Farmacie comunali lombarde, ricerca ne rileva le criticità, carenza di farmacisti su tutte

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Roma, 6 ottobre – La presentazione dello studio risale a una decina di giorni fa (per l’esattezza al 25 settembre, data della Giornata internazionale del Farmacista), ma i contenuti restano ovviamente di stringente attualità. Si riferiscono alle farmacie comunali della Lombardia, e in particolare alla loro condizione attuale e alle prospettive future, oggetto appunto di una ricerca, unica nel suo genere, realizzata da Confservizi Lombardia, in collaborazione con Kpmg, che ne svela forse per la prima volta in modo organico la vera dimensione delle farmacie comunali lombarde. Un articolato mondo di 468 presidi operativi sul territorio che gestiscono un fatturato di oltre 500 milioni di euro all’anno e sono spesso le uniche realtà a investire anche in territori periferici e meno abitati, garantendo la presenza di un presidio sanitario capillare. In termini di peso, le farmacie comunali rappresentano il 15,5% dell’intera rete farmaceutica regionale, sono distribuite in 239 Comuni e sono gestite da ben 201 enti diversi.

Farmacie comunali,  l’attuale stato di salute 

Si tratta, come sottolineato a Radio Lombardia da Giuseppe Viola, direttore generale di Confservizi Lombardia, di realtà caratterizzate da solidità economica e forte liquidità finanziaria, ma che devono fare i conti con una serie di ostacoli. “Abbiamo voluto individuare strumenti e strategie che possano supportare chi gestisce le farmacie comunali nello sviluppo di modelli organizzativi in grado di rispondere alle nuove esigenze di oggi e di domani e chiediamo ai sindaci della Lombardia a valutare dove ci sono sedi vacanti”.

“Le farmacie comunali esistono e sono un presidio fondamentale per le tante comunità lombarde in cui sono presenti“  ha aggiunto Yuri Santagostino  (nella foto), presidente di Confservizi Lombardia, raccontando che nel convegno di presentazione della ricerca si è parlato, tra l’altro, delle criticità che le farmacie comunali si trovano ad affrontare, a partire dall’eccessiva burocrazia del Codice degli appalti, un fardello davvero difficile da superare: se per l’acquisto di 100 aspirine, è sufficiente un semplice ordine fatto magari al telefono, in una farmacia a proprietà pubblica la stessa operazione richiede un iter lungo e complesso fatto di atti deliberativi, utilizzo obbligatorio di software e programmi telematici, l’avvio di una gara e quindi l’affidamento. Un percorso a ostacoli che, oprattutto nelle farmacie comunali di piccole dimensioni, finisce inevitabilmente per gravare sui farmacisti che ancora lavorano al banco. Che sono però sempre di meno, per l’aggravarsi del fenomeno di carenza di personale. Nel convegno si è parlato, però,  anche delle opportunità che scaturiscono dalle sinergie tra aziende, tra farmacie di diversi territori per ottenere economie di scala e migliorare le competenze del proprio personale.

“Come Associazione continueremo a lavorare per sostenere le farmacie comunali”  ha detto Santagostino “con un ruolo attivo nel cambiamento, anche normativo, per rispondere alle rinnovate esigenze del settore. Offriamo piena disponibilità ad affiancare i sindaci sia negli iter amministrativi che di carattere gestionale”.

I numeri  della ricerca  e la madre di tutti i problemi: la carenza di farmacisti 

La ricerca di Confservizi tiene conto del contesto e della dimensione del territorio in cui insistono le farmacie, dei diversi tipi di gestione e del personale di cui dispongono, il tutto considerato nel quadro dell’evoluzione dei servizi. Le 468 farmacie comunali (sulle 3000 totali che operano in Lombardia) sono radicate nei territori. In Brianza, ad esempio una farmacia su quattro è comunale). Il 90% sono farmacie urbane che operano in comuni con oltre 5.000 abitanti, il restante 10% sono rurali, aperte  in centri sotto i 5.000 abitanti. Di queste, 48 farmacie sono classificate come ‘rurali sussidiate’, situate in comuni con meno di 3.000 abitanti. Ma sono quasi 200 (198, per l’esattezza) i comuni  nei quali potenzialmente nei prossimi anni si potrà aprire una farmacia.

Si dovrà in ogni caso fare i conti con il prima ricordato fenomeno del decremento dei laureati in farmacia, che ha ormai raggiunto livelli importanti, con un calo del 20% negli ultimi anni (da più di 5000 a 4000 all’anno) e un turnover fortissimo: la maggior parte delle farmacie interpellate hanno una o due posizioni di ricerca personale aperte. Lo studio evidenzia buone prassi per reclutare, formare personale competente e mantenerlo, formazione in primis.

