Spesa farmaci, Federfarma vs Dataroom: “Un paradosso attribuire sforamento a farmacie”

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Roma, 24 febbraio – Si narra (e larghi strati dell’opinione pubblica sembrano ormai essere rassegnati al lutto) che la verità sia morta da tempo e cercarla è un esercizio inutile, in mezzo all’oceano di fake news che alimentano la disinformazione propinata con ogni mezzo in ogni minuto secondo delle nostre giornate da una sterminata pletora di soggetti (tra i quali, ahinoi!, non mancano davvero i poteri costituiti di ogni genere e grado). Rassegnarsi, però, non è davvero una soluzione, almeno per chi ancora ambisca a vivere da cittadino libero e consapevole e conservi nella sua cassetta degli attrezzi la voglia, la dignità e i coraggio d contrastare la manipolazione sottile che viene operata con la diffusione di notizie false finalizzata a rendere il concetto di verità sempre più sfuggente, per i motivi e gli interessi più vari, mai commendevoli, ci si può giurare.

Un attrezzo che, evidentemente, è disponibile tra i tools di Federfarma, che ha deciso di reagire subito e con forza al Dataroom pubblicato ieri dal principale quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, a firma di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, con il titolo Big Pharma e farmacie, Il regalo a spese di tutti. Tra le tesi delle due giornaliste, quella che il cambio di remunerazione delle farmacie e il cambio di canale di distribuzione di alcune categorie di farmaci (viene citato il caso delle glifozine), misure volute dal Governo e affidate “al sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. figura di spicco di Fratelli d’Italia e farmacista”, siano tra le cause principali del rovinoso stato della spesa farmaceutica pubblica, che ha sforato il tetto previsto e assegnatole di ben 2,85 miliardi di euro,

Federfarma, però, non ci sta davvero a veder addebitare pubblicamente su testate così così importanti (oltre che in televisione: Dataroom viene diffuso anche su TgLa7 di Enrico Mentana, uno dei telegiornali in prima serata a maggior seguito nel Paese) responsabilità che non sono certamente delle farmacie. E così ieri ha reagito al Dataroom con una circostanziata replica finalizzata a fare chiarezza sullo stato delle cose.

La sigla delle farmacie private esordisce ricordando che la spesa farmaceutica complessiva (acquisiti diretti + convenzionata) nei primi 9 mesi del 2025 si è attestata a 18 miliardi e 420 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato pari a 2,85 miliardi di euro. Basta scomporre la spesa totale nei suoi elementi costitutivi principali (la spesa per acquisti diretti da parte di ospedali e Asl e la spesa per la distribuzione convenzionata che passa attraverso le farmacie) per scoprire che “la spesa per acquisti diretti sfora il proprio tetto di 3,38 miliardi di euro, mentre la spesa convenzionata risulta inferiore di 0,47 miliardi rispetto al proprio tetto. Non è quindi corretto affrontare il problema dello sforamento della spesa farmaceutica andandone a ricercare le cause nella spesa farmaceutica  convenzionata”, come invece riporta il Dataroom del 23 febbraio.

Ma Federfarma non si limita a questa precisazione che, già da sola, sarebbe sufficiente a smontare la parte del servizio di Gabanelli e Ravizza che chiama in causa la spesa convenzionata e va oltre, stigmatizzando il tentativo delle giornaliste di coinvolgere le farmacie nel disastro dei conti adducendo due motivazioni: la nuova remunerazione delle farmacie per la dispensazione dei farmaci Ssn e il trasferimento dalla distribuzione diretta alla convenzionata di alcune classi di medicinali utilizzati nel trattamento del diabete.

