Roma, 21 ottobre – Influenza, una malattia da non prendere sottogamba, perché – oltre a essere una patologia invalidante nelle persone anziane e con fragilità – quando colpisce impatta in ogni caso nella vita quotidiana di tantissimi cittadini (dai 12 ai 14 milioni ogni anno), con conseguenze non solo sanitarie, ma anche sociali ed economiche, come attesta, solo per fare l’esempio più immediato, la perdita di milioni di giornate di scuola e di lavoro.
“È veramente un’epidemia importante da prevenire, e anche medici e operatori sanitari devono dare l’esempio” spiega ad Adnkronos Salute Paolo Bonfanti (nella foto), professore ordinario in Malattie infettive e tropicali all’università degli Studi di Milano-Bicocca, reduce dal convegno dedicato alle malattie infettive ‘Acta Reboot’, tenutosi nel capoluogo lombardo nei giorni scorsi. I dati italiani indicano ancora coperture non ottimali. “Anche in Lombardia, che è una delle Regioni con i tassi di adesione più alti, nella campagna precedente quasi una persona anziana su due non si è vaccinata contro l’influenza, la copertura ha raggiunto il 51,91%” ha sottolineato l’infettivologo
Da qui l’appello di Bonfanti a non mancare l’appuntamento con la prevenzione. “Stiamo cercando di far passare un nuovo concetto, che vale non solo per l’antinfluenzale, ma anche per altri tipi di vaccini. Se per i bambini il valore è principalmente di tipo preventivo, nella persona adulta, anziana e soprattutto con comorbidità (ad esempio nel paziente cardiopatico) il vaccino è parte del percorso terapeutico” spiega l’infettivologo. “Ce lo ha insegnato la pandemia: con il Covid le persone che avevano altre malattie rischiavano di sviluppare forme più gravi, ma anche dopo essere guarite si ritrovavano di frequente con la propria malattia di base aggravata rispetto a prima. In generale gli episodi infettivi nelle persone fragili possono avere questo effetto di peggiorare le patologie preesistenti. Ecco perché diventa doppiamente importante vaccinarsi” insiste Bonfanti. “E poiché spesso queste persone sono seguite negli ospedali da centri di riferimento per le loro malattie croniche, sarebbe molto importante che venissero vaccinate direttamente nei centri, perché anche il vaccino fa parte del percorso di cura”.
Per adesso, aggiunge l’esperto, “siamo in una fase in cui non abbiamo segni che sia partita l’epidemia influenzale. Covid circola fortunatamente ancora molto poco e circolano principalmente virus parainfluenzali. Non c’è al momento neanche il virus respiratorio sinciziale (Rsv), altro virus pericoloso. Ed è un buon momento dunque per vaccinarsi”, prima che esploda il contagio.
Per Bonfanti si è fatto già molto nel cercare di abbassare le barriere di accesso alla vaccinazione, a partire dalla gratuità dei vaccini e dall’allargamento della possibilità di immunizzarsi sotto casa dal proprio medico di famiglia, nelle ormai molte farmacie che aderiscono alla campagna vaccinale o dal pediatra di libera scelta. “In particolare in Lombardia sono state messe in campo tante azioni” afferma l’infettivologo. “Il vaccino di fatto è offerto gratuitamente davvero a tutti, non solo alle persone over 65 o alle categorie a rischio”.
Il fatto è che avere un vaccino più disponibile, pur migliorando anche di molto le cose, non significa automaticamente che le persone che ne hanno maggior bisogno lo utilizzino. “Qualcosa di più si può ancora fare, soprattutto all’interno degli ospedali come presa in carico” argomenta Bonfanti. “Bisogna insistere anche con la comunicazione, perché sui vaccini continuano a circolare opinioni false sul fatto che siano rischiosi. E viviamo in tempi in cui le informazioni circolano non controllate”, specie via social, “e purtroppo influenzano molto. Dunque un lavoro che dobbiamo fare tutti insieme è la corretta informazione, a partire dagli enti come le Regioni, che organizzano la sanità e possono mettere in atto tutti gli strumenti per facilitare l’accesso. Noi clinici poi dobbiamo essere sempre molto chiari rispetto ai vantaggi che i vaccini possono offrire”.
La prima cosa da fare, la più chiara e convincente, è dare l’esempio in prima persona, vaccinandosi: “Purtroppo medici e infermieri sono tra le categorie che si vaccinano meno ed è un grosso problema che dovrebbe spingerci a riflettere al nostro interno” afferma Bonfanti al riguardo. Ma tutti i professionisti della sanitàhanno una responsabilità legata a due aspetti, ricorda l’infettivologo: “Dare l’esempio, perché se il medico che propone il vaccino non si vaccina c’è qualcosa che non funziona nella comunicazione; e poi c’è il fatto che chi lavora in ospedale o in un ambulatorio ammalandosi rischia di trasmettere l’infezione a persone fragili, quindi ha una responsabilità che definirei morale nel vaccinarsi. E’ un tema importante”.


