Ccnl farmacie, Ordine e giuristi a confronto: “Farmacista cambiato, modello da ripensare”

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Roma, 17 settembre – Per una qualche felice e propizia congiunzione astrale, i giorni di metà settembre 2026 potrebbero guadagnarsi un posticino ben soleggiato negli annali della farmacia e della professione farmaceutica italiane. Il giorno 15, infatti, è stata raggiunta l’intesa tra Assofarm e sigle sindacali confederali che – dopo venti mesi di trattative – ha sbloccato il Ccnl dei dipendenti delle “farmacie speciali” di

proprietà di Comuni e aziende e servizi socio-farmaceutici. Il giorno immediatamente successivo, 16 settembre, a Roma l’Ordine locale presieduto da Giuseppe Guaglianone (nella foto) ha organizzato al Nobile Collegio un confronto tra istituzioni, università e professione su un tema vitale per la professione: il riconoscimento senza se e senza ma e soprattutto senza alcuna riserva, perplessità o paludamenti da terra di mezzo, della specificità sanitaria della figura professionale del farmacista.

“E che ci azzecca?”, potrebbero legittimamente chiedersi in molti, non cogliendo di primo acchito la relazione tra i due eventi. Che, invece, sono legati a filo doppio. Perché nel nuovo Ccnl delle farmacie comunali è stata introdotta una novità di grande significato e rilevanza, ovvero un nuovo elemento economico per tutti i farmacisti, l’indennità professionale, inequivocabile sottolineatura dell’identità di questo professionista.

Si tratta di una conquista (perché tale è) che – pur scontando qualche eccesso di timidezza in sede di formulazione – apre la strada a una proposta formulata proprio dall’Ordine di Roma, ormai più di un anno e mezzo fa, e portata al centro del dibattito professionale, ovvero il riconoscimento all’interno del Ccnl di un’indennità di specificità sanitaria per i dipendenti farmacisti, con un duplice intento. Il primo, quello di concorrere a smuovere trattative contrattuali tanto faticose da impantanarsi e richiedere addirittura anni per arrivare a risultati il più delle volte insoddisfacenti, dando così una prima risposta alle richieste di migliaia di iscritti (soprattutto collaboratori) sempre più delusi, arrabbiati e sfiduciati, Il secondo, quello di provare a contrastare i fenomeni negativi (come la fuga dei farmacisti dalle farmacie e l’erosione inesorabile del numero di iscritti alle Facoltà di Farmacia, solo per fare due esempi) che trovano in larga parte origine nel gap di velocità che separa l’evoluzione della figura professionale del farmacista di farmacia e i contenuti del suo contratto di lavoro.

Perché non v’è chi possa denegare l’evoluzione compiuta negli ultimi anni a velocità ultrasonica dalla figura professionale del farmacista delle farmacie di comunità, che ai panni del dispensatore di terapie ha aggiunto un vastissimo campionario di conoscenze, saperi e skills che si traducono in prestazioni sanitarie di grandissima importanza e rilievo, dalle vaccinazioni alle prestazioni di telemedicina.

Per contro, niente si è mosso, se non lento pede e spostandosi di qualche centimetro appena, nel sistema di regolazione contrattuale che disciplina il trattamento economico e normativo dell’attività professionale del farmacista. Giusto per dare un’idea, è come se ai piloti di Formula 1 che sfrecciano a oltre 300 km orari, con tanto di altissimi rischi e responsabilità connessi, venisse chiesto di farlo con le regole e la paga del conducente di un carro di buoi.

Una situazione che imponeva di essere aggredita e cambiata, come ha deciso di fare quasi due anni fa l’Ordine romano, preoccupandosi ovviamente di portare la sua proposta in seno alla Fofi per i necessari confronti e approfondimenti. La condivisione della Federazione ha ovviamente conferito forza all’idea e – più in generale – ha permesso di premere ulteriormente sull’acceleratore del necessario cambiamento finalizzato ad “accompagnare l’evoluzione della professione valorizzando le prestazioni sanitarie erogate dal farmacista”, per usare le parole del presidente federale Andrea Mandelli. Un obiettivo che passa obbligatoriamente attraverso una modifica dei contenuti e delle dinamiche contrattuali, pur nella piena consapevolezza di quanto difficile sia riuscire a farlo.

