Roma, 21 giugno – Chi può, si segni l’appuntamento e cerchi di non mancarlo: la sede è l’Aula Cannizzaro dell’Università di Messina (piazza Pugliatti, 1); la data il 9 luglio 2026, alle 16.30; l’occasione è la presentazione di un libro, intitolato Una giornata particolare. Un istituto, un professore… e ricordi.
Sarà il caso di dire subito che la “giornata particolare” raccontata nel volume è durata in realtà ben 36 anni è si è svolta tutta (almeno in apparenza…) a Messina, in un luogo ben definito, l’Istituto di Farmacologia e Microbiologia della sua università. Comprensibile che ci sia voluto un libro intero per raccontarla, e che il narratore (il farmacologo Achille Patrizio Caputi, nella foto, professore emerito di Farmacologia all’Università degli Studi di Messina e già presidente della Società italiana di Farmacologia, giusto per pescare a caso una chicca del suo formidabile cursus honorum), abbia deciso fin dall’inizio di affidare il racconto a un coro polifonico, e non alla sua semplice voce. Perché certe giornate, certi viaggi, certe esperienze (l’insegnamento è una di queste), hanno e trovano il loro senso solo ed esclusivamente in una dimensione plurale, quello del “noi”.
Dimensione che Caputi conosce (e pratica) da sempre per intima convinzione e vocazione, anche perché abbiamo ragione di ritenere che abbia scoperto fin dai primi anni della sua vita che il suo daimon è il corvo imperiale, secondo gli etologi l’animale più curioso del mondo. E la curiosità, chiusa in una stanza a confabulare con se stessa, inevitabilmente muore per asfissia. Da qui la vitalissima propensione di Caputi – ben conosciuta da chiunque lo abbia incontrato anche solo per un momento – a confrontarsi, dialogare, ascoltare, condividere pensieri e vedute, saperi e conoscenze, intuizioni, idee e anche fantasie, oltre che, all’occorrenza, buoni piatti e un buon bicchiere di vino.
Inevitabile che quando – per una catena di circostanze casuali scaturite da una serie di incontri anch’essi in buona parte fortuiti – si è materializzata e ha via via preso corpo e sostanza l’idea di raccontare i suoi 36 anni di insegnamento a Messina, Caputi abbia subito realizzato che l’unico modo per narrare quella piccola epopea che ha intrecciato i destini di un’infinità di persone non poteva che essere quella di affidarla a un possente coro, e non a un solista, per quanto bravo potesse essere.
Il libro è nato cosi, coinvolgendo in via diretta chi in quei 36 anni ha vissuto all’Istituto di Farmacologia di Messina una o più “giornate particolari”, quelle che per un motivo o un altro segnano l’esistenza delle persone con una traccia indelebile, molto spesso in ragione di incontri che creano legami indissolubili.
“Io ho lavorato in istituto dal 1980, quando sono arrivato a Messina da professore ordinario di farmacologia, alla fine del 2016 quando sono andato in pensione. In questi 36 anni moltissime persone hanno lavorato direttamente con me all’inizio e, successivamente, con i miei allievi raggiungendo un numero approssimativo di oltre 200” scrive Caputi nella sua prefazione, raccontando la genesi del suo libro. “Della gran parte di essi, gli anni avevano cancellato sia il ricordo che il modo di rintracciarli, ma in questa ricerca ho avuto la fortuna di coinvolgere progressivamente i miei ex collaboratori”.
Una volta trovato il numero telefonico di molti di loro, Caputi – ispirato probabilmente dal suo daimon – non poteva far altro che chiamarli tutti, spiegando che sarebbe stato bello provare a raccontare, ciascuno con un suo personale racconto, anche solo un piccolo frammento del percorso vissuto in comune, non già (o quantomeno non solo) per riassaporarlo, quanto per provare a rintracciare i significati e i segni lasciati nell’esistenza di ognuno.
“Abbiamo così raccolto i ricordi di 110 persone, riportati in questo volume. Abbiamo inserito i ricordi in sequenza temporale, e per ciascuno di essi, se l’autore non aveva assegnato un titolo, abbiamo provveduto noi, utilizzando una frase o un pensiero espresso nel testo” scrive ancora Caputi nella sua prefazione, provando poi a distillare il senso della singolare iniziativa. “Credo che questa raccolta, grazie a tante rievocazioni, sia rappresentativa di un periodo della vita di ciascuno dei protagonisti, della storia di un istituto di ricerca e didattica di una piccola università italiana, della trasformazione di un istituto in un dipartimento e di come il tempo abbia cambiato l’approccio sia del discente che del docente.
A me questi racconti hanno permesso di scoprire l’Achille come lo hanno visto quelli che con lui hanno lavorato, come gli anni trascorsi li hanno trasformati e quanto io abbia io influenzato la loro vita. Nello stesso tempo, i ricordi da loro inviati e le telefonate intercorse mi hanno consentito di percepire quanto io sia stato fortunato a conoscerli e frequentarli, a lavorare con essi e a crescere io professionalmente e umanamente”.
Il racconto, vero e proprio memoir polifonico, insomma, alla fine sembra preziosamente ricordarci una lezione che tendiamo a dimenticare: quel che più conta nel nostro transito sul pianeta è la ricchezza che l’umanità sa e può esprimere, un “ingrediente” che possiamo trovare solo ed esclusivamente nell’incontro con gli altri, a patto di viverlo aprendoci all’accoglienza, all’ascolto, alla comprensione, alla condivisione, alla fiducia di poter trovare in chi incontriamo ciò che ancora ci manca per diventare chi siamo veramente. Probabilmente molto del significato della “gioiosa fatica” condotta da Caputi nel dare vita al suo memoir è qui, e non è davvero poco, se consideriamo i tempi. Perché – per quanto scoperte si possano fare – la scoperta dell’altro è sempre la più importante: la percezione della nostra identità passa infatti attraverso la percezione degli altri, attraverso lo sguardo che essi posano su di noi.
Quando si è capaci di guardarsi e ascoltarsi, insomma, diventa più facile volersi bene, come lascia comprendere con la sua consueta chiarezza espressiva Caputi, chiudendo la sua prefazione: “Con mia profonda commozione, questa serie di aneddoti mi ha permesso di scoprire quanto affetto mi ha circondato in tutti questi anni e quanto ne è ancora rimasto fra noi pur con il trascorrere del tempo” scrive il professore, per poi concludere con una frase di Seneca: “Vivi con quelli che possono renderti migliore e che tu puoi rendere migliori. C’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano”.
Ce n’è davvero più che abbastanza per non mancarlo, l’appuntamento di Messina del 9 luglio prossimo. E per chi proprio non potesse raggiungere la città dello stretto per l’occasione, a partire dal 25 giugno il volume sarà disponibile presso la editrice EDAS sas, via San Giovanni Bosco 17, 98122 Messina, telefono 090/675653.


