Trasfusioni con sangue infetto, la Corte di Strasburgo condanna l’Italia

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Roma, 15 gennaio – La Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano a risarcire più di 350 cittadini infettati da vari virus (Aids, epatite B e C) attraverso le trasfusioni di sangue effettuato durante un ciclo di cure o un’operazione. Il totale dei risarcimenti supera i 10 milioni di euro.

A fare ricorso alla Corte di Strasburgo tra il 2012 e il 2013 sono stati più di 800 italiani nati tra il 1921 e il 1993 che nel corso degli anni sono stati infettati in seguito a trasfusioni con sangue che, in tutta evidenza, non andava utilizzato perché infetto. Persone che, tra il 1999 e il 2008, avevano già fatto causa al ministero della Salute chiedendo un risarcimento per i danni subiti.

La Corte  ha accolto complessivamente 371 ricorsi. In sette casi i giudici hanno stabilito risarcimenti per danni materiali che variano tra i 73mila e 350mila euro, avendo determinato che lo Stato italiano ha violato il diritto a un equo processo e al rispetto alla proprietà privata. La Corte ha poi stabilito che, in altri 364 casi, lo Stato italiano ha violato il diritto alla vita dei ricorrenti a causa della eccessiva durata dei procedimenti: per ciascuno di loro è stato quindi fissato un risarcimento per danni morali che varia tra i 20 e i 35mila euro. Prima della sentenza odierna, in Italia, solo settemila contagiati avevano avviato delle lunghe cause risarcitorie private: in alcuni casi il denaro è arrivato quando il paziente era già morto.

Sulla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo è subito intervenuto il ministero della Salute, per precisare che la sentenza, pur avendo riconosciuto per tutti quei casi risalenti agli anni ’90 la violazione delle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo relativamente al diritto a un equo processo e a un ricorso effettivo, ha affermato che la procedura di cui all’art. 27-bis del decreto-legge n. 90/2014 (fortemente voluto dal ministro Lorenzin), che riconosce ai soggetti danneggiati, a titolo di equa riparazione, una somma di denaro  determinata  nella  misura  di euro 100.000, costituisce un rimedio interno, del tutto compatibile con le previsioni della Convenzione e in grado di assicurare un adeguato ristoro ai soggetti danneggiati.

Per l’Associazione politrasfusi italiani (Api), invece, la sentenza – pur rappresentando una vittoria, perché, secondo il presidente Angelo Magrini, è comunque “un riconoscimento alla dignità delle persone” – non risponde pienamente alle aspettative dei cittadini che si erano rivolti alla Corte. A spiegare le ragioni è uno dei legali dell’Api, Dario Cutaia: ”La Corte ha condannato l’Italia sostanzialmente per i tempi lunghi legati ai risarcimenti e ciò è giusto” afferma l’avvocato. “La sentenza definisce però adeguata la somma di 100mila euro prevista come forfettaria per ogni persona danneggiata e stabilita dalla legge 114 del 2014 voluta dal governo Renzi.”

In realtà – sottolinea Cutaia – “in questo modo non si tiene conto delle differenziazioni tra le diverse categorie di malati e tra coloro ancora vivi e quelli che invece sono purtroppo già deceduti”.

Ricostruendo la triste vicenda delle circa 120mila persone ammalatesi in Italia dopo trasfusioni infette effettuate tra gli anni ’70 e ’90 (4.500 sarebbero decedute), Cutaia rileva come siano circa 30mila i malati che oggi ricevono un indennizzo bimestrale, di qualche centinaia di euro, da parte dello Stato.

Sul totale dei pazienti, spiega l’avvocato, negli anni ”circa 7mila hanno avviato delle cause risarcitorie”. Dal punto di vista legislativo, chiarisce ancora , ”nel 2007, la legge 244 ha previsto un risarcimento in base al danno per ogni malato, per un importo massimo di 5-600mila euro. I decreti attuativi del 2009 per l’accesso al risarcimento, tuttavia, prevedevano paletti strettissimi che di fatto rendevano inattuabile la normativa. Per questo, molti pazienti si sono rivolti alla Corte di Strasburgo.”

La cui risposta è giunta appunto ieri. Nel 2014, però, ricorda l’avvocato, ”con il dl 90, il governo Renzi stabiliva una ‘equa riparazione’ pari a 100mila euro a ogni soggetto danneggiato, senza differenziazioni tra i pazienti; ‘equa riparazione’ giudicata adeguata dalla Corte nelle sentenza”.

Dunque, conclude, ”il pronunciamento è sicuramente un riconoscimento, ma non basta e non garantisce i cittadini danneggiati in ragione del danno subito.”

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