In ogni caso la situazione è chiara e non v’è farmacista collaboratore che non la conosca. È comunque il caso di riassumerla ancora una volta: quantum mutatum ab illo, il farmacista, rispetto a quello di ieri.  Oggi  è un professionista che supera il perimetro della dispensazione, partecipa a percorsi di prevenzione, vaccinazione, aderenza terapeutica, telemedicina e assistenza di prossimità. Il problema è che, per il semplice fatto di essere rimasto fermo, non è riuscito a cambiare alla stessa velocità il sistema che ne disciplina e regola l’attività professionale. Ed è questo il buco nero al centro del confronto promosso ieri al Nobile Collegio dall’Ordine di Roma in collaborazione con la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Sapienza, con l’obiettivo di condurre un’analisi e un dibattito aperti al contributo di esperti provvisti di saperi, strumenti culturali e profondità di visione altri e diversi da quelli di chi nel mondo della professione farmaceutica e della sua rappresentanza, vive e opera quotidianamente.

E gli sguardi “altri”, in effetti, hanno aperto squarci di luce su quella che – alla fine – è la vera  questione, ovvero  tenere insieme  cose che evidentemente sono state ritenute fin qui inconciliabili: identità professionale, responsabilità sanitaria e trasformazione del lavoro. Guaglianone ha appunto gettato da tempo il suo sasso nello stagno, ritenendo che l’impresa sia possibile utilizzando – per cominciare –  l’introduzione di una indennità di specificità sanitaria negli attuali contratti (come ha cominciato a fare Assofarm), ritagliata sul modello di quella prevista dal recente Ccnl della dirigenza dell’Area Sanità per i farmacisti del comparto pubblico. Adottarla eliminerebbe in radice l’incomprensibile disparità di trattamento (e considerazione) tra i farmacisti dell’area pubblica e quelli del comparto privato, dove i medesimi atti professionali continuano a essere inquadrati con le logiche del commercio. E, in prospettiva, traccerebbe una direzione verso un modello di lavoro capace di rappresentare realmente la professione.

L’intervento del sottosegretario alla Salute Gemmato

Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (nella foto), farmacista di professione e dunque profondo conoscitore del problema a prescindere dal suo ruolo istituzionale, ha ricordato come e quanto la pandemia abbia contribuito a rendere visibile il ruolo della farmacia come presidio di prossimità. Vaccinazioni e nuovi servizi hanno reso evidente un cambiamento che, secondo Gemmato, oggi deve trovare una nuova declinazione anche sul piano del riconoscimento professionale, che certamente avrà il sostegno del Governo. E questo perché
“il farmacista è una figura chiave nella sanità di prossimità e nel collegamento concreto tra la Casa di Comunità e il cittadino. Grazie a un rapporto di fiducia costruito nel tempo, il suo ruolo si è evoluto: non più soltanto dispensatore di farmaci, ma professionista della salute capace di orientare, ascoltare e accompagnare le persone nei loro bisogni di salute. È su questa evoluzione che il Governo intende investire,
rafforzando il ruolo del farmacista all’interno della rete territoriale, affinché possa rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni di salute dei cittadini, con un ruolo sanitario che di fatto esercita ogni giorno“, ha quindi concluso il sottosegretario, che ha però anche voluto precisare che la contrattazione tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali del settore privato non è materia nella quale il Governo possa entrare direttamente. Affermazione che scopre un aspetto centrale del problema, facendo giustizia delle fallaci convinzioni che ritiene che la questione del riconoscimento professionale possa essere risolta chiedendo a questa istituzione o a quel potentato. In realtà,  la funzione sanitaria del farmacista può essere riconosciuta dall’ordinamento e valorizzata dalle istituzioni, per il semplice motivo che  il suo riconoscimento contrattuale passa necessariamente dalle parti sociali.

Il dibattito giuridico ha preso le mosse proprio da qui:  la preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Sapienza, Luisa Avitabile (nella foto), ha fornito una sorta di attualissima cornice inquadrando il discorso all’interno dell’ennesima trasformazione tecnologica che si sta abbattendo anche sulla  professione: l’intelligenza artificiale potrà certamente aiutare il farmacista a gestire dati, procedure e flussi di lavoro. Quel che altrettanto certamente non potrà fare è sostituire uno dei core della professione, ovvero la dimensione della relazione con il paziente che resta patrimonio e responsabilità del professionista. Perché, per quanto in avanti ci si possa spingere, un algoritmo può elaborare e fornire informazioni, ma certamente non può  interpretare il paziente. Le considerazioni della preside Avitabile, per quanto all’apparenza possano sembrarlo, sono tutt’altro che lontane dal tema del convegno e dalla dimensione contrattuale, evidenziandone anzi i presupposti: più la tecnologia modifica gli strumenti del lavoro, più diventa necessario definire con precisione ciò che resta affidato al professionista e, quindi, alla sua scienza, coscienza e responsabilità.

Necessario interrogarsi sul modello attuale di Ccnl vecchio di decenni: è in grado di rappresentare ancora una  professione profondamente cambiata?                

Pressoché impossibile dare conto dei contributi dei giuristi intervenuti al convegno di ieri. Per sommi capi, Enrico Elio Del Prato, ordinario di Diritto civile, che ha messo in evidenza dal punto di vista civilistico la particolare posizione della farmacia, che possiede e mantiene una dimensione imprenditoriale e commerciale, ma allo stesso tempo opera con approccio necessariamente professionale dentro una rigorosa  disciplina pubblicistica fortemente orientata alla tutela di un bene esistenziale tutelato costituzionalmente, quello della salute. E lo fa in autonomia e facendosi carico di responsabilità dirette, perché – pur non essendo un medico – il farmacista non è un mero esecutore della prescrizione, ma un professionista che – davanti a elementi di inappropriatezza o di rischio – compie scelte autonome che ricadono sotto la sua esclusiva e diretta responsabilità professionale. E proprio la duplicità tra dimensione economica e funzione sanitaria che finisce per rendere ambivalente l’attività della farmacia, rendendola anche di difficile interpretazione. E dunque il problema vero non è affermare (o al contrario relegare in secondo piano) un aspetto o l’altro della duplice natura di farmacia e farmacista, ma farli convivere regolandoli in modo adeguato  per conciliare gli aspetti imprenditoriali e commerciali con la dimensione sempre più marcatamente sanitarie della professione.

Sulla stessa falsariga le considerazioni di  di Ines Ciolli, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza, concentrate sull’analisi del cotè sanitario della professione farmaceutica. Ciolli ha voluto ricordare che da una parte la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto alla farmacia anche una dimensione commerciale, mentre dall’altra l’evoluzione legislativa ha progressivamente sviluppato soprattutto negli ultimi anni  le funzioni e le prerogative sanitarie affidate alle farmacie.
Inutile dunque opinare sulla questione se quella del farmacista sia o meno una professione sanitaria, per il semplice  motivo che lo è, e senza dubbio alcuo. Il problema semmai è un altro, ovvero declinare fino in fondo, sul piano dell’organizzazione del lavoro, dell’autonomia professionale, delle responsabilità e della contrattazione, l’identità e la dimensione sanitaria del farmacista.

