Roma. 15 ottobre – Lo Streptococcus pneumoniae, batterio isolato per la prima volta nel 1881, è stato oggetto di oltre un secolo di ricerca microbiologica e clinica, finendo per essere uno tra i più studiati nella storia della medicina moderna. Noto comunemente come pneumococco, ne esistono più di 90 sierotipi, ma solo una parte di essi è in grado di provocare forme di infezione invasiva. È in ogni caso molto diffuso e si ritrova comunemente nel tratto respiratorio superiore (naso e gola) di bambini e adulti sani. La comparsa di sintomi nelle persone portatrici dello pneumococco è legata a condizioni che alterano l’integrità della mucosa delle vie respiratorie, come concomitanti infezioni virali, oppure malattie che riducono l’efficienza del sistema immunitario. L’infezione, in genere, si manifesta con sintomi a carico del tratto respiratorio superiore, dove il batterio si localizza, dando quadri di otite e sinusite.
Nel caso in cui, invece, i germi si riproducano in distretti del corpo dove normalmente non sono presenti, come il sangue, il liquor (liquido trasparente che avvolge il cervello e il midollo spinale) o i polmoni, la malattia si manifesta in forma grave e invasiva, con quadri rispettivamente di meningite, sepsi e polmoniti batteriemiche.
Le Malattie invasive batteriche (Mib) da pneumococco possono colpire soggetti di qualsiasi età ma sono più frequenti tra i bambini, gli anziani e le persone che soffrono di patologie che deprimono il sistema immunitario, con quadri clinici differenti: le meningiti prevalgono tra i bambini, mentre le sepsi e gli altri quadri clinici sono più frequenti tra gli anziani.
L’infezione si trasmette per via aerea, attraverso il contatto con le secrezioni respiratorie o la saliva di persone infette o di portatori sani; infatti, il batterio può colonizzare la parte posteriore del naso e della gola senza provocare sintomi. Se il batterio invade siti dell’organismo normalmente sterili, può causare come già detto malattie batteriche invasive, tra cui meningite, batteriemia e polmonite batterica che, nei soggetti più fragili, che possono avere conseguenze severe e richiedere il ricovero ospedaliero. Nei casi più gravi, l’infezione da pneumococco può evolvere in sepsi, con conseguente compromissione della funzione di uno o più organi e rischio per la vita del paziente.
Secondo l’ultimo rapporto di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità (Iss) pubblicato nel 2025 con i dati relativi al triennio 2022-2024, l’incidenza di malattia invasiva da pneumococco è tornata a crescere progressivamente dopo gli anni della pandemia, raggiungendo una media nazionale di 3,35 casi ogni 100.000 abitanti. Le fasce di età più colpite sono quelle agli estremi della vita. Tra gli over 64, nel 2024 l’incidenza ha raggiunto 8,10 casi ogni 100.000 abitanti, più del doppio rispetto alla media nazionale, con un aumento progressivo dal 2022 al 2024. Il dato più elevato si registra però tra i bambini con meno di un anno di vita, con 8,41 casi ogni 100.000 abitanti.
“Lo pneumococco può causare forme di malattia particolarmente grave e potenzialmente letale fin dai primi mesi di vita” spiega Alberto Villani (nella foto), responsabile dell’Unità operativa complessa di Pediatria generale, Malattie infettive e DEA dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. “Neonati e lattanti sono infatti tra le fasce più vulnerabili alle forme invasive con il rischio, in alcuni casi, di conseguenze anche permanenti”. Per questo la prevenzione in età pediatrica è “così cruciale. Nel Lazio la copertura vaccinale nei bambini sta andando nella giusta direzione” continua Villani “ma occorre continuare a lavorare per raggiungere livelli più elevati e omogenei, anche attraverso le opportunità di prevenzione oggi disponibili che consentono una più ampia protezione”.
Lo pneumococco circola durante tutto l’anno, con una maggiore frequenza delle infezioni nei mesi invernali e all’inizio della primavera, quando aumentano le occasioni di contatto ravvicinato in luoghi chiusi, anche all’interno delle famiglie. Bambini e adulti possono infatti essere portatori di microrganismi respiratori anche in assenza di sintomi e contribuire alla loro circolazione. Questo, spiega la nota, non significa rinunciare alle proprie abitudini o ai rapporti con gli altri, ma adottare le giuste precauzioni per continuare a vivere serenamente e in salute. In questo contesto, è importante rafforzare l’impegno congiunto di istituzioni sanitarie, medici e famiglie nella prevenzione e nella protezione delle persone più vulnerabili. La malattia invasiva da pneumococco rappresenta ancora oggi una rilevante sfida di sanità pubblica: conoscere i fattori di rischio, le possibili conseguenze e le opportunità di prevenzione è il primo passo per una maggiore consapevolezza e una gestione tempestiva della propria salute, soprattutto in età adulta e in presenza di patologie croniche.


