Roma, 7 giugno – Proprio mentre in Italia gli stessi partiti di maggioranza stoppavano la proposta di riforma della medicina generale proposta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, tassello fondamentale nel percorso di riorganizzazione delle sanità di prossimità prefigurato dal Dm 77 nel quadro della missione Salute del Pnrr (finanziata con due miliardi di euro), la Commissione europea ha inviato – nella cornice del Semestre europeo finalizzate a coordinare le politiche economiche e di bilancio dell’Unione – le sue raccomandazioni di politica economica a ogni singolo Paese, elaborate sulla base dell’analisi dei dati raccolti nei primi sei mesi dell’anno. Un passaggio ritenuto necessario per innestare un circolo virtuoso che concorra a spingere gli Stati membri ad adottare politiche di bilancio in linea con il Patto Ue di stabilità e crescita, correggendo eventuali squilibri macroeconomici.
I numeri riportati dal country report dimostrano inequivocabilmente il calo in Italia dell’accesso all’assistenza sanitaria negli ultimi anni: nel 2024, il 9,9% della popolazione (in aumento rispetto al 6,3% del 2019) ha dichiarato di aver rinunciato a cure mediche necessarie (dati Istat) e il 6,8% ha indicato le lunghe liste d’attesa come motivo principale (in aumento rispetto al 2,8% del 2019).
Altro dato indicativo: la spesa sanitaria diretta a carico del paziente è significativamente più alta rispetto alla media Ue (23,7% contro il 14,9% della spesa sanitaria totale nel 2023). Un onere che non deve essere sottovalutato, alla luce del crescente disagio economico dei cittadini del nostro Paese, perché può diventare a sua volta causa della rinuncia alle cure, a causa dei costi eccessivi, di un numero sempre maggiore di pazienti.
S tratta di difficoltà che, secondo la Commissione, possono essere attribuite a diversi fattori, tra i quali vengono citati la prescrizione in alcuni casi eccessiva di farmaci, le strozzature organizzative e, fattore decisivo, la carenza di personale sanitario, soprattutto nel Servizio sanitario nazionale. Un vulnus, quest’ultimo, ben noto: l’Italia registra uno dei rapporti infermieri-medici più bassi dell’Ue, una crescente carenza di medici di medicina generale e il perdurante fenomeno (ormai praticamente diventato strutturale) delle carenze di organico in specialità mediche chiave.
Insieme al rapido invecchiamento della popolazione e alle forti disparità regionali, con una situazione più critica al Sud, osserva la Commissione europea, queste tendenze minacciano la sostenibilità a lungo termine del sistema sanitario e creano ulteriori ostacoli a un accesso tempestivo ed equo alle cure.
“Il governo – afferma la Commissione – ha compiuto i primi passi, ma sono necessari ulteriori sforzi per garantire l’efficacia e l’efficienza del sistema sanitario. Il governo italiano sta attuando la riforma sanitaria territoriale del 2022, una riforma delle professioni sanitarie e un piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa. La piena attuazione della riforma sanitaria territoriale, soprattutto nel Sud, e il suo allineamento con la riforma del 2015 sulla riorganizzazione del sistema ospedaliero sono fondamentali per garantire un sistema sanitario più efficiente ed economicamente vantaggioso. È essenziale che l’attuazione completa della riforma sia accompagnata da misure volte a colmare le carenze nelle professioni chiave, in particolare infermieri e medici di medicina generale.
L’attrattività di queste professioni potrebbe essere migliorata attraverso incentivi economici e di carriera, riducendo gli oneri amministrativi e allineando meglio i percorsi di specializzazione alle esigenze del servizio sanitario nazionale. Ulteriori vantaggi potrebbero derivare anche dalla completa digitalizzazione e interoperabilità del sistema sanitario, dalla riduzione delle prescrizioni eccessive (soprattutto di farmaci ed esami diagnostici) e dalla piena attuazione del piano di gestione delle liste d’attesa”. Analisi ineccepibile e conclusioni di palmare chiarezza, peraltro del tutto sovrapponibili a quelle più volte evidenziate anche da una pletora di esperti, politici, analisti e addetti del settore sanitario del nostro Paese.
Come sarà agevole constatare anche solo con una veloce ricognizione del documento (qui la versione in lingua italiana), le tirate di giacca e d’orecchie non mancano davvero. Colpisce però che la Commissione individui gli stessi nodi e indichi le stesse soluzioni già individuate da anni, come appena detto, da molti soggetti nel nostro Paese, che però riuscire (come sembrano confermare i richiami Ue) a risolvere i problemi e migliorare le situazioni che lo richiedevano.
Inevitabile chiedersi, quindi, quale possa essere il motivo che impedisce alle istituzioni (in primis quelle politiche) di affrontare con efficacia questioni e problemi anche se individuati con precisione e per i quali sono state indicate soluzioni almeno all’apparenza ragionevoli ed efficaci. Se le cose non cambiano – come attesta il rapporto della Commissione europea – significa che la risposta alla domanda colà dove si puote ancora non è stata ,
E allora forse è il caso di formularne un’altra: quali possono essere le ragioni per le quali nel nostro Paese non si riesce a fare ciò che si è sa perfettamente che dovrebbe essere fatto, meglio se producendo finalmente effetti positivi percepibili dai cittadini? E soprattutto, perché non ci si riesce nemmeno quando (come nel caso delle riforme dell’assistenza di prossimità) si dispone di ingentissime risorse per procedere?Possibile (altra domanda, ma inevitabile) che si tratti solo di incapacità?