La questione è stata affrontata da Domenico Mezzacapo, ordinario di Diritto del lavoro, che ha indagato l’ambivalenza (apparentemente contraddittoria) delle due dimensioni, commerciale e sanitaria, all’interno del rapporto di lavoro. Il Ccnl delle farmacie private ha trovato la sua origine in un contesto riconducibile al comparto del commercio e dei servizi  e si applica alle diverse  figure professionalità che operano all’interno della farmacia. dal farmacista fino al magazziniere. All’interno di questo modello, la figura del farmacista – in ragione anche dei percorsi di aggiornamento obbligatorio – è emersa e si è molto sviluppata in termini di autonomia, di funzioni organizzative e di assunzione d responsabilità verso il paziente. Per Mezzacapo, questa evoluzione impone la necessità di chiedersi se e fino a che punto l’attuale modello contrattuale sia in grado di di rappresentare una figura professionale profondamente diversa da quella sulla quale è stato “disegnato”qualche decennio fa.

Riconoscimento e valorizzazione non sono legati solo alla busta paga 

Dal confronto dei giudizi è comunque concordemente emerso che il riconoscimento e la valorizzazione del farmacista professionista sanitario non può essere basata sulla mera valutazione della “consistenza” della busta paga, elevata al rango di unico o comunque preminente metro di valutazione, ma passa da molte altre variabili: orari, turni, lavoro festivo, programmazione e organizzazione del lavoro, spazi di conciliazione della vita professionale e della vita personale. E questo per il semplice motivo che una professione sanitaria di prossimità di importanza sempre più centrale nel sistema di salute del territorio deve – per intuitive ragioni – essere anche sostenibili. In una sfera delicata come quella della salute, il burn out dei professionisti è davvero l’ultima cosa che serve.
Il peso della busta paga è dunque solo un elemento, per quanto importante. In termini di riconoscimento e valorizzazione professionale, soprattutto in una professione prevalentemente composta da donne,  contano0 altrettanto valori come l’organizzazione del lavoro e il tempo libero di cui si può disporre per la vita fuori dalla farmacia. Un deterrente contro la fuga dei professionisti dai banconi delle farmacie va necessariamente cercato anche nelle risposte che i contratti sapranno dare a questi aspetti.

Guaglianone: “Abbiamo un problema, e non è  la transizione in ingresso, ma la permanenza nella professione”

La fuga dei professionisti dalle,farmacie per altre collocazioni professionali, appunto: uno dei punti chiave toccati da Guaglianone nella sua introduzione, che torna buono per provare a ridurre a un minimo comune denominatore il ricco (qualitativamente e quantitativamente) dibattito di ieri. Per il presidente dell’Ordine di Roma, la crescente disaffezione nei confronti della professione esercitata nelle farmacie di comunità è il vero nodo critico da affrontare:“Il problema non riguarda solo e tanto il numero di giovani diplomati che scelgono di diventare farmacisti, ma anche se non soprattutto quanti decidono di rimanere nelle farmacie di comunità per provare a costruire all’interno di questi presidi il proprio percorso professionale, confidando nella possibilità di assumere responsabilità, funzioni e anche ruoli crescenti, ricavando le giuste soddisfazioni.

A Roma il fenomeno del “Goodbye to the counter” ha raggiunto numeri che impngono non solo riflessioni ma anche azioni: a fronte di un complessivo aumento degli iscritti all’Ordine (1.479 nuovi ingressi dal 2022 a oggi) si registrano oltre 210 cancellazioni annue, l’80 per cento di farmacisti con meno di 67 anni che cambiano mestiere. Il modello professionale del farmacista di oggi non ha molto a che spartire con quello di ieri, ed è ormai ora che la questione venga affrontata con un approccio e strategie che non possono che essere sistemiche. Del resto, se negli ultimi vent’anni si è perseguito con forza (giustamente) l’obiettivo di fare del farmacista di comunità uno degli snodi centrali, se non addirittura il più importante, della sanità di prossimità, bisogna essere coerenti e conseguenti. Il che significa che il sistema contrattuale e organizzativo dovrà trovare il modo di riconoscere fino in fondo la trasformazione compiuta da professionisti che portano sempre più salute sempre più vicino ai cittadini e ai loro bisogni.

Se così non sarà, è bene dirlo, la professione farmaceutica sarà a rischio. E, con lei, la salute degli italiani e dell’Italia.

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