“Per quanto riguarda la remunerazione, prima della riforma del 2024 il sistema si fondava sostanzialmente sulla percentuale del prezzo del farmaco, costituendo un’eccezione a livello europeo e contribuendo a limitare fortemente la disponibilità di farmaci innovativi in farmacia a discapito dei cittadini” è l’incontrovertibile precisazione di Federfarma. “Il nuovo sistema – fortemente voluto da tutti i Governi succedutisi dal 2012 ad oggi, anche per allineare l’Italia agli altri Paesi europei – riduce significativamente la remunerazione delle farmacie sui medicinali più costosi e la aumenta sui farmaci di prezzo più basso, riconoscendo il valore dell’atto professionale della dispensazione. L’impatto della nuova remunerazione sulla spesa farmaceutica è stato previsto dal legislatore, esattamente quantificato dall’Agenzia per il farmaco e certificato dalla Ragioneria generale dello Stato nei limiti delle previsioni di bilancio: non si è verificato infatti alcuno sforamento del tetto della spesa farmaceutica convenzionata”.

Ma non basta, ci sono ancora altri aspetti da chiarire nel servizio di Gabanelli e Ravizza e Federfarma lo fa, ricordando ad esempio che per quanto riguarda il trasferimento di alcuni farmaci dalla diretta alla convenzionata, “i dati Aifa certificati dal Mef dimostrano che il cambio di canale distributivo delle gliflozine ha determinato, in soli tre mesi, un risparmio di 9,2 milioni di euro, che su base annua corrisponde a un risparmio di circa 36,5 milioni di euro. Inoltre, tale riclassificazione ha rallentato la crescita dei consumi di gliflozine che ha registrato un +37,7% dopo il passaggio, a fronte di un +49% degli anni precedenti”. Risultati virtuosi, insomma, che però non trovano spazio nel Dataroom di ieri, non si comprende se per la cronica mancanza di spazio con la quale debbono combattere i giornalisti o per il fatto che si tratta di dati che vanno in direzione ostinatamente contraria alla narrazione complessiva del Dataroom pubblicato ieri.

Federfarma non fa sconti e gira il coltello nella piaga della non accuratissima narrazione di Gabanelli e Ravizza: “Viste le forti differenze regionali a livello di consumi dei medicinali, e quindi dei relativi costi, è solo l’Aifa, come ente regolatore indipendente, che può fornire un’autorevole e attendibile analisi dell’impatto della riclassificazione dei farmaci, e non una ricostruzione parziale riferita alla dispensazione in uno o due territori regionali”.  Il problema, però, è che le due giornaliste non fanno mistero di  non avere una grande opinione né di Aifa né delle altre istituzioni coinvolte nella gestione e controllo della spesa farmaceutica, che a loro giudizio si guardano bene dal “battere un colpo” o “alzare un sopracciglio” su decisioni e situazioni sulle quali – nell’opinione di Gabanelli e Ravizza – bisognerebbe invece intervenire.

Ma ogni opinione è per definizione opinabile e Federfarma, appunto, opina, forse anche per chiarire che a fare i paladini degli interessi dei cittadini non sono soltanto gli intrepidi giornalisti che partono lancia in resta per denunciare ogni genere di iniquità (e che, è umano, talvolta sbagliano grossolanamente mira), ma anche altre categorie professionali, Così la sigla delle farmacie private precisa che al di là dell’aspetto economico, “il trasferimento di queste due classi di farmaci ha reso molto più agevole e omogeneo l’accesso al farmaco, come dimostra anche l’apprezzamento più volte espresso dalle associazioni di pazienti e cittadini. In particolare, tale misura realizza una sostanziale parità di accessibilità ai medicinali senza distinzione tra territori evitando al cittadino di dover tornare almeno due volte in farmacia, come avviene invece nella dispensazione per conto delle Asl”. Non solo, il passaggio di questi medicinali in regime convenzionale migliora  anche l’aderenza terapeutica: “Secondo i dati Osmed” aggiunge infatti Federfarma “solo il 45% dei pazienti con diabete assume regolarmente i farmaci: avvicinare il luogo di dispensazione alla residenza del malato cronico e semplificare le modalità di accesso al farmaco costituiscono una straordinaria opportunità per verificare e migliorare l’aderenza alla terapia”.

E questo è quanto, almeno per ora e fatte salve eventuali e sempre possibili controrepliche di Gabanelli e Ravizza, eccellenti professioniste alle quali – come a ogni comune mortale – accade ogni tanto di commettere un errore. E si sa, quello di sbagliare è un diritto che abbiamo tutti. Insieme (nel caso qualcuno lo dimenticasse) al dovere di ammetterlo.

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