Sussidarietà e salute, in Italia meno cure a chi ne ha più bisogno: fragili, poveri e anziani

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Roma, 23 febbraio – Arriva – se mai ve ne fosse stato bisogno – un’ulteriore conferma della crisi sistemica della sanità italiana: il Rapporto Sussidiarietà e… salute, presentato il 19 febbraio scorso nella Sala della Regina di Montecitorio (nella foto del titolo, l’indirizzo di saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana) dalla Fondazione per la sussidarietà, certifica che in Italia, oggi, coloro che stanno peggio –  cronici, fragili, poveri e anziani – dispongono di meno cure.

Il rapporto, una sorta di check up del Servizio sanitario nazionale, mostra la progressiva perdita di universalismo ed equità del nostro sistema di salute. Trovano conferma cifre e trend già intercettati da altre precedenti ricerche, e non è un buon segno: circa il 9-10% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato o rinviato cure necessarie per motivi economici, lunghe attese o difficoltà di accesso, quota che supera il 20% tra le fasce più svantaggiate. La relazione tra salute e titolo di studio è molto significativa. I tassi di mortalità evitabile per 10.000 residenti sono: 39,6 per chi è privo di titolo di studio o ha licenza elementare; 33,5 per chi ha conseguito la licenza media; 26,4 per chi possiede il diploma; 20,3 per coloro che hanno una laurea o un titolo di studio superiore.

Sono circa  4 milioni i cittadini over 65 non autosufficienti che richiedono maggiore assistenza, oltre 5,5 milioni di anziani vivono soli. circa il 14% degli ultra 65enni è a rischio di isolamento sociale e quasi un milione di anziani è in povertà assoluta. L’Assistenza domiciliare integrata (Adi) – principale forma di presa in carico che unisce sanitario e sociosanitario – arriva a coprire il 30% circa delle persone anziane non autosufficienti, mentre gran parte della cura rimane affidata alle famiglie.

La spesa sanitaria out of pocket è il 24% di quella totale e resta tra le più alte in Europa occidentale (ben oltre la media Ue di circa il 15%), in costante crescita dal 2010 (escluso il periodo del Covid-19). Da 12 anni il dato supera il limite stimato tra il 15 e il 20% raccomandato dall’Oms, soglia oltre la quale sono a rischio uguaglianza e accessibilità alle cure. L’8,6% delle famiglie italiane è costretta ad affrontare spese sanitarie insostenibili, dato che ci colloca nel fondo della classifica dell’area Ocse (peggio di noi fanno solo altri otto Paesi). Il carico della spesa sulle famiglie è passato dal 18,6% del 1980 al 25,7% del 2023 (+7,1%), mentre la quota della produzione sanitaria pubblica, sul totale, si riduce di 2,7 punti, passando dal 63,9% nel 1980 al 61,1% nel 2022.

Le falle del Sistema sanitario nazionale che più condizionano la vita delle persone fragili e bisognose sono il sotto-finanziamento, la carenza di prossimità e continuità assistenziale e la mancanza di integrazione tra sanitario e socio-sanitario.

Il finanziamento è sotto la media dei principali Paesi Ue, con circa 37 miliardi di euro di tagli cumulati nel decennio 2010-2019, realizzati senza tener conto della qualità e dell’equità. E le (insuffici9enti) risorse sono allocate tramite criteri basati sulle prestazioni e non sull’integrazione dei percorsi assistenziali, sulla continuità di cura o sugli esiti di salute, cosa che penalizza in particolare i pazienti cronici e fragili, che attraversano più setting di cura senza una responsabilità unitaria.

Dal punto di vista organizzativo, la carenza di prossimità e continuità assistenziale e la mancanza di integrazione tra sanitario e socio-sanitario rappresentano una delle principali modalità attraverso cui il diritto alla salute viene implicitamente ridimensionato, riducendo l’equità di accesso alle cure. La carenza di personale, in particolare dei medici di medicina generale, primo riferimento sanitario soprattutto per i più fragili, è di grave ostacolo alla presa in carico dei bisogni sanitari e sociosanitari.

Dal Rapporto emerge che i modelli organizzativi più efficaci (come ad esempio quelli adottati nell’esperienza delle Botteghe di Comunità della Asl di Salerno, che coinvolgono 29 Comuni e oltre 28.000 cittadini) sono quelli che creano collaborazioni strutturate tra i diversi soggetti di cura e assistenza, generando benefici soprattutto per i pazienti cronici e fragili. Questo conferma la rilevanza della cultura della sussidiarietà come fattore di innovazione organizzativa che si sostanzia, in particolare come collaborazione tra i diversi enti sanitari sotto la regia pubblica.

Quel che serve, suggerisce il Rapporto, è una riforma complessiva del Sistema sanitario nazionale in chiave sussidiaria. E al riguardo la Fondazione per la sussidarietà lancia una proposta di patto stretto sulla  base di azioni necessarie: incrementare la spesa e modificarei criteri di finanziamento con l’introduzione di budget di cura per pazienti cronici e fragili e modelli di capitation (che incentivano prevenzione e presa in carico continuativa); rafforzare strutturalmente l’assistenza territoriale, con l’istituzione di cabine di regia distrettuali tra Asl, Comuni e Terzo settore in tutti i distretti, Case della Comunità e Ospedali di Comunità funzionanti, e i centri di emergenza-urgenza; istituire un Servizio nazionale per la non autosufficienza e integrare il sistema sanitario con il sociosanitario; coprire le carenze nel fabbisogno strutturale di personale, con piani pluriennali di assunzione, retribuzioni ai livelli medi Ue (incrementi stimati del 10-15%), valorizzazione della professionalità e motivazione degli operatori; migliorare la regolazione del privato accreditato su volumi necessari, valutarlo sugli esiti, orientarlo alla riduzione delle disuguaglianze e dei meccanismi di selezione opportunistica.

“La sussidiarietà come è intesa nel nostro rapporto è una architettura di cooperazione tra Stato, territori e comunità” spiega Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà (nella foto). “È questa la chiave per restituire al sistema efficacia, equità e sostenibilità nel lungo periodo, rendendo il diritto alla salute non un principio astratto, ma un’esperienza reale e accessibile per tutti”.

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