Roma, 24 maggio -Cresce l’attenzione sull’allarme Ebola partito dalla Repubblica Democratica del Congo. Il cosiddetto “caso indice” avrebbe sviluppato i sintomi il 24 aprile, ma secondo i modelli dell’Imperial College di Londra la diffusione potrebbe essere iniziata prima, ovvero tra fine marzo e inizio aprile, segnalando un possibile ritardo diagnostico. E secondo quanto riferito dal direttore dell’Africa CDC Jean Kaseya durante un briefing con la stampa, sono 10 i Paesi a rischio di contagio: a Repubblica Democratica del Congo e all’Uganda si sono aggiunti Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia, anch’essi sotto osservazione.
Secondo quanto riporta l’Adnkronos, l’epidemiologo Gianni Rezza (nella foto), docente straordinario di Igiene all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha evidenziato diversi fattori che la mancata intercettazione tempestiva dell’infezione può essere dovuta “in parte a una scarsa sensibilità dei test utilizzati o anche a una scarsa qualità dei campioni testati”. È anche probabile, poi, secondo l’esperto, che “un singolo salto di specie sia stato seguito da successive catene di trasmissione e che ospedali e cerimonie funebri abbiano amplificato l’epidemia. Il virus in causa, Ebola Bundibugyo, ha delle mutazioni rispetto a quelli che hanno causato due precedenti di focolai epidemici, ma è improbabile che queste ne abbiano alterato le principali caratteristiche“.
Rezza osserva poi che, come sottolineato da altri epidemiologi, e “fra questi un medico americano sopravvissuto ad Ebola (Craig Spencer sul New York Times, NdR)) il venir meno del supporto di enti Usa quali Usaids, ma anche le compassionevoli cure prestate ai malati da parenti inesperti, nonché credenze alimentate da fattori sottoculturali, potrebbero aver contribuito alle difficoltà riscontrate in loco”.
Si è innescata così un’epidemia di fronte alla quale le autorità sanitarie internazionali non hanno nascosto seri timori. Nella Repubblica Democratica del Congo “diversi distretti sanitari sono stati colpiti nella provincia di Ituri, confinante con Uganda e Sud Sudan, ma alcuni casi sono segnalati anche nell’area di Goma al confine col Rwanda, non controllata dal governo della Rdc, bensì dai ribelli di M23″. E anche i casi identificati in Uganda “sono importanti”, sottolinea Rezza.
“Non avendo a disposizione farmaci specifici e vaccini contro Ebola Bundibugyo (la cross-reattività di vaccini messi a punto contro Ebola Zaire potrebbe essere limitata” osserva l’ex direttore generale del Dipartimento Prevenzione del ministero della Salute, nonché direttore del Dipartimento di Malattie infettive dell’Iss “non resta che affidarsi a misure quali isolamento, ricerca dei contatti e quarantena. Allo stato attuale, la situazione nelle province di Ituri è nel Kivu è preoccupante, per cui il rischio di diffusione dell’epidemia è considerato dall’Oms molto alto al livello del Paese colpito, alto per i Paesi confinanti, mentre resta per ora basso a livello globale. Il che” conclude Rezza “non ci esime dall’intervenire con decisione per arrestare l’ulteriore circolazione del virus”.


