Roma, 23 luglio – Forse non se parla abbastanza, ma una delle variabili che impediscono ai farmaci di dispiegare per esteso i benefici terapeutici attesi risiede negli atteggiamenti spesso improntati a eccessiva leggerezza e approssimazione dei pazienti al momento di assumerli. Senza scomodare parole importanti (come compliance o aderenza terapeutica), bisognerebbe ricordare a tutti che l’atteggiamento distratto e talvolta persino noncurante con il quale mandiamo giù una pillola o una compressa, senza stare a preoccuparci troppo di come lo facciamo, è sbagliato, perché ci induce a errori frequenti. Tra in quali il più diffuso in assoluto è mandar già la pillola senz’acqua, come spiega ad Adnkronos Salute Al
berto Corsini (nella foto), professore ordinario di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano.
“Pensiamo ai pazienti cronici, con pressione elevata, colesterolo alto, diabete: la maggior parte delle terapie prevede farmaci che richiedono l’assunzione con acqua. Perché altrimenti non li assorbiamo” spiega Corsini, preoccupandosi di aggiungere che la quantità di acqua deve essere adeguata: “Non basta un dito, ci vuole un bicchiere pieno, che vuol dire 150-200 ml, per favorire la solubilizzazione e il trasferimento a livello gastrointestinale, dove poi avviene l’assorbimento vero e proprio. Ci sono tantissimi studi ormai da 40-50 anni, che hanno evidenziato che se prendo la stessa aspirina, un antibiotico, qualunque farmaco con poca acqua, piuttosto che con un bicchiere pieno, ne assorbo meno della metà. Quindi ho già un fallimento terapeutico. Prima ancora di iniziare la cura, sto sbagliando”.
L’assorbimento di un farmaco è un punto molto critico, evidenzia Corsini. La buona prassi dell’assunzione della medicina prevede anche che il farmaco per os “vada assunto in posizione eretta, cercando almeno di mettersi seduti, in posizione verticale e non sdraiati. “Perché questo favorisce per gravità il trasferimento dalla bocca allo stomaco. Il passaggio nell’esofago è di circa 2-3 minuti. Nel giro di 10 minuti, stando in quella posizione, il farmaco raggiunge lo stomaco dove può avere luogo l’assorbimento. Questo passaggio è facilitato dall’acqua, che aumenta il peso”.
Di esempi, assicura l’esperto, ce ne sono tanti. “Pensiamo ai farmaci bifosfonati per l’osteoporosi negli anziani, che sono scarsamente assorbibili: bisogna aiutarli assumendoli con un’acqua con pochissimi sali. Non si può prendere il farmaco con un caffè, un tè, un succo, perché sennò se ne assorbe pochissimo. E non è scherzo, perché il paziente rischia fratture”.
Altro indicazione importante ma troppo trascurata è quella di assumere il farmaco in presenza di cibo. “Questo significa che bisogna mangiare un pasto” chiarisce Corsini. “Quando infatti il farmaco viene studiato per capire se è importante o meno assumerlo vicino o lontano dai pasti, lo si valuta con la cosiddetta ‘continental breakfast’. Vuol dire con una certa quota di grassi, di latte, di zuccheri, eccetera. Quindi il paziente deve mangiare. Non basta un biscottino la mattina. Queste informazioni sono anche scritte nei foglietti illustrativi, ma un aiuto in questo lo può dare il farmacista”, ricordando le giuste modalità di assunzione quando dispensa il farmaco al paziente.
C’è poi il capitolo integratori: “Se una persona vuole consumare vitamine, piuttosto che sali, magnesio, calcio, è bene farlo lontano dai medicinali. Facciamo l’esempio dei farmaci per la tiroide (in Lombardia sono 700mila le persone che ricevono questi farmaci di terapia sostitutiva perché magari ipotiroidei). Se si prendono con degli integratori se ne assorbe la metà. Il consiglio è dunque aspettare almeno due ore prima di prendere gli integratori”.
