Italia Paese più longevo della Ue, con 84,1 anni di life expectancy (ma 15 anni da malati)

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Roma, 16 dicembre – A confermare il primato è l’ultimo Country Health Profile dell’Ocse: l’Italia, insieme alla Svezia, è il Paese più longevo dell’Unione europea, con un’aspettativa di vita alla nascita che nel 2024  ha raggiunto gli 84,1 anni, superando i livelli del 2019 e recuperando la flessione determinata dalla pandemia di Covid 19.

Il dato va ovviamente registrato con soddisfazione, al netto delle infinite implicazioni che comporta, a partire dalle crescenti pressioni dell’invecchiamento della popolazione sui costi sociali e sanitari e degli inevitabili riflessi sulla struttura sociale. Basterà ricordare, al riguardo,  che degli 84,1 anni di life expectancy noi italiani, in media, ne viviamo in salute 69,1, ovvero 15 in meno (secondo i dati Eurostat pubblicati la scorsa estate). Non sono pochi, sia chiaro: in Europa ci precede solo Malta   (71,4 anni), ma stanno pur sempre a significare che ci toccano in media 15 lunghi anni di acciacchi e malattie, con il corredo di tutti i problemi correlati in un sistema sanitario sempre più in sofferenza, che – nonostante il nostro profilo demografico sia il più anziano d’Europa – destina soltanto il 10% della spesa sanitaria all’assistenza a lungo termine, contro una media Ue del 18%. “Il sistema si basa fortemente sull’assistenza familiare e sulle prestazioni in denaro piuttosto che su servizi strutturati” sottolinea al riguardo il report Ocse  “lasciando molte famiglie con esigenze di sostegno insoddisfatte”.

Insomma, siamo un Paese per vecchi che tendenzialmente lascia poi i vecchi a se stessi e, quando sono fortunati, alle cure delle loro famiglie. Situazione che trova origine in quella che può ben essere definita la madre di tutti i problemi, puntualmente e inevitabilmente registrata dal report Ocse: la spesa sanitaria pro capite in Italia è inferiore del 19 % alla media dell’Unione europea. E se l’assistenza ospedaliera riesce tutto sommato a soddisfare la domanda, per le cure ambulatoriali e dentistiche le coperture sono scarse e noi italiani dobbiamo arrangiarci, mettendo mano al portafoglio: fatto che spiega perché quasi un quarto (il 24% circa) della spesa sanitaria complessiva sia a carico dei cittadini, quasi 10 punti percentuali in più rispetto alla media Ue (15,5%). Dover far fronte alle necessità sanitarie attingendo alle proprie tasche acuisce inevitabilmente le disuguaglianze, disparità e difficoltà sociali, come attesta il dato che gli adulti a rischio di povertà sono 2,5 volte più propensi a lamentarsi e segnalare necessità mediche rimaste insoddisfatte rispetto alla popolazione generale.

Non meraviglia, ovviamente, che il report Ocse individui come primo generatore di insoddisfazione per i bisogni di salute rimasti senza risposte il fenomeno delle lunghissime liste d’attesa, che nel nostro Paese rendono spesso chimerico l’accesso alle cure. Al riguardo, annota l’Ocse, è stato elaborato un nuovo piano nazionale per la loro gestione, ma resta ancora da vedere se, come e quanto riuscirà a risolvere il problema.

Il report mette a nudo anche un altro grave problema ormai strutturale della nostra sanità, quello delle risorse umane, parlando di  “grave squilibrio nella composizione delle competenze”. Siamo un Paese ad alta densità di medici (5,4 ogni mille abitanti), dato che stranamente non impedisce che  più della metà dei medici di medicina generale, soprattutto nelle Regioni del Nord, supera il numero massimo di pazienti. E soffriamo di una vera e propria emergenza-infermieri, che sono solo 6,9 ogni mille abitanti, dato largamente al di sotto (più del 20%) rispetto alla media Ue. Ad aggravare la situazione, il fatto che  il numero di laureati in infermieristica si è dimezzato rispetto alla media Ue dal 2020.

Possiamo però vantare un primato: il nostro è uno dei Paesi Ue più rapidi nel rimborsare i farmaci innovativi, in particolare gli antitumorali. Ma anche in materia di farmaci non rinunciamo alle nostre singolarità: abbiamo un  mercato fortemente sbilanciato verso gli acquisti ospedalieri, che valgono il 75% della spesa farmaceutica,  vale a dire poco meno del doppio della media Ue. E continuiamo a essere tra i fanalini di coda  in materia di consumo di farmaci equivalenti, solo il 29% in volume, altro elemento che concorre all’aumento della spesa sanitaria privata, in ragione del costo aggiuntivo (del tutto evitabile) che i cittadini debbono sostenere per coprire la differenza di costo tra il farmaco branded che richiedono e quello generico con costo inferiore interamente coperto dal Ssn. Si tratta di un miliardo di euro all’anno che prende il volo dalle tasche dei cittadini, e non si tratta esattamente di bruscolini.

Nonostante la vita più lunga  rispetto agli altri cittadini europei, noi italiani continuiamo a registrare un alto numero di decessi evitabili per malattie cardiovascolari e tumori, a causa di fattori di rischio in aumento. A crescere e preoccupare, secondo il report Ocse, sono i rischi comportamentali: il 27% dei quindicenni (il terzo tasso più alto nell’Ue) ha dichiarato di aver fumato nell’ultimo mese e i teens italiani sono quelli che registrano il livello più basso di attività fisica. Altro fattore di rischio è l’obesità, che resta bassa negli adulti ma registra significativi tassi di sovrappeso infantile, situazione sulla quale bisognerebbe intervenire per evitare ulteriori problemi e oneri sanitari futuri.

Il quadro tracciato dal Country Health Profile dell’Ocse ribadisce, evidenziandola, una verità nota e fors’anche banale: le politiche sanitarie non possono limitarsi a prolungare la vita, ma debbono preoccuparsi ed occuparsi della qualità degli anni guadagnati,  investendo per ridurre il carico di malattie croniche, promuovere la prevenzione, rafforzare la medicina territoriale e sostenere stili di vita sani.

La vera sfida è quella di garantire che gli ultimi decenni di vita non siano anni di dipendenza e fragilità, ma periodi in cui le persone possano rimanere attive, integrate nella società e in grado di vivere dignitosamente. Perché la vera domanda, alla fine, non è tanto e solo  “quanti anni vivremo?”, ma soprattutto “in che condizioni vivremo quegli anni?”. Chissà se la politique politicienne di questi nostri tempi, concentrata esclusivamente sull’hic et nunc  e quindi interessata in via esclusiva a misure di respiro cortissimo e di raggio ancor più ridotto, finalizzate solo a guadagnare e/o accrescere i consensi necessari per rimanere e/o raggiungere il potere, sarà capace di porsela, questa domanda: sarebbe già un primo passo fondamentale, la precondizione indispensabile per provare a cercare di trovare le risposte e garantire un futuro alla sanità e alla società che verranno.

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