Roma, 23 marzo – Secondo uno studio pubblicato su The Lancet nell’ottobre dello scorso anno, entro i prossimi 25 anni il numero di casi di cancro annui passerà da 18,5 a più di 30 milioni (con un aumento del 61%), mentre i decessi passeranno da 10,4 milioni a 18,6 (+75%). Si tratta, secondo la ricerca, della continuazione di un trend che va avanti da decenni: già tra il 1990 e il 2023, a livello globale, il numero di nuovi casi è più che raddoppiato e i decessi sono cresciuti del 74%. Eppure, pur in presenza di questa evidenza, in Europa negli ultimi 10 anni sono diminuiti di ben il 50% gli studi clinici avviati contro il cancro.
Nel 2013 le sperimentazioni europee costituivano il 18% a livello mondiale, per scendere al 9% nel 2023. Una sorte del tutto sovrapponibile, anche se con numeri peggiori, a quella degli Stati Uniti, dove nello stesso arco di tempo si è registrata una riduzione degli studi contro i tumori del 34% (dal 26% al 17%).
E siccome ogni spazio libero tende subito a essere occupato, a europei e americani, sulla frontiera della ricerca anti-cancro – si sono subito sostituiti i cinesi, fornendo una plastica dimostrazione di come nel mondo, insieme agli equilibri geo-politici, stiano fortemente cambiando anche quelli della ricerca scientifica. Nello stesso decennio 2013-2023 la Cina ha infatti mostrato un netto incremento dell’attività di ricerca sul cancro, passando dall’8% su base mondiale al 29% e diventando – come conferma Massimo Di Maio, presidente dell’Aiom, l’Associazione italiana di Oncologia medica – il primo Paese al mondo per numero di studi clinici avviati e per pazienti arruolati.
Tra le concause che in soli dieci anni hanno portato la ricerca europea in materia oncologica dal ruolo di assoluta protagonista a quello di arrancante comprimaria un peso rilevante è quello di impianti regolatori sempre più complessi, dopo la piena entrata in vigore nel gennaio 2022 del Regolamento sulle sperimentazioni cliniche (n. 536/2014), che ha finito per rendere più difficile e lento il processo di approvazione e avvio dei trial, anche se l’obiettivo perseguito era esattamente l’opposto, ovvero promuovere l’efficienza delle sperimentazioni cliniche, soprattutto nel caso di sperimentazioni svolte in più Stati Membri, stimolando nel contempo l’innovazione e la ricerca e limitando duplicazioni di valutazione e ripetizioni di sperimentazioni senza valore aggiunto.


“La ricerca clinica è anche una questione di politica sanitaria e di competitività del sistema Paese” ha affermato Rossana Berardi (nella foto), presidente eletto Aiom, in occasione dell’International Clinical Research Course 2026 promosso dalla stessa Aiom e dall’American Society of Clinical Oncology (Asco), tenutosi il 20 e 21 marzo a Roma. “Se vogliamo che l’Europa e l’Italia tornino a essere protagoniste nello sviluppo delle terapie oncologiche innovative, è necessario semplificare e velocizzare i processi autorizzativi degli studi clinici, riducendo gli ostacoli burocratici che oggi rallentano l’avvio delle sperimentazioni e rendono i nostri Paesi meno attrattivi per la ricerca internazionale.
