Roma, 3 settembre – Dai dati di uno studio presentato al Congresso europeo di cardiologia (Esc) conclusosi a Monaco di Baviera il 31 agosto, evento sempre prodigo di importanti acquisizioni scientifiche, emerge che i farmaci anti-colesterolo a base di atorvastatina hanno ridotto del 30% i Mace (major cardiovascular events), a partire da infarto e ictus, nelle persone anziane senza malattie cardiovascolari, diabete o demenza noti, ma non hanno migliorato in modo significativo la sopravvivenza libera da disabilità (disability-free survival).
Lo studio australiano, denominato Staree, condotto da un team di ricercatori in larghissima parte della Monash University di Melbourne, è stato pubblicato qualche giorno fa sul New England Journal of Medicine.
Le statine vengono prescritte per trattare l’ipercolesterolemia nelle persone fino ai 75 anni di età, grazie ai loro comprovati benefici nella riduzione del rischio di infarto e ictus. Tuttavia, finora, il rapporto rischio-beneficio delle statine per la prevenzione di eventi cardiovascolari negli anziani senza malattie cardiovascolari, diabete o demenza noti risultava incerto, a causa della loro sotto-rappresentazione nei principali studi clinici su questi farmaci.
“Lo studio Staree” spiega Sophia Zoungas (nella foto), prima ricercatrice
della School of Public Health and Preventive Medicine della Monash University “è il primo ampio trial randomizzato controllato a esaminare se le statine possano essere utilizzate nella prevenzione primaria nei pazienti anziani, per aiutarli a vivere più a lungo in buona salute”. Si tratta di uno studio in doppio cieco condotto su persone di età pari o superiore a 70 anni, senza anamnesi di malattia cardiovascolare clinica, diabete o demenza, reclutate presso studi di medicina generale in Australia.
Complessivamente, 9.971 partecipanti sono stati reclutati a ricevere atorvastatina 40 mg per via orale una volta al giorno oppure placebo. Nel corso di un follow-up mediano di 5,9 anni, i ricercatori hanno dimostrato che il rischio di eventi cardiovascolari maggiori si è ridotto del 30% nel gruppo trattato con atorvastatina rispetto al gruppo placebo. Tuttavia, il rischio di morte, demenza o disabilità fisica persistente non ha mostrato differenze sostanziali tra i due gruppi.
“Con l’invecchiamento della popolazione mondiale a ritmi senza precedenti, rispondere a domande fondamentali su una longevità in salute è diventato un imperativo universale” afferma Zoungas. “Il rischio di infarto e ictus è una preoccupazione per le persone anziane; sapere che esiste una misura efficace per ridurlo rappresenterà un grande motivo di rassicurazione per loro e per le loro famiglie. Ci auguriamo di vedere linee guida aggiornate che aiutino i medici a sfruttare queste nuove scoperte”, ha quindi concluso la ricercatrice.


