Manovra 2027, Schillaci bussa a denari: chiesti 5 miliardi aggiuntivi per il Ssn in crisi

”banner

Roma, 31 agosto – Più di 30 miliardi di euro. Questa la cifra – secondo le anticipazioni apparse sulla stampa di informazione – che servirà per “apparecchiare” la manovra finanziaria per il 2027, la quinta e ultima del governo presieduto da Giorgia Meloni prima delle elezioni politiche del 2027.

Si tratta ovviamente di un’indicazione che fissa solo un ipotetico ordine di grandezza, dal momento che per ora non esiste un saldo definitivo e la maggior parte delle ambiziose misure già reclamate da diversi esponenti della maggioranza (taglio dell’Irpef, pensioni più flessibili, nuovi fondi per la sanità, sgravi sui salari, tredicesime detassate, flat tax per le partite Iva, bonus casa e – addirittura! – abolizione del bollo auto) debbono ancora essere tradotte in proposte dettagliate.

Com’è tradizione in questo periodo, tutti battono un colpo e si accumulano le richieste avanzate da ogni singolo ministero (e partito della maggioranza), ma la questione decisiva, quella delle coperture, sarà affrontata e discussa soltanto in autunno, in un clima inevitabilmente condizionato dalla campagna elettorale,di fatto già cominciata, per le elezioni politiche del prossimo anno.

Sanità, Schillaci chiede 5 miliardi in più per mantenere in piedi il Ssn

Uno dei nodi più intricati, com’era ampiamente prevedibile. è quello della sanità, per la quale il ministro della Salute Orazio Schillaci (nella foto a destra) ha chiesto a fine luglio, ben prima dell’inizio del confronto sulle misure più politiche, almeno 5 miliardi in più oltre l’aumento già previsto, soprattutto per il personale e le retribuzioni. Senza queste nuove risorse, ha spiegato il titolare della Salute al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (foto a sinistra), il divario tra finanziamento e spesa salirebbe a 7,1 miliardi, scaricando la pressione sui bilanci regionali e sui servizi. Ovvero – a dirla in termini meno critici – il sistema imploderebbe. “Se non manteniamo almeno stabile il rapporto tra il Fondo e il Pil andiamo a sbattere”, avrebbe detto Schillaci al collega del Mef nell’incontro di fine luglio, e se le parole non sono state proprio queste, sul loro senso è ragionevole ritenere che non ci sia molto da discutere.

Giorgetti, secondo quanto riferito dalla stampa, avrebbe registrato le richieste di Schillaci senza pronunciarsi nel merito. Per sapere quale sarà la sorte del finanziamento (5 miliardi per il 2027 e altrettanti per l’anno successivo) bisognerà quindi necessariamente attendere il confronto sulla legge di bilancio 2027, che valuterà anche le istanze degli altri ministeri, il tutto alla luce dei vincoli sui conti pubblici. La partita è comunque decisiva per le sorti del nostro Servizio sanitario, in conclamata sofferenza finanziaria per una ragione strutturale fin qui mai affrontata e andata via via peggiorando: il Fondo sanitario nazionale, ovvero la dotazione con cui lo Stato concorre a finanziare i servizi regionali, è da anni inferiore alla spesa sanitaria pubblica reale, l’aggregato registrato nei documenti di finanza pubblica che comprende la spesa effettiva delle amministrazioni pubbliche.

L’ultima riprova arriva dalla legge di bilancio 2026, che ha portato il finanziamento complessivo del Ssn a circa 142,9 miliardi di euro nel 2026, con una crescita prevista a 143,9 miliardi nel 2027 e a 144,8 miliardi nel 2028. L’aumento tra il 2026 e il 2027 è quindi vicino a un miliardo. Ma il Documento di finanza pubblica 2026 fotografa una spesa sanitaria più alta: 141,539 miliardi nel 2025, 148,522 miliardi nel 2026 e 151,222 miliardi nel 2027. Non servono commenti: lo scarto tra le risorse disponibili e i costi attesi è evidente, e continuare a coltivare l’illusione che Fsn, ovvero il finanziamento disponibile, e la spesa prevista  coincidano, condannerebbe a morte il nostro sistema di sanità pubblica.

