Roma, 5 ottobre – Spesa sanitaria pubblica: eppur (non) si muove). Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato ieri, 4 ottobre, dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Gianfranco Giorgetti (nella foto) reca la novella apparentemente lieta di un consistente aumento delle risorse destinate a questa fondamentale posta di spesa, che passa dai 141,5 miliardi di euro del 2025 fino ai 160 miliardi del 2029, passando per i 148,8 del 2026, i 151,6 per il 2027 e i 155,6 miliardi per il 2028.
Ma basta grattare la superficie e leggere i numeri in rapporto al prodotto interno lordo dell’Italia per realizzare subito che, in realtà, l’andamento della spesa per la tutela della salute degli italiani resta pressoché invariato: dal 6,2% del 2025 passa al 6,4% nel 2026, per poi attestarsi stabilmente al 6,3% nel quadriennio 2027-2029. La crescita annua della spesa registra il picco con il +5,2% nel 2026, per poi rallentare negli anni successivi (+1,9% nel 2027, +2,6% nel 2028 e +2,8% nel 2029). Insomma, la spesa – in realtà – finisce per restare quella che è, tanto da autorizzare pensieri non proprio ottimistici sulla possibilità di raggiungere quel potenziamento del Servizio sanitario nazionale che il testo del Dpfp licenziato dal Governo afferma di voler perseguire con i fondi del Pnrr.
Gli obiettivi principali indicati nel documento sono l’integrazione tra ospedale e territorio e la definizione di standard per le strutture di prossimità (come le Case e gli Ospedali di comunità, per il potenziamento dell’assistenza di prossimità), con la correlata, fondamentale appendice della sottoscrizione dell’Accordo collettivo nazionale stralcio finalizzato a garantire la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità.
Ci sono poi gli investimenti per la transizione digitale del Ssn, nei quali rientrano il progressivo sviluppo e potenziamento del Fse, il Fascicolo sanitario elettronico e delle infrastrutture tecnologiche per l’analisi dei dati sanitari e lo sviluppo di piattaforme nazionali dedicate alla telemedicina per l’assistenza domiciliare e la gestione dei pazienti cronici.
Il Dpfp certifica il superamento delle soglie previste sui target quantitativi per la telemedicina: la presa in carico in assistenza domiciliare ha raggiunto 1.546.443 over 65 (a fronte di un target di 1,48 milioni); le Centrali operative territoriali (Cot) attive hanno superato quota 480; gli assistiti gestiti tramite strumenti di telemedicina sono arrivati a 566.321 (ben oltre il target di 300.000).
Altri obiettivi del Governo sono l’aumento dei finanziamenti per la formazione, al fine di garantire un maggior numero di borse di studio in medicina generale per tre cicli triennali; il varo di un piano straordinario di formazione sulle infezioni ospedaliere per il personale sanitario del Ssn e l’avvio di un percorso di acquisizione di competenze manageriali e digitali per professionisti del SSn.
Ma nel mirino c’è anche il raggiungimento del target Ue in merito alla formazione specialistica e, in parallelo, l’incremento dei relativi contratti di formazione, per ridurre l’attuale critico disallineamnto tra laureati in medicina e posti di specializzazione post-laurea, garantendo un adeguato turn-over dei medici specialisti del Ssn.
Il documento ricorda anche la pubblicazione, nello scorso mese di agosto, del decreto ministeriale 26 giugno 2026 con il nuovo Piano nazionale Liste di attesa per il triennio 2026-2028, che grazie alla Piattaforma nazionale Liste di attesa, istituita presso l’Agenas, permetterà di verificare la disponibilità reale delle agende di prenotazione e impedire illecite chiusure dei blocchi di prenotazione.
Le critiche di Fondazione Gimbe
Ma non mancano davvero i rilievi critici, a cominciare da quelli avanzati dalla Fondazione Gimbe già alla fine dello scorso mese di agosto, quando del documento programmatico cominciavano a filtrare le anticipazioni sui contenuti definitivi. Rilievi critici pronunciati, peraltro, sull’ipotesi di un’incidenza della salute sul Pil pari al 6,4%, un decimale di punto superiore al 6,3% nel quadriennio 2027-2029 del testo finale del Dpfp approvato ieri dal Governo.
Come ebbe modo di commentare appena un mese e mezzo fa Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, esiste “una profonda divergenza tra la rassicurante staticità dei documenti contabili e la crescente precarietà percepita dai cittadini nelle corsie degli ospedali. Il Documento di finanza pubblica 2026 (…) fotografa una sanità che, sulla carta, sembra mantenere la propria posizione”. Ma il dato del 6,4% del Pil destinato alla salute, osservava Cartabellotta, per quanto “presentato come un baluardo di stabilità, è in realtà la maschera di una crisi di sostenibilità senza precedenti. Dietro questa cifra si cela un’erosione silenziosa del Servizio sanitario nazionale, dove i numeri non descrivono un equilibrio, ma una lenta asfissia programmata.
Il congelamento del rapporto spesa sanitaria/Pil al 6,4% fino al 2029 (in realtà il 6,3), per Gimbe non è neutro, ma una precisa e deliberata scelta di allocazione delle risorse del Governo, che a fronte di un Pil in crescita media del 2,6% annuo, àncora il finanziamento alla sanità a una crescita annua del 2,37%. “Una scelta politica che condanna il Ssn a correre più piano dell’economia nazionale” secondo Cartabellotta “riducendone progressivamente il peso specifico”.
La bomba a orologeria: un gap di 30,6 miliardi di euro in tre anni
Il cuore del problema, per Gimbe, risiede proprio nel divario tra la spesa necessaria per garantire i Livelli essenziali di assistenza (Lea) e i fondi effettivamente messi a disposizione. Per il triennio 2027-2029, lo scarto finanziario finirebbe per assumere le dimensioni di un baratro che rende matematicamente impossibile il mantenimento degli attuali standard di cura, con una progressione del gap implacabile: 7,1 miliardi di differenzanel 2027, 10,1 milirdi nel 2028 e 13,4 miliardi di differenza nel 2029. per un totale di 30,6 miliardi.
“Questo definanziamento strutturale di 30,6 miliardi in tre anni non è un mero esercizio contabile, ma una minaccia diretta alla tenuta dei Lea” afferma Gimbe, ricordando che l’insufficiente finanziamento statale sposta l’onere finanziario sulle Regioni, portandole pericolosamente verso il disavanzo regionale. La Corte dei Conti – ricorda ancora la Fondazione – “ha già certificato per il 2024 un deficit superiore a 1,5 miliardi di euro, segnale che il sistema è già oltre il punto di rottura”.
E senza adeguate risorse centrali, le amministrazioni locali hanno solo due strade per evitare il commissariamento e i Piani di rientro: aumentare le tasse locali (addizionali regionali) o tagliare drasticamente le prestazioni. Con la conseguenza che in entrambi i casi, il costo del mancato investimento statale viene pagato direttamente dai cittadini, sia in termini monetari che di accesso alle cure.
Per Cartabellotta, i 30 miliardi e passa di scarto “non sono solo un dato tecnico, ma una bomba a orologeria per i bilanci delle Regioni, che senza risorse aggiuntive non avranno che due soli strumenti per evitare i Piani di rientro: tagliare i servizi e aumentare le imposte”.
“Rilevanti margini di incertezza” e rischi di revisione nel breve periodo, peraltro erano già stati rilevati in tempi non sospetti dallo stesso Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), che pure aveva validato il documento programmatico di finanza pubblica. Secondo le analisi di Gimbe era chiara già ad agosto l’assoluta necessità di una correzione di rotta. Che, però, non è fin qui arrivata, lasciando in piedi tutti gli interrogativi (in vero ormai più angoscianti che preoccupanti) su quello che sarà il destino prossimo venturo della sanità pubblica italiana e, per conseguenza, quello dello stesso Paese.


