Roma, 14 ottobre – I diabetici italiani? Sono circa 3,8 milioni, ovvero qualche migliaio in più delle popolazioni di Milano, Napoli, Torino e Palermo messe insieme. Un cifra che corrisponde al 6,4% della popolazione nazionale complessiva e al 7,5% della popolazione adulta. Il diabete mellito, com’è ormai nozione comune, è causato dall’iperglicemia, l’aumento del livello di glucosio nel sangue, dovuto a un difetto di secrezione dell’insulina, l’ormone prodotto dal pancreas deputato al controllo dei livelli di zucchero, o a una sua azione inadeguata. Ne esistono due diverse tipologie: il diabete di tipo 1 e il diabete del tipo 2, patologie molto diverse tra loro, sia per le modalità di insorgenza sia per la terapia e l’impatto sulla vita dei pazienti. Più del 90% dei diabetici soffre del tipo 2.
Sono alcuni dei dati che emergono dalla 19ma edizione dell’Italian Barometer Diabetes Report 2026, elaborato da ricercatori di Ibdo
Foundation, Istat, Coresearch, BHave Health Ecosystem Institute, Osservatorio sulla salute bene comune e Planetary Health Inner Circle, presentato al Senato su iniziativa di Daniela Sbrollini (Iv, nella foto) in collaborazione con l’Intergruppo parlamentare obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili e l’Università di Roma Tor Vergata.
Il report registra la progressiva crescita della prevalenza, che è passata in 20 anni dal 4,2% del 2005 al 5,4% del 2015, fino al 6,4% del 2025, pari a un incremento del 52% che si attesta al 23% al netto dell’invecchiamento della popolazione. Si stima inoltre che a questi numeri vada aggiunto il milione e più di “diabetici a loro insaputa”, ovvero cittadini che hanno la malattia ma lo ignorano, essendo il diabete una patologia silente. Per anni la glicemia elevata può infatti non manifestarsi con segnali percepibili: i sintomi più evidenti (sete intensa, bisogno frequente di urinare e stanchezza) di solito compaiono quando i valori sono già marcatamente alterati. Ciò fa sì che la malattia (la cui diagnosi è essenzialmente basata su esami del sangue) venga scoperta da molti più tardi del dovuto, talvolta quando alcune complicanze hanno già iniziato a svilupparsi. Il dato sulle persone con diabete non diagnosticato va in ogni caso letto con la dovuta cautela: si tratta infatti di una stima ricavata con metodi indiretti, e non di un conteggio.
“Il diabete è oggi una delle patologie croniche più diffuse in Italia” ed “è una malattia silenziosa, ma che ha un impatto profondo sulla vita
dei pazienti e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale” ha sottolineato il ministro della Salute Orazio Schillaci commentando gli esiti dell’indagine. Per Paolo Sbraccia, presidente di Ibdo Foundation (nella foto), la diabetologia “sta attraversando una profonda evoluzione. Il controllo della glicemia resta fondamentale, ma oggi l’obiettivo è più ampio: prevenire le complicanze, proteggere gli organi e gestire in modo integrato il rischio cardiovascolare, renale e metabolico nel lungo periodo”. La senatrice Sbrollini ha invece voluto sottolineare la connessione del diabete con l’obesità e le patologie cardiovascolari, circostanza che richiede di affrontare le tre condizioni, considerate le loro profonde interrelazioni, all’interno di uno stesso quadro, anziché affrontarle con percorsi separati “che comportano il rischio di frammentare la presa in carico e perdere opportunità di prevenzione”.
La quasi totalità dei casi di diabete, come già detto a inizio articolo, è del tipo 2, condizione che scaturisce dalla sommatoria tra la presenza di insulino-resistenza, ovvero di ridotta risposta dei tessuti all’insulina, e del progressivo esaurimento delle cellule del pancreas che la producono. Un rischio che cresce con l’età, con l’eccesso di peso (soprattutto se il surplus ponderale è dovuto a grasso addominale), con la scarsa attività fisica e con la familiarità. Il divario tra l’aumento grezzo della prevalenza e quello corretto per l’età mostra che l’invecchiamento della popolazione spiega una parte rilevante della crescita di diffusione della patologia, ma non tutta. Il resto, secondo le rlevazioni degli studosi. è coerente con la diffusione di sovrappeso e inattività fisica.
L’Italian Barometer Diabetes Report 2026 mostra che la diffusione del diabete varia in modo marcato tra le macro-aree del Paese. Tra gli adulti di età pari o superiore a 45 anni, la prevalenza mediana nazionale è del 10,3 %, ma sale al 12,9 % nel Mezzogiorno, contro l’8,7 % al Nord e il 9,7 % al Centro. Le differenze sono ancora più evidenti quando si considerano i livelli di istruzione: nella fascia 45-64 anni, il tasso è del 5,9 % tra chi ha un basso titolo di studio, contro il 3,7 % tra chi possiede almeno un diploma; tra gli over 65, i valori sono rispettivamente del 21,8 % e del 15,8 %.
Su un punto si registra un consenso molto solido tra gli esperti della comunità scientifica: alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e riduzione del peso in eccesso abbassano il rischio di passare dal pre-diabete al diabete e migliorano il controllo metabolico in chi è già malato. Un calo di peso consistente può portare, in alcuni casi e soprattutto nelle fasi iniziali, alla remissione della malattia. Restano però incerte la durata di questa remissione nel lungo periodo e la sua variabilità da persona a persona.


