che permettono di individuare i punti di forza e le criticità. Alcune Regioni occupano posizioni simili nelle tre aree, documentando una relativa uniformità delle performance, sia su livelli elevati (come Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Veneto) sia su livelli più bassi (a esempio Molise e Basilicata). Altre mostrano invece una marcata variabilità tra le tre macro-aree, in particolare Calabria, Valle d’Aosta, Liguria e Bolzano. “Queste differenze confermano che in una Regione adempiente possono convivere performance molto diverse spiega ancora il presidente di Gimbe. “E un Servizio sanitario regionale che funziona bene in un’area e arranca nelle altre non può certo considerarsi equilibrato’.

Da qui la richiesta della Fondazione Gimbe al ministero e alle  Regioni di rivedere le regole di valutazione. La ‘pagella’ che emerge dal monitoraggio dei Lea “non incentiva il miglioramento e la riduzione dei divari regionali e, di fatto, ignora le persone a cui viene negato il diritto alla salute“,  afferma Cartabellotta. L’attuale monitoraggio, insomma, “conferma che la tutela della salute continua a dipendere in misura rilevante dalla Regione di residenza e che la frattura Nord-Sud rimane profonda. Ma la ‘pagella’ con cui lo Stato verifica l’adempimento delle Regioni certifica solo il superamento di una soglia amministrativa minima. Non misura la qualità dell’assistenza né l’equità di accesso ai Lea, né documenta le diseguaglianze interne alle Regioni”. Ovvero, sottolinea Cartabellotta, proprio quello che deve invece essere misurato, se davvero si punta a correggere quello che non funziona nella nostra sanità.

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