Farmacia dei servizi, Aisi: “Sentenza del Tar Lazio apre precedente delicato e pericoloso”

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Roma, 18 dicembre – La sentenza del Tar Lazio sulla sperimentazione della farmacia dei servizi, che ha praticamente smontato tutte le contestazioni avanzate nel ricorso di una ventina di laboratori e centri diagnostici contro la delibera regionale che n.461/25 di avvio delle prestazioni di telemedicina nelle farmacie della Regione, è stata immediatamente riscontrata e commentata da Aisi,  l’Associazione delle imprese sanitarie indipendenti che riunisce ambulatori, presidi sanitari residenziali o semi-residenziali, studi medici e professionisti sanitari  sul territorio nazionale.

Che – comprensibilmente e inevitabilmente – prova a interpretare la sentenza (di una chiarezza solare)  alla ricerca di passaggi che non suonino come stroncature delle tesi esposte dai laboratori ricorrenti nella loro opposizione al Tar. Ammettendo che i giudici amministrativi hanno riconosciuto “la legittimità della sperimentazione regionale, ribadendo che la farmacia non svolge attività medica né diagnostica e che il farmacista non formula diagnosi né referti”, l’associazione presieduta da Karin Saccomanno (nella foto) afferma che il chiarimento, per quanto importante, “non affronta il nodo più profondo: quando una prestazione entra nel percorso di cura, non può essere governata da regole asimmetriche senza generare squilibri nel sistema sanitario.

Per questo, Aisi sostiene la necessità di “separare nettamente il piano giudiziario da quello politico e sanitario. La sentenza indica ciò che è consentito oggi in un ambito sperimentale circoscritto. Non dice che questo assetto sia sostenibile, equo e sicuro se proiettato strutturalmente nel futuro del Servizio sanitario nazionale”. Il che verrebbe a significare che la guerra di laboratori e altre strutture sanitarie indipendenti contro la farmacie dei servizi è fatta a memoria futura e che il vero problema dei laboratori è impedire che le situazioni cambino. Che tutto resti com’è, per carità, e che a nessuno venga in mente di innescare processi di cambiamento “strutturale”, per quanto utili o addirittura necessari possano essere per migliorare l’assistenza ai pazienti.

Il Tar, argomenta Saccomanno (facendo finta di non sapere che i giudici non fanno le leggi, ma stanno lì