Roma, 25 settembre – Anche in Italia saranno disponibili, entro due anni, i nuovi farmaci per combattere l’Alzheimer. L’ottimistico scenario è stato prospettato da Raffaele Lodi (nella foto), pre
sidente della Rete Irccs delle Neuroscienze e della Neuroriabilitazione (Rin) del ministero della Salute, nella Giornata mondiale dedicata alla forma più comune di demenza, celebrata il 21 settembre.
“Non tutti i pazienti potranno utilizzarli” precisa l’esperto, trattandosi di terapie che “aggrediscono la malattia nella sua forma più iniziale, paucisintomatica o addirittura presintomatica”. Ecco perché la Rin “in questi anni ha lavorato per condividere e applicare quotidianamente i migliori protocolli clinici neuropsicologici di diagnostica strumentale e di laboratorio”, così da “caratterizzare al meglio i pazienti e individuare quindi nelle fasi più precoci dell’Alzheimer, su tutto il territorio nazionale, coloro i quali beneficeranno maggiormente dei nuovi presidi terapeutici”.
L’Alzheimer fa registrare numeri altissimi e in crescita, sottolinea Lodi, considerando che l’incidenza della patologia è legata all’età e l’Italia è il Paese più vecchio del mondo insieme al Giappone. L’impegno della Rin, con l’Istituto virtuale nazionale (Ivn) demenze coordinato da Fabrizio Tagliavi, past-president del network – si legge in una nota – è stato evidenziato nelle scorse settimane anche dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che in occasione di un incontro promosso dal gruppo interparlamentare presieduto da Beatrice Lorenzin e Annarita Patriarca aveva parlato di “ruolo importante del network nella ricerca sull’Alzheimer mirato alla comprensione dei meccanismi della malattia, finalizzati allo sviluppo di trattamenti efficaci e, anche, al miglioramento della qualità della vita dei pazienti grazie al progresso della ricerca”.
Tagliavini, che guida le attività dei 19 Irccs dell’Ivn demenze, finalizzate all’armonizzazione delle procedure e dei protocolli di studio per offrire ai pazienti gli stessi standard e le stesse opportunità su tutto il territorio nazionale, rimarca che il lavoro dell’istituto è focalizzato sui biomarcatori per la diagnosi precoce, proprio in previsione dei trattamenti farmacologici disease modifying che saranno disponibili nel prossimo futuro.