Ad approfondire il problema è stato Giuliano Masina (nella foto), responsabile del settore Farmacie per Confservizi Lombardia, che ha prima voluto ricordare quale sia  la natura della farmacie comunali: “Forse non tutti sanno che la prima farmacia comunale è nata il 13 ottobre 1903 a Reggio Emilia, come farmacia che distribuiva medicine ai poveri. Oggi il ruolo è cambiato, ma il Dna originario è ancora lo stesso. Le farmacie comunali si sono evolute, hanno ampliato i servizi al cittadino, fanno prevenzione, vaccinazioni, prestazioni differenti… I loro utili sono reinvestiti  in altri servizi per i Comuni e i cittadini, dalla refezione scolastica agli asili”.

Tutto questo, però, si scontra con il problema dei problemi, ovvero organici sempre più carenti: lo studio Confservizi-Kpmg rileva chiaramente che si tratta di una delle criticità maggiori, lamentata da quasi la meta degli esercizi: “La mancanza di personale farmacista nel mercato del lavoro purtroppo è una situazione che va avanti da diversi anni e si sta aggravando”, per una serie di ragioni che portano a una drastica perdita di attrattiva del percorso professionale in farmacia. Un lavoro che alle gravose responsabilità del ruolo sanitario assomma il peso di tutte le criticità connesse alla dimensione di servizio e a quella di gestione commerciale, con orari scomodi e turni notturni e festivi (complice anche la deregulation degli orari delle farmacie introdotta dal decreto Monti del 2012), che rendono particolarmente difficoltosa la conciliazione vita/lavoro.

Il tutto senza che sul versante si ottengano soddisfazioni correlate e adeguate:  “Lo stipendio, a seconda del livello, va dai 1.300 ai 2.000 euro lordi e solo con turni o altre indennità si arriva a valori superiori” ha spiegato Masina. “E si tratta di livelli retributivi che vengono raggiunti subito, all’inizio della carriera lavorativa: un laureato entra in farmacia e arriva immediatamente a queste cifre, che però nel tempo rimangono ferme. Ciò nel tempo ha finito per creare disaffezione verso la professione, allontanando i giovani dalle facoltà di farmacia e dando origine alle carenze di organico di oggi”.

Una tempesta perfetta, insomma, che – conferma Masina – genera “seri problemi nell’organizzazione e nella gestione del servizio”. Le possibili soluzioni a quello che è ormai diventato un problema strutturale, oltre a non essere del tutto risolutive, sono a loro volta fonte di ulteriori criticità: le sole opzioni sono  infatti o allungare i turni di servizio del personale dipendente (con le controindicazioni facilmente intuibili e comunque non sostenibili nel lungo periodo) oppure ricorrere, ed è la scelta più “gettonata” (è il caso di dirlo…) ai farmacisti “gettonisti”, figura professionale in via di rapida espansione. Si tratta di  professionisti che, al rapporto di dipendenza convenzionale, preferiscono fare i free lance, offrendosi alle farmacie bisognose di personale senza vincoli e per brevi periodi, gestendo così i loro giorni e orari di lavoro, ma ottenendo anche retribuzioni di gran lunga superiori a quelle previste dal Ccnl di categoria, pari a 40-45 euro l’ora per gli orari giornalieri ordinari.

Va anche detto – e Masina non ha mancato di sottolinearlo – che i “gettonisti”, al di là di ogni aspetto di ordine pratico ed economico, non possono essere una soluzione del problema perché la loro presenza a tempo, non strutturata, rende di fatto impossibile un rapporto organico con la farmacia e per conseguenza il rapporto con l’utenza, che è uno dei cardini della relazione fiduciaria che le farmacie stabiliscono con i loro clienti-pazienti.

Le note positive: i risultati incoraggianti dei modelli di aziende in rete  

Dal convegno sono però anche arrivati segnali positivi, in particolare dalle iniziative finalizzate a mettere in rete le imprese: 12 aziende hanno creato i primi modelli di collaborazione farmaceutica pubblica, gestendo insieme 45 farmacie con risultati superiori alla media nazionale. Su Radio Lombardia hanno provato a raccontarle, condividendo le loro esperienze,  Cristiano Canova per Le Comunali – Farmacie in rete (tra Milano, Crema e Lodi)e  Giordano Romano de Le farmacie fuori dal Comune (provincia di Varese),  parlando di strumenti come la centralizzazione degli acquisti per milioni di euro, procedure unificate e creazione dei primi network pubblici in grado di competere con i privati.

La scelta delle soluzioni in rete è stata ampiamente condivisa da Giacomo Ghilardi, vicepresidente vicario di Anci Lombardia, e Massimo Giupponi, presidente di Anci Lombardia Salute e direttore generale della Ats di Bergamo, che hanno chiesto a Confservizi Lombardia di aprire un tavolo sui temi della ricerca, nella convinzione che “in un contesto di trasferimento di servizi dalle strutture ospedaliere ai territori le farmacie e i Comuni vanno sostenuti”.

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