Roma, 30 giugno – Con una riunione straordinaria della Conferenza Stato-Regioni tenutasi venerdì 26 giugno, è arrivato l’ok definitivo sull’Accordo collettivo nazionale per i medici di medicina generale finalizzato al funzionamento operativo delle Case di comunità. Grazie all’intesa raggiunta e al parere positivo della Corte dei Conti, si completa dunque l’iter procedurale che permette all’Accordo di diventare pienamente operativo entro il 30 giugno 2026, nel rispetto dei tempi previsti dal Pnrr.
Dopo serrate interlocuzioni tra Governo, Regioni e organizzazioni sindacali, il testo era stato sottoscritto nella serata di martedì 23 giugno da Sisac, la Struttura interregionale Sanitari Convenzionati che rappresenta le Regioni, e dai sindacati Fimmg e Fmi.
Il comunicato della Conferenza delle Regioni, piuttosto conciso, asserisce che “l’Accordo raggiunto consente di assicurare alle Case di Comunità la presenza di professionisti essenziali per la cura e la gestione dei pazienti, secondo un modello di assistenza più vicino alle persone“,
Ma è sicuramente un risultato molto importante, che va in larga misura ascritto alla tenacia del ministro della Salute Orazio Schillaci (nella foto), il quale – pur di fronte all’ostinata contrarietà dei medici, fin da subito contrari alla proposte di un loro ingresso nelle Case di comunità – ha perseguito l’obiettivo di coinvolgerli, proclamandosi “un ottimista di natura” e non lasciando niente di intentato per convincere i Mmg ad accettare di entrare a lavorare nelle nuove strutture, delle quali – also spracht Schillaci – essi “sono la componente irrinunciabile”, anche se nel contratto di lavoro (Acn) dei medici di base questa forma di partecipazione non era prevista. E proprio da qui, da questa mancata previsione è scaturita la necessità assoluta di modificare l’accordo nazionale sottoscritto appena sei mesi fa.Posta questa fondamentale premesse, modificando l’articolo 31 dell’Anc di gennaio si è concordato che i medici di famiglia “titolari di incarico a tempo determinato o indeterminato, svolgano l’attività assistenziale a prestazione oraria sulla base delle determinazioni dell’Azienda di appartenenza”, svolgendo fino a 6 ore settimanali nelle CdC “dal lunedì al venerdì, dalle ore 8 alle ore 20”, con un compenso di 38,72 euro per ciascuna ora di attività, uguale su tutto il territorio nazionale ma con la possibilità di integrazioni regionali se associate a ulteriori specifiche funzioni.
Tutto il meccanismo organizzativo è affidato alle singole Aziende, sia per quanto riguarda l’individuazione del fabbisogno (quanti medici, quante ore, eccetera) sia per la sua articolazione oraria, fatto salvo l’obbligo di assicurare almeno tre ore di presenza continuativa.
Non tutte le sigle dei medici si sono espresse favorevolmente sull’accordo: lo hanno sottoscritto, peraltro con motivazioni diverse, la Fimmg (Federazione italiana Medici di famiglia) e la Fmt (Federazione dei Medici territoriali), mentre si sono rifiutate di farlo, esprimendo una ferma opposizione ai contenuti, altre sigle come Smi (Sindacato medici italiani) e Snami (Sindacato nazionale autonomo Medici italiani), anch’essi per motivazioni e ragioni differenti e specifiche.
L’accordo raggiunto in zona Cesarini rappresenta, come già detto, un punto a favore del ministro della Salute, che così compensa (sia pure molto parzialmente) il naufragio della sua proposta di riforma della medicina generale, schiantatasi sugli scogli degli irriducibili niet dei medici prima e della successiva (e di fatto conseguente) sollecitazione a fare macchina indietro del suo stesso Governo. Ma potrebbe anche rivelarsi un successo del tutto illusorio, soprattutto se le 6 ore massime settimanali di lavoro nelle Case di comunità che gli Mmg hanno accettato di svolgere dovessero rivelarsi del tutto insufficienti per assicurare alle Case di Comunità (che in molte parti del territorio sono ancora scatole vuote) almeno una parvenza di esistenza in vita. I dubbi al riguardo sono molti e pesanti, anche in ragione del fatto che le nuove strutture sanitarie del territorio mancano anche e ancora (per quanto è dato sapere) delle altre figure professionali necessarie al loro funzionamento: specialisti ospedalieri, infermieri, operatori socio-sanitari e via elencando, ovvero tutto il personale necessario per assicurarne il funzionamento e inaugurare concretamente la nuova stagione della sanità territoriale italiana.
Facendo professione di ottimismo, si può certamente convenire sul fatto che l’accordo con gli mmg rappresenta comunque un primo e positivo passo per mettere le Case di comunità in condizione di partire. Ma già è chiaro che l’obiettivo iniziale delle 1000 e più strutture da aprire sul territorio nazionale non è al momento raggiungibile, anche in ragione di quanto sta avvenendo in diverse Regioni. In Puglia, ad esempio, il numero di CdC previste dal Pnrr è stato drasticamente ridotto qualche giorno fa da 121 a 78, a causa – spiegano dalla Regione – “di una rimodulazione fatta a livello nazionale, attraverso una riduzione ridistribuita tra i vari territori”, decisione che sarebbe stata presa dal Consiglio Affari economici e finanziari dell’Unione europea (Ecofin), sulla base di una revisione dei progetti del Pnrr Italia proposta dal governo,
Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente, anzi: sono già passati quattro anni dal Pnrr, dall’entusiasmo per la massa di finanziamenti e dal fervore di idee e progetti, che però non si sono sempre tradotti anche in un fervore di opere e realizzazioni. Tutta la classe politica è ormai concentrata da tempo in via pressoché esclusiva a come prepararsi per il meglio (il meglio per loro, si intende) all’ormai prossimo ritorno alle urne. E alla riforma dell’assistenza territoriale finiscono per essere riservate dosi omeopatiche di tempo e attenzione. Così, dopo quasi un’intera legislatura e qualcosa come 19 miliardi di euro finanziati grazie al programma dell’Unione europea Next Generation Europe ed espressamente destinati alla “Missione Salute per sostenere importanti riforme e investimenti a beneficio del Servizio sanitario nazionale, da realizzare entro il 2026″ (il lessico è dello stesso Governo), tutto quello che si riesce a intravvedere sulla linea dell’orizzonte è un pallido ectoplasma. Ma c’è anche chi, va a sapere se per inclinazione all’apocalisse o per scarsità di diottrie, non scorge neanche l’ombra. E per i destini di un sistema sanitario pieo di problemi come il nostro non è davvero una buona notizia.


