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sabato 27 Aprile 2024
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Violenza su operatori sanitari, seimila casi nel 2020-22, in due casi su tre la vittima è donna

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Roma, 14 marzo – Nel 2023, su oltre 16mila segnalazioni di aggressioni a operatori sanitari sull’intero territorio nazionale, per un totale di circa 18mila sanitari vittima di violenza (un’aggressione può coinvolgerne più di uno), due terzi delle aggressioni sono state segnalate da donne. Più colpiti i professionisti tra i 30-39 anni e tra i 50-59 anni. La professione più bersagliata è quella degli infermieri.

Sono i dati di sintesi che emergono dal monitoraggio dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (Onsep), istituito presso il ministero della Salute, presentati a Roma nella sede dello stesso ministero in occasione dell’evento organizzato per la terza edizione della Giornata di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio sanitari, che si celebra ogni anno il 12 marzo, al quale sono intervenuti tra gli altri il ministro Orazio Schillaci, il commissario straordinario dell’Inail, Fabrizio D’Ascenzo, la presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere,  Martina Semenzato (nella foto) e il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato.

I dati confermano che le aree più a rischio sono i pronto soccorso e le strutture di degenza, mentre gli aggressori sono principalmente i pazienti. Il 68% delle aggressioni segnalate sono violenze verbali; il 6% avviene contro beni di proprietà del professionista sanitario aggredito.

Nel 2023 l’Osservatorio, oltre ai dati, ha fornito indicazioni per la definizione di misure di prevenzione efficaci con specifiche proposte per l’aggiornamento della Raccomandazione per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari. Per quanto riguarda la formazione degli operatori sanitari, che rappresenta una delle misure di prevenzione, nel corso del 2024 partiranno attività formative secondo gli standard minimi individuati dall’Osservatorio in collaborazione con i rappresentanti di Agenas.

Schillaci: “Siamo impegnati per rafforzare le misure di protezione”

“Questa ricorrenza – ha detto il ministro nel suo intervento – ha una valenza significativa che però non esaurisce quella che è la nostra attenzione alla sicurezza dei medici, degli infermieri e di tutti gli operatori socio-sanitari, che hanno il diritto di poter lavorare senza temere per la propria incolumità. I dati, purtroppo, raccontano storie di donne e uomini che hanno subito aggressioni che comportano sofferenza, paura di tornare al lavoro, ricadute emotive e psicologiche e, nei casi più tragici, lutti e dolore per le famiglie”.

Dopo aver ricordato l’omicidio della psichiatra Barbara Capovani, avvenuto a Pisa quasi un anno fa, Schillaci ha sottolineato l’importanza delle ultime norme introdotte a tutela degli operatori sanitari, “dalla procedibilità d’ufficio per gli autori delle aggressioni all’inasprimento delle pene, insieme al potenziamento dei presidi di polizia negli ospedali. Il Ministero della Salute, inoltre, è impegnato direttamente nel rafforzare le misure di protezione attraverso l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, che abbiamo immediatamente convocato subito dopo il mio insediamento. In quell’occasione ho chiesto di efficientare le attività di monitoraggio, prevenzione e formazione”.

D’Ascenzo: “L’analisi del fenomeno utile a sviluppare strategie efficaci”

“Questa Giornata è frutto dell’impegno costante che il Ministero della Salute e l’Inail hanno portato avanti nel corso del tempo” ha detto il commissario dell’Inail Fabrizio D’Ascenzo (nella foto). “La raccolta dei dati su questo fenomeno particolarmente odioso ci mette nelle condizioni di individuarne le cause e sviluppare le strategie più efficaci per prevenirlo”. Da parte dell’Istituto, ha aggiunto il commissario straordinario, “c’è l’impegno a proseguire in questa direzione, approfondendo ulteriormente le analisi e definendo protocolli per aiutare il personale sanitario. È altrettanto importante, però, puntare sempre di più sulla sensibilizzazione delle persone per valorizzare la dedizione degli operatori sanitari, che spesso operano in condizioni molto difficili, e far capire che sono lì per aiutarci, non certo per sfavorirci”.

Nel triennio 2020-2022 registrati circa seimila casi

Come evidenziato da Silvia D’Amario, coordinatrice generale della Consulenza statistico attuariale (Csa) dell’Inail, nel 2022 i casi di violenze, aggressioni e minacce nei confronti del personale sanitario accertati dall’Istituto sono stati 2.243, in aumento del 14% rispetto all’anno precedente. Si tratta soprattutto di episodi di violenza esercitata da persone esterne all’azienda (reazioni da parte dei pazienti o dei loro familiari) e, in minor misura, di liti e incomprensioni tra colleghi.

Nel triennio 2020-2022 i casi di violenza nella sanità e assistenza sociale sono stati circa seimila, con un’incidenza del 41% rispetto a tutti quelli registrati nello stesso periodo tra i lavoratori dell’Industria e dei servizi. Circa il 70% ha riguardato le donne, mentre per entrambi i generi il 39% interessa personale socio-sanitario tra i 50 e i 64 anni (per le donne la quota sale al 40%), poco più del 36% tra i 35 e i 49 anni, il 23% fino a 34 anni e l’1% oltre i 64 anni.

