Un viaggio fuori dagli schemi dentro la filiera, per scoprirne percorso e significato

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Roma, 4 novembre – Per una volta, usciamo dall’ambito stretto dei casi e delle cose di cui si occupa il nostro giornale, e parliamo di “filiera”. “Ma come?”, protesterà subito qualcuno, “non hai appena detto che ti saresti occupato d’altro?”. Osservazione del tutto pertinente, se la filiera in parola fosse quella di cui abitualmente ci occupiamo, ovvero la filiera del farmaco.

Ma, qui e ora, RIFday vuole semplicemente proporre un piccolo viaggio nel lessico etimologico e parlare di filiera come semplice parola, oggi usatissima e della quale ogni lettore conosce perfettamente il significato. Può essere, però, che ne ignori la storia e il percorso e che non sappia che – nell’accezione e significato che oggi le attribuiamo – è una parola relativamente nuova, che cominciò ad avere uso largo e diffuso soltanto un quarto di secolo fa, sul finire degli anni ’90 del secolo scorso.

Ecco perché mi è sembrata una felice coincidenza la proposta di Upag, acronimo di Una parola al giorno, meritorio progetto divulgativo avviato da due giovani fiorentini (un giurista-linguista e un informatico) e via via innervato da un drappello di collaboratori parimenti giovani di diversa e variegata estrazione  e provenienza culturale, che lo scorso 31 ottobre ha proposto filiera coma parola del giorno sul suo sito.

A chiunque per mestiere maneggi parole, accade spesso di maturare la convinzione (senza curarsi più di tanto della sua eventuale fallacia) che le parole, o più in generale la lingua, sono la materia che dà forma al mondo. “Le parole sono importanti” sintetizzava Moretti nel film Palombella rossa, e non c’è niente di più vero: sono lo strumento con cui diamo forma al pensiero e lo comunichiamo, il materiale che ci consente di metterci in relazione con il mondo e gli altri. Usarle con consapevolezza e con proprietà  non è dunque un semplice esercizio di stile (a meno di non essere irriducibili esteti e dandy o, scendendo per li rami, imbonitori, venditori di fumo, turlupinatori o – nella loro versione deteriore – politici) ma una cifra ontologica, una sorta di bussola che permette di dare una direzione al nostro procedere sulle strade della vita.

Ecco perché, uscendo dalle consuetudini,  proponiamo qui di seguito il racconto (ché di questo si tratta, non di una semplice definizione) che Upag fa del lemma filiera, sperando che susciti un filo (appunto…) di interesse, o almeno di curiosità tra i nostri abituali lettori. E  induca magari qualcuno nella tentazione di approfondire la conoscenza di Upag e della sua quotidiana offerta di un viaggio dentro una parola.

Filiera

fi-liè-ra

Significato: Filatoio; trafila; organo che nei ragni produce il filo; sequenza di operazioni necessaria a trasformare le materie prime in prodotti finiti

Etimologia dal francese filière, derivato di fil, dal latino filum ‘filo’.

  • «Non mi fido, la filiera è poco trasparente.»

Specie se sei una parola, non sai mai quando una nuova primavera verrà a bussare alla tua porta. Noi abbiamo questo termine, ‘filiera’, che concepiamo come termine che riguarda il , o più precisamente l’organizzazione produttiva della merce — ed è un concetto che ci interessa molto perché ci dà informazioni con cui orientiamo i nostri acquisti, pensiamo alle filiere corte, alle filiere 100% italiane. Ma che roba è, la filiera? Sarà parente della filiale?

No, la filiera è appesa a un filo — è legata etimologicamente al filo. L’origine è francese, la voce filière si trova attestata già alla fine del Duecento, ed è derivata di fil, dal latino filum. Da noi arriva nel Rinascimento, a metà Cinquecento, ed è il filatoio, la macchina per la filatura, che disciplina in un filo le fibre da tessere. (Peraltro nel Settecento questa semplice immagine sarà estesa al mondo biologico, e la filiera diventerà anche l’organo con cui i ragni formano il loro filo).  Ancora però di strada per arrivare alla nostra filiera ce n’è.

La filiera, sempre in quegli anni, compare anche come strumento di lavorazione dei metalli duttili, quelli che si riducono facilmente in fili. È una maschera che presenta fori di sezione via via minore, e facendoci passare dentro il filo metallico lo si può assottigliare, gli si può dare una sezione poligonale e via dicendo. Ora, una roba del genere — uno strumento attraverso cui viene fatto passare qualcosa per dargli una forma — la chiamiamo con un altro nome, di solito: la trafila, come quella (di bronzo, come vuole una legge superiore) che estrude i nostri rigatoni e i nostri fusilli. E in effetti a fine secolo la filiera prende anche il significato di .

Forse di qui abbiamo già capito.
La trafila in effetti suona nel nostro orecchio col significato figurato di sequenza di operazioni da seguire per ottenere un certo scopo. Certo, ha fatto in tempo a maturare una connotazione di spiacevolezza — non dico di aver passato tutta la trafila del menu degustazione, se mi è piaciuto. Il gusto è quello dell’idoneità burocratica.
Anche ‘filiera’ aveva maturato questo significato figurato, pure con questi tratti di lungaggine, noia, , minuzia. Ma ha avuto in sorte di prendere meno, di attecchire in maniera meno popolare. Così quando si è profilato il concetto economico di sequenza di lavorazioni che in successione trasformano la materia prima in prodotto finito, e quindi di comparto industriale, la filiera lo ha raccolto con immediatezza, e in maniera ficcante. Ma ecco, è successo l’altro ieri: molti dizionari non troppo non contemplano nemmeno questa filiera, che pare sia sul finire degli anni ‘90 — quando forse un interesse sui trascorsi che portano il prodotto da noi si è fatto più generale.

Così, da modesto filatoio che era, ora la filiera arriva a ragionare dei grandi scambi vicini e lontani, che girano per la provincia e per il mondo, di rami produttivi — e noi con lei, con tutto il nostro bagaglio di idee e valori, ragioniamo dell’opportunità di filiere più brevi, di filiere o trasparenti, dei cambiamenti nelle filiere di settore. Secondo una nuova filiera di significato.

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