Roma, 12 luglio – A volerla buttare sul ridere, è molto probabile che se Leopardi fosse vissuto ai nostri giorni, L’infinito lo avrebbe scritto ispirandosi all’attesa di una visita specialistica o di un esame diagnostico. Ma purtroppo non c’è nulla da ridere. E anzi, a prendere per buono il detto secondo il quale l’attesa, alla fine, ci consuma, abbiamo serissimi motivi per preoccuparci: noi tutti, e prima ancora il sistema sanitario nazionale, finiremo presto per morire consumati.
Secondo una nuova indagine dell’istituto Piepoli, condotta su un campione di 1000 cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, realizzata per la Fnomceo e presentata nei giorni scorsi, quasi 7 italiani su 10 i tempi di attesa. Si tratta di cittadini che (6 su 10) dichiarano anche di rimandato o rinunciato a cure o controlli proprio a causa dei tempi di attesa. E la percentuale nel Sud e nelle Isole dal 60% circa passa sparata intorno al 66%, ovvero due cittadini su tre.
L’indagine mostra inoltre che, secondo gli italiani, la prima causa delle liste d’attesa è la carenza di medici specialisti e di personale sanitario, indicata tra le cause dal 42% degli intervistati e come causa principale dal 23%. Seguono l’organizzazione inefficiente, al 26%, il mancato adeguamento delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di cura e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%. Solo il 6% indica l’intramoenia tra le cause.
Per Filippo Anellii
, presidente Fnomceo e committente della survey, la realtà confermata una volta di più di persone che rinviano controlli, rinunciano a prestazioni o escono dal percorso pubblico per cercare una risposta altrove è tale da sollevare preoccupazioni drammatiche: “Quando il bisogno di salute non incontra una risposta tempestiva nel Servizio sanitario nazionale, si crea una frattura di fiducia” afferma i presidente dei medici. “E si produce una discriminazione: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia. È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare”.
“Il Ssn eè nato per rendere effettivo il diritto alla salute, non per essere una possibilità tra le altre” prosegue Anelli. “Il vero allarme non è solo la prestazione che arriva in ritardo, con tutti i suoi effetti collaterali come la rinuncia alle cure, con conseguente aggravamento delle patologie, l’utilizzo improprio del pronto soccorso, la mobilità sanitaria. Il punto è questa progressiva perdita di fiducia nella capacità della Repubblica di prendersi cura delle persone”.
Resiste però la fiducia nei professionisti, e in particolare nei confronti dei medici, che si “guadagnano” la fiducia del 72% dei cittadini, percentuale identica tanto per i medici di medicina generale che per i medici ospedalieri del Servizio sanitario nazionale. Decisamente più bassa invece (appena il 48%) la fiducia riposta nelle istituzioni di governo del sistema, Ministero della Salute e Regioni.
“La fiducia nei medici resta alta – perché nasce dalla relazione di cura, dall’incontro quotidiano con le persone, dalla responsabilità che ogni professionista si assume davanti al bisogno di salute” spiega Anelli. ” Ma questa fiducia non può essere consumata da un sistema che non riesce a dare risposte. La fiducia è il presupposto della cura: senza fiducia si indebolisce il rapporto tra cittadino, medico e Servizio sanitario nazionale”.