Quasi un episodio su tre nel Nord-Ovest

La categoria dei tecnici della salute è quella più coinvolta in violenze e aggressioni, con circa il 41% del totale, seguita dalle professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (27%) e da quella dei servizi personali e assimilati (13%). Più distaccata, con il 3,5% dei casi di aggressione in sanità, la categoria dei medici, che non include nell’obbligo assicurativo Inail i medici di base e i liberi professionisti. Quasi un’aggressione su tre è avvenuta nel Nord-Ovest (17% in Lombardia e 8% nel Piemonte), il 28% nel Nord-Est (14% in Emilia Romagna e 9% in Veneto), il 22% nel Mezzogiorno (7% in Sicilia e 5% in Puglia) e il 19% al Centro (9% in Toscana e 6% nel Lazio). Circa il 59% dei casi ha comportato una contusione, il 22% una lussazione, distorsione e distrazione, l’8% una frattura e il 7% una ferita. La principale sede del corpo coinvolta nelle violenze è la testa (13% faccia, 9% cranio, 4% naso), seguita da parete toracica (9%), cingolo toracico (8%), polso (7%) e colonna vertebrale/cervicale (6%).

Gli identikit di aggrediti e aggressori

L’identikit principale della vittima tracciato dalla Sovrintendenza sanitaria centrale dell’Inail, sulla base dei dati forniti dalla Csa, è quello di una donna di età compresa tra 51 e 60 anni, di nazionalità italiana, che vive in Lombardia o Emilia Romagna, lavora come operatore socio-sanitario o infermiera in struttura ospedaliera o in Rsa, prevalentemente in ambito psichiatrico o dell’emergenza/urgenza, ha subito violenza fisica, colpita con pugni o calci o con afferramento, ha riportato contusioni con assenza per malattia mediamente di 22 giorni e, nella quasi totalità dei casi, menomazioni micro-permanenti valutate fino al 5%. Un ulteriore identikit dell’aggredito è quello dell’educatore professionale che opera in strutture diverse come gli istituti scolastici, le comunità socio-educative e le case circondariali, che rappresenta la terza figura maggiormente oggetto di episodi di violenza. L’aggressore, invece, è una persona assistita affetta da disabilità intellettiva o psichica o in stato di agitazione.

Ridurre burocrazia e tempi di attesa per migliorare la prevenzione

L’analisi qualitativa presentata dal sovrintendente sanitario centrale dell’Istituto, Patrizio Rossi, ha consentito anche di rilevare alcuni spunti propedeutici ad azioni di prevenzione. La complessa relazione tra l’operatore sanitario, i pazienti o i loro familiari, dalla quale possono sfociare episodi di aggressione, può essere migliorata per esempio attraverso procedure organizzative volte a ridurre la burocrazia e i tempi di attesa per l’erogazione delle prestazioni sanitarie, ad aumentare e rendere più puntuale l’informazione e a incrementare la partecipazione, con l’eliminazione di barriere culturali e linguistiche. Fondamentale, inoltre, è lo sviluppo di ulteriori indagini qualitative su questo fenomeno ancora fortemente sottostimato.

Nel monitoraggio dell’Onseps oltre 16mila segnalazioni

Con l’obiettivo di fornire un quadro informativo ancora più completo, che comprenda oltre alle aggressioni fisiche anche quelle verbali e contro la proprietà degli operatori sanitari, l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (Onseps), istituito nel 2022 presso il Ministero della Salute con specifici compiti di studio e promozione di iniziative di prevenzione, ha effettuato un monitoraggio da cui emerge che l’anno scorso le segnalazioni complessive di aggressioni a operatori sanitari sull’intero territorio nazionale (a esclusione della Sicilia, che non ha trasmesso i dati) sono state oltre 16mila, per un totale di circa 18mila operatori coinvolti. Nel 68% dei casi si è trattato di aggressioni verbali, mentre il 6% è avvenuto contro beni di proprietà del professionista sanitario aggredito.

Pronto soccorso e aree di degenza i luoghi più a rischio

In linea con i dati rilevati dall’Inail e con la composizione di genere del personale sanitario, a segnalare due terzi di queste aggressioni sono state professioniste donne e gli aggressori principalmente utenti/pazienti. Le fasce d’età più colpite sono quelle tra i 30-39 anni e tra i 50-59 anni. La professione più interessata è quella degli infermieri, seguita da medici e operatori socio-sanitari, mentre i luoghi più a rischio sono risultati essere i pronto soccorso e le aree di degenza. Per quanto riguarda la formazione degli operatori sanitari, che rappresenta una delle misure di prevenzione, nel corso di quest’anno partiranno attività formative secondo gli standard minimi individuati dall’Onseps in collaborazione con l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Come ha spiegato Claudio Costa, coordinatore dell’area tecnica risorse umane della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, un altro elemento di criticità è rappresentato dalla carenza di risorse umane, individuata come prima causa da rimuovere per combattere il fenomeno delle aggressioni ai danni del personale sanitario. L’adeguamento degli organici va poi associato con altri interventi organizzativi che consentano agli operatori di non lavorare da soli, soprattutto nelle situazioni a maggior rischio.

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