Glp-1, studio USA: “Efficacia non universale, si dimezza in presenza di variante genetica”

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Roma, 28 aprile – Arruolati d’ufficio tra i miracle drugs per la loro efficacia terapeutica contro il diabete ma anche (se non soprattutto) per i prodigiosi effetti  contro i chili di troppo, che hanno consentito loro di stazionare stabilmente tra i farmaci blockbuster negli ultimi anni, gli  ipoglicemizzanti agonisti del Glp-1, anche detti “incretino-mimetici”, in realtà non funzionerebbero con tutti e per tutti allo stesso modo: uno studio pubblicato tre settimane fa su Nature Genome Medicine ha infatti evidenziato l’esistenza di una variante genetica che può ridurre fino al 50% l’efficacia dei trattamenti per obesità e diabete.

A presentare questa mutazione, sostengono gli autori dello studio, il cui corrispondente è Adam Autom del 23andMe Research Institute di Palo Alto, azienda di test genetici tra i fiori all’occhiello della Silicon Valley, leader incontrastata del mercato dei test genetici poi incappata, a seguito del furto da parte di un hacker di milioni di dati sensibili, in una spirale che l’ha portata al fallimento a inizio primavera 2025, per poi costringerla a  un importante percorso di ristrutturazione finanziaria. Secondo il team di ricercatori (tutti del 23andMe Team), circa una persona su 10 con diabete di tipo 2 presenta questa mutazione, che incide direttamente sulla perdita di peso ottenuta con farmaci come semaglutide, tirzepatide ed epigoni.

Esiste insomma una notevole variabilità inter-individuale sia nell’efficacia della perdita di peso sia nell’incidenza degli effetti collaterali. Per indagare la base genetica di questa variabilità, i ricercatori di 23andMe Research Institute hanno condotto uno studio di associazione a livello genomico sulla perdita di peso auto-riferita e sugli effetti collaterali correlati al trattamento in 27.885 persone sottoposte a terapia con agonisti del recettore Glp-1, identificando appunto la variante missenso nel gene Glp1R. Lo studio ha anche evidenziato un possibile aumento degli effetti collaterali. In particolare, le varianti del gene Gipr, associate ai farmaci come tirzepatide, risultano collegate a una tollerabilità peggiore.

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