Roma, 20 maggio – Il riordino normativo del servizio farmaceutico in discussione al Senato e meglio noto alle cronache come Testo unico? Si tratta soltanto di “un puro e semplice escamotage corporativo, finalizzato a rafforzare il potere anti.concorrenziale della farmacia italiana”.
Questo il giudizio lapidario del Movimento nazionale dei liberi farmacisti presieduto da Vincenzo Devito (nella foto) nei confronti dello schema di legge delega governativo promosso dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato che nei programmi dovrà essere approvato entro la fine di dicembre 2026.
Sul provvedimento in itinere, il Mnlf “esprime forte preoccupazione, ritenendo che esso presenti rilevanti criticità sia sotto il profilo della concorrenza che dell’equilibrio dell’intero sistema”. Nato con l’intento dichiarato di razionalizzare la normativa, l’intervento rischia infatti di trasformarsi, a giudizio dei liberi farmacisti, “in un vero e proprio ‘cavallo di Troia’, attraverso il quale riscrivere le regole del settore e bloccare ogni forma di accesso al mercato, nonché un’ulteriore spinta alla privatizzazione della sanità pubblica”.
Allineandosi ad alcune delle osservazioni formulate in audizione dalla Fondazione Gimbe, il Mnlf osserva che “il provvedimento non si configura come un semplice riordino normativo, ma come una riforma che interviene su aspetti fondamentali quali la distribuzione dei medicinali, la revisione della spesa farmaceutica, il sistema di payback, la pianificazione delle sedi e l’ampliamento delle funzioni delle farmacie”. Per la sigla storica dei liberi farmacisti, insomma, non saremmo di fronte a una semplice delega, “ma a una vera e propria riforma di natura corporativa”.
Per Mnlf, però, restano aperte anche altre questioni, tutt’altro che marginali, a partire dal la copertura finanziaria e sorgono perplessità rispetto agli ambiti di intervento: una legge statale di riordino non può infatti invadere materie di competenza esclusiva o concorrente delle Regioni, e sul rispetto di questa condizione, lascia intendere Mnlf, gli interrogativi non mancano davvero.
Ma la vera questione sulla quale si concentrano le critiche dei liberi farmacisti è la convinzione che dietro la riforma (“pseudo-riforma”, nella definizione di Mnlf) altri non vi sia che la sigla nazionale dei titolari di farmacia, ovvero la stessa Federfarma, accusata di sottrarsi nel frattempo “al rinnovo dignitoso del Ccnl per i propri dipendenti” e di mobilitare “risorse per sostenere ricerche e sondaggi autoreferenziali, mentre in Parlamento lavora per rafforzare un impianto normativo sempre più orientato in senso pro-corporativo”, perseguendo quella che agli occhi di Mnlf appare una chiara strategia: “coinvolgere istituti di ricerca e associazioni per rafforzare il proprio
peso lobbistico e consolidare una posizione dominante nel settore”.
Una strategia alla quale il Movimento nazionale liberi farmacisti si oppone con fermezza e decisione, rilanciando quella che è praticamente da sempre la sua “proposta alternativa chiara”, ovvero “superare l’attuale modello chiuso e adottare un sistema simile a quello della Germania, senza vincoli numerici e basato esclusivamente su elevati standard tecnici”.
Perché, argomenta Mnlf, alla fine la questione è semplice: “O si tutela l’interesse pubblico e la libertà professionale, oppure si continua a proteggere una rendita di posizione.
E oggi, purtroppo, la direzione intrapresa è fin troppo chiara”. E, secondo i liberi farmacisti, non va davvero in direzione di un modello (quello tedesco, appunto), “che consentirebbe a migliaia di farmacisti di diventare protagonisti del proprio futuro, sottraendosi a una condizione di dipendenza da una lobby impegnata a difendere solo i propri vantaggi economici, in un contesto in cui il conflitto tra interesse pubblico e privato rischia sempre di più di risolversi a favore di questi ultimo”.