Corsini ha un’avvertenza anche per chi, terrorizzato da un possibile soffocamento in caso di deglutizione di pillole o compresse, le mastica: “A parte il fatto che credo siano poche quelle con un buon sapore, occorre sapere che la saliva ha un pH diverso da quello gastrointestinale” spiega l’esperto. I farmaci inibitori di pompa protonica, usatissimi per ulcere, gastriti e reflusso, ad esempio, “hanno bisogno di essere in un ambiente acido per essere attivati. Se si masticano in bocca, alla fine si perdono”.
La regola aurea, insomma, alla fine è una e solo una: rispettare le indicazioni per l’assunzione che vengono fornite dal medico al momento della prescrizione e dal farmacista al momento della dispensazione. Se si indica che un farmaco va assunto in un certo modo, “è perché è stato studiato in quelle condizioni” spiega Corsini. “Un primo aspetto che si valuta è il tipo di somministrazione. E quindi l’assunzione non deve essere fatta ‘ad personam’, ma seguendo quelle che sono le istruzioni”.
L’elenco degli errori più comuni include la scelta di accompagnare le pillole col latte. Anche qui l’insidia è dietro l’angolo, perché “molti farmaci, alcuni antibiotici e altre molecole, ‘precipitano’ con il calcio, con i latticini. E quindi, ancora una volta, si ha un fallimento terapeutico” avverte il farmacologo. Se “non vogliamo farci del male”, continua, evitiamo ovviamente di far scendere giù la pillola con bevande alcoliche. “L’alcol solubilizza la molecola in modo diverso e non va per niente bene. L’assunzione del farmaco deve essere rispettata”. Gli esempi sono infiniti: “Per alcune molecole il succo d’arancia potrebbe portare a precipitazioni, potrebbe portare alla chelazione” elenca Corsini. “Facciamo l’esempio di alcuni antibiotici, i chinoloni, piuttosto che i bifosfonati”. Si rischia dunque di “perdere una grossa quota di successo delle terapie per questi errori banalissimi”.
Un chiarimento a parte il docente milanese lo riserva al succo di pompelmo: “Si era visto, ormai diversi anni fa, che l’assunzione di notevoli quantità di pompelmo poteva inibire il metabolismo, l’eliminazione del farmaco, e questo portava a un aumento delle concentrazioni fino a effetti tossici. Prima si era visto con alcuni antipertensivi, quindi con cadute dei livelli pressori, poi con un effetto antiaritmico maggiore, maggiori problemi di tollerabilità dei farmaci per il colesterolo. Tanto che in ospedale, nelle diete o negli studi clinici, il pompelmo è stato bandito” ricorda Corsini. “Ma questo non vuol dire che io non devo consumare un bicchiere di succo di pompelmo al giorno. Le cose vanno contestualizzate: il pompelmo è un potente inibitore del metabolismo dei farmaci se si arriva a consumarne un litro al giorno. Quindi berne un bicchiere al mattino e poi prendere un farmaco alla sera non è drammatico, salvo rarissime eccezioni, come alcune statine”.
Occhio anche al caffè: prenderlo è un rituale quotidiano irrinunciabile, legato alla cultura, alle tradizioni e alle abitudini degli italiani, che secondo le stime ne bevono almeno quattro al giorno: L’importante è farlo lontano dall’assunzione dei farmaci.
“La strategia ideale può essere prendere il proprio medicinale con un bel bicchiere d’acqua e poi dopo mezz’ora o un’ora fare colazione” afferma Corsini. “Sono semplici suggerimenti che possono aiutare. L’ultima indicazione importante è che ci sono alcuni farmaci, i famosi vecchi anticoagulanti, per i quali occorre stare attenti a utilizzare la vitamina K, che si può trovare negli integratori, per esempio. Se dunque si assume il warfarin – e in Italia sono ancora 400mila i pazienti che lo prendono – l’integratore se proprio lo si vuole prendere va preso almeno due ore dopo. Chi consuma gli anticoagulanti deve stare poi attento ad utilizzare le verdure con foglie larghe, che sono ricche di vitamina K. Ovviamente si può fare un pastocon l’insalata, perché tutto va contestualizzato”.
“I farmaci ci aiutano ma vanno rispettati” conclude Corsini. “Perché se non li prendiamo secondo le indicazioni, il rischio è che non funzionino. E non si deve avere il timore di chiedere quali sono le regole corrette al farmacista, al medico o all’infermiere”. C


