Roma, 4 novembre – Due miliardi di euro circa: questo il peso del ripiano posto a carico delle aziende farmaceutiche in caso di superamento del tetto di spesa farmaceutica per acquisti diretti. Un peso crescente che – secondo uno studio del Cerm presentato il 2 novembre a Latina in occasione del 50° anniversario di Johnson&Johnson Innovative Medicines – incide su una delle condizioni fondamentali per sostenere l’innovazione: la capacità delle imprese di investire in ricerca, sviluppo e produzione di nuove terapie. Un effetto destinato ad accentuarsi, se non affrontato.
Per misurarne la portata, il Centro Studi e ricerche del Mediterraneo ha utilizzato l’Effective tax rate (Etr), indicatore che esprime l’incidenza complessiva degli oneri sostenuti dalle imprese rispetto alla loro redditività. Nel calcolo, oltre alla fiscalità ordinaria, è stato aggiunto il “balzello” (come è stato sempre considerato dalle aziende) del payback sugli acquisti diretti. Con questo carico aggiuntivo, nel campione preso in esame dal Cerm, l’Etr lievita dal 25,6% al 61,2%, impatto che risulta ancora più rilevante per le piccole e medie imprese (Pmi), per le quali l’indicatore raggiunge valori compresi tra l’82,1% e l’86,8%.
Per riportare la redditività delle imprese almeno al costo del capitale, rileva la Fondazione Cerm, la strada da percorrere non può che essere quella di una robusta riduzione dell’attuale onere del payback, come peraltro chiedono da anni le aziende farmaceutiche. E secondo le stime dell’analisi condotta dal Cerm, considerando il diverso peso di piccole, medie e grandi imprese, sul campione analizzato la riduzione ponderata necessaria è pari al 72,5%. Che, applicata ai dati complessivi del 2024 e tradotta in cifre, ammonterebbe a circa 1,28 miliardi di euro. Il payback residuo scenderebbe così a circa 720 milioni di euro, con un’incidenza sul mercato rilevante ai fini del ripiano che passerebbe dal 15,9% a circa il 5,8%.
Un intervento di questo tipo, argomenta il Cerm, non avrebbe soltanto l’effetto di ridurre il peso economico sulle imprese, ma contribuirebbe anche a restituire prevedibilità, consentendo alle aziende di pianificare con maggiore efficacia gli investimenti futuri. Il valore individuato non va letto come una proposta di riduzione automatica della spesa, ma come un riferimento utile a ripensare il meccanismo secondo criteri che, accanto al controllo della spesa, tengano conto anche della capacità del settore di investire, innovare e competere nel lungo periodo.
In questa prospettiva, l’analisi del Cerm individua due possibili orizzonti di intervento: nel breve-medio periodo, un riequilibrio dell’attuale onere del payback; nel lungo periodo, una revisione più ampia della governance farmaceutica, capace di tenere insieme la sostenibilità del sistema sanitario e la capacità delle imprese di continuare a investire.
“Lo studio Cerm mostra che il payback farmaceutico, nato come strumento di contenimento della spesa, ha assunto nel tempo un ruolo strutturale, con effetti distorsivi” ha sostenuto Fabio Pammolli, ordinario di Economia e management del Politecnico di Milano (nella foto). “Sulla base dei dati 2024, lo studio stima in circa 1,28 miliardi di euro la possibile riduzione dell’onere del payback che pesa sulla redditività industriale, con un impatto più pronunciato sulle imprese di piccola dimensione. La sostenibilità del sistema si misura nella capacità di controllare la spesa preservando le condizioni per investire e innovare. Per tenere insieme queste esigenze” ha concluso Pammolli “servirà affidarsi in misura crescente a valutazioni d’impatto integrate, alla gestione della spesa lungo le diverse fasi del ciclo di vita dei prodotti, a incentivi per gli investimenti e alla responsabilizzazione delle Regioni. È così che la governance della spesa farmaceutica può evolvere verso maggiore prevedibilità e competitività”.


