Roma, 27 ottobre – Sono l’ennesima scommessa per potenziare la medicina territoriale e la sanità di prossimità, fin qui piuttosto “maltrattata” dalle politiche del nostro Paese, con i drammatici risultati misurati durante l’emergenza pandemica, quando (soprattutto agli esordi) milioni di cittadini impauriti e frastornati non sapevano a chi rivolgersi per capire cosa stesse accadendo e dove trovare assistenza, trovando le uniche risposte – almeno in termini di informazioni e rassicurazioni – nelle farmacie di comunità. . Si tratta, come si sarà già ben compreso, delle case di comunità, che dovrebbero essere i primi luoghi di cura per i cittadini nella sanità pubblica di domani. Il Pnrr, il grande piano di investimenti con il quale grazie ai finanziamenti del Next Generation Ue si punta a risanare e rilanciare il Paese, prevede di realizzarne 1.288 entro il 2026, utilizzando sia strutture già esistenti sia nuove.
Le case di comunità sono centri sanitari pubblici, promotori di un modello di intervento multidisciplinare, con sedi visibili e facilmente accessibili per la comunità di riferimento, perché dovranno essere il luogo dove il cittadino può trovare una risposta adeguata alle diverse esigenze sanitarie o sociosanitarie. Al loro interno, medici di medicina generale e pediatri di libera scelta lavoreranno in équipe e in collaborazione con gli infermieri di famiglia (figure professionali chiave della casa di comunità) e con gli specialisti ambulatoriali e gli altri professionisti sanitari come logopedisti, fisioterapisti, dietologi, tecnici della riabilitazione e altri, al fine di fornire tutti i servizi sanitari di base. Prevista anche la presenza degli assistenti sociali, al fine di rafforzare il ruolo dei servizi sociali territoriali nonché una loro maggiore integrazione con la componente sanitaria assistenziale.
Secondo il Pnrr, la casa di comunità diventerà lo strumento attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti sul territorio, in particolare ai malati cronici.
La casa di Comunità è finalizzata a costituire il punto di riferimento continuativo per la popolazione, anche attraverso un’infrastruttura informatica, un punto prelievi, la strumentazione poli-specialistica, e ha il fine di garantire la promozione, la prevenzione della salute e la presa in carico della comunità di riferimento. Tra i servizi inclusi è previsto, in particolare, il punto unico di accesso (Pua) per le valutazioni multidimensionali (servizi sociosanitari) e i servizi dedicati alla tutela della donna, del bambino e dei nuclei familiari secondo un approccio di medicina di genere. Potranno inoltre essere ospitati servizi sociali e assistenziali rivolti prioritariamente alle persone anziani e fragili, variamente organizzati a seconda delle caratteristiche della comunità specifica.
A questa importante struttura in via di apparizione è opportunamente dedicato il webinar Dalle Case della Salute alle Case della Comunità, che si terrà il 4 novembre prossimo (qui il programma) organizzato dalla Scuola di Direzione aziendale della Università Bocconi in collaborazione con l’Associazione Prima la Comunità, nel corso del quale saranno presentati i contenuti della pubblicazione Community Building: logiche e strumenti di management a cura del Cergas -Sda Bocconi e del Laboratorio MeS–Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, frutto di un progetto di ricerca biennale che ha coinvolto 30 aziende sanitarie su tutto il territorio italiano.
Durante l’evento, il dibattito sul modello e sulla realizzazione delle Case della Comunità sarà approfondito in due tavole rotonde, con discussant di spicco provenienti dal mondo dell’accademia e del terzo settore. Ta gli altri partecipanti, ricordiamo il direttore generale dell’Agenas Domenico Mantoan e il ministro della Salute Roberto Speranza, che concluderà i lavori al termine della sessione pomeridiana.
La partecipazione al webinar è gratuita, previa registrazione online a questo link.


