Omeoimprese: “I fatturati dell’omeopatia continuano a crescere, ma serve la legge”

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Roma, 24 maggio – Il dato – che scaturisce da un sondaggio commissionato da Omeoimprese, l’associazione che riunisce le maggiori aziende italiane produttrici di farmaci omeopatici, e realizzato da Emg Acqua con oltre 2 mila interviste su un campione rappresentativo della popolazione – è indubbiamente rilevante: più di 8 italiani su dieci conoscono l’omeopatia,  2 su dieci utilizzano medicinali omeopatici almeno una volta l’anno e una quota significativa della popolazione (il 4,5%) fa ricorso alle cure complementari con frequenza settimanale o addirittura quotidiana (cfr. RIFday del 12 aprile scorso). Risultato: i fatturati del settore continuano a crescere.

Per Giovanni Gorga (nella foto), presidente di Omeoimprese, non si tratta di un caso: “La ricerca scientifica continua e gli effetti terapeutici dei nostri farmaci, fanno della low dose medicine una realtà importante nei programmi di cura di molte malattie” ha infatti affermato intervenendo a margine del 28° congresso nazionale di Medicina biologica organizzato dalla Amiot (Associazione medica italiana di omotossicologia) all’Università di Milano-Bicocca, evidenziando come la collaborazione fra le case farmaceutiche di prodotti omeopatici e le associazioni mediche “ha permesso di passare negli anni da una medicina dell’evidenza ad una medicina dell’efficacia”.
Secondo l’indagine già citata, il maggior vantaggio rilevato dall’utilizzo dei farmaci omeopatici è legato all’assenza di effetti collaterali e controindicazioni (18,2%) e il 15,5 (%) li usa perché non sono tossici.

“I molteplici vantaggi emersi dalle testimonianze dei medici a congresso, cardiologi, oculisti, neurologi, pediatri, ginecologi, incoraggiano il settore ad andare avanti nella ricerca – conclude Gorga – ma ci pongono anche nelle condizioni di chiedere alle istituzioni una regolamentazione efficace della formazione in medicina omeopatica. Esiste un testo di legge fermo da tempo in Senato. Occorre che si velocizzi l’iter di approvazione e che quelle Regioni che ancora non lo hanno fatto regolamentino insieme agli ordini dei medici la formazione dell’omeopata».

Una richiesta, quella di Gorga, che arriva in un momento di grande criticità per l’omeopatia, scossa dalla stroncatura senza appello sancita dalla mega-review condotta un anno fa in Australia su incarico delle autorità sanitarie locali e poi sintetizzata in un information paper rimbalzato in tutto il mondo. Le conclusioni del report australiano erano state lapidarie e definivano l’omeopatia come un vicolo terapeutico senza uscita: “Non è stato evidenziato alcun effetto di una superiorità dell’omeopatia rispetto al placebo e nessuna evidenza di un’efficacia dell’omeopatia nel trattare le diverse condizioni patologiche valutate”.

Una conclusione che, anche in ragione dell’estensione e del rigore dello studio,  è suonata come una sostanza e ha prodotto inevitabili conseguenze, come – solo per citarne una – l’annuncio del ministero della Salute britannico nel novembre scorso di voler riconsiderare la decisione di continuare a rendere disponibili i prodotti omeopatici attraverso il Servizio sanitario nazionale, ovvero con i soldi dei contribuenti, dal momento che – come  spiegò all’epoca il sottosegretario di Stato per le Life sciences George Freeman, “il governo ha il dovere di spendere al meglio il denaro pubblico.”

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