Lo ha reiteratamente segnalato, tra gli altri, la Fondazione Gimbe, da ultimo in una elaborazione su dati ufficiali che dimostra che  il divario tra spesa prevista e finanziamento disponibile, pari a circa cinque miliardi nel 2025, salirebbe a 7,1 miliardi nel 2027, poi a 10,1 miliardi nel 2028 e a 13,4 miliardi nel 2029. Gimbe indica la necessità vitale di garantire la copertura dei gap attraverso ulteriori risorse (entrate regionali, compartecipazioni, correzioni dei costi). In caso contrario, la pressione sui bilanci delle Regioni, responsabili dell’organizzazione e dell’erogazione delle cure, diventerebbe insostenibile e, per usare la frase di Schillaci (per apocrifa che possa essere), “il sistema andrà a sbattere”.

Il ministro della Salute, con la sua richiesta di 5 miliardi di finanziamento aggiuntivo, ha posto dunque un problema terribilmente concreto: se il finanziamento non è correlato al fabbisogno, le amministrazioni regionali devono trovare coperture, rivedere programmi e acquisti oppure comprimere e ridurre l’attività. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, soprattutto nelle Regioni già in sofferenza: meno personale, rinvio degli acquisti di apparecchiature e dotazioni tecniche necessari, reparti sotto organico, attese più lunghe per visite ed esami. In una parola, meno assistenza sanitaria e di minore qualità, con il rischio (per sovrammercato) di vedere le Regioni in disavanzo sanitario persistente assoggettate a piani di rientro e alla necessità di introdurre maggiorazioni fiscali regionali.

I cinque miliardi chiesti al Mef da Schillaci, dunque, altro non sono che il ticket necessario per impedire che la differenza (ormai storica) tra i costi reali della salute e le risorse rese disponibili finisca per essere pagata ancora una volta tutta e solo dai cittadini, in termini di riduzione dei servizi sanitari pubblici o mettendo mano al portafoglio per cercare risposte nella sanità privata.

Già oggi la situazione ha raggiunto livelli a dir poco preoccupanti: nel 2024 un italiano su dieci (9,9%) ha dichiarato di aver rinunciato, pur avendone bisogno, a una visita specialistica o a un esame diagnostico. Le lunghe liste d’attesa hanno pesato per il 6,8% della popolazione e le difficoltà economiche per il 5,3%. Sempre nel 2024 il 23,9% delle persone ha pagato interamente di tasca propria l’ultima prestazione specialistica, contro il 19,9% del 2023. Sono dati che mostrano come una parte della domanda si sposti verso il privato o sia destinata a restare senza risposta, con le conseguenze sanitarie facilmente immaginabili.

L’auspicio è che il Governo, quando si tratterà di allocare i 30 miliardi (o quanti saranno) della Legge di bilancio 2027, guardi con la dovuta e necessaria attenzione anche in casa d’altri. I dati dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, registrano per la spesa sanitaria complessiva italiana, pubblica e privata, un valore pari all’8,4% del Pil, contro una media Ocse del 9,3%.  Risulta inferiore alla media anche la spesa pro capite e, più in generale, il profilo sanitario dell’Italia pubblicatoda Ocse e Commissione europea colloca l’Italia 1,6 punti sotto la media dell’Unione europea, confermando che il nostro Paese destina alla sanità una quota della propria ricchezza inferiore a quella di molti altri Paesi comparabili al nostro.

La scelta, a questo punto, è tutta politica, ed è una scelta difficile, visto che i margini economici sono come sempre molto stretti e in ballo ci sono anche le misure per pensioni, fisco, lavoro, difesa e sostegni alle famiglie. Ma la salute (anche in termini di consenso politico) non vale davvero meno e qui si tratta appunto di “non andare a sbattere”: l’aumento nominale del Fondo, per quanta enfasi si possa mettere nell’annunciarlo (“Siamo il Governo che ha dato più soldi di ogni altro alla sanità”: chi non ricorda l’orgogliosa rivendicazione?) non è assolutamente sufficiente se (come accaduto finora) cresce meno del Pil, dei costi e dei bisogni sanitari.

C’è molto di che riflettere, dunque per il Governo Meloni. Schillaci ha giocato la sua carta, che vale molto di più dei cinque miliardi nominali che chiede. In gioco c’è il destino del sistema di salute del Paese, che non potrà sopravvivere se non verrà finalmente colmata la distanza tra ciò che il sistema è chiamato a spendere e ciò che viene finanziato, distanza che, senza interventi correttivi, è destinata inevitabilmente ad aumentare. La carta a denari del ministro della Salute è sul tavolo e il Governo dovrà rispondere. La speranza, ovviamente, è che non lo faccia a picche.

banner
Articoli correlati

i più recenti

I più letti degli ultimi 7 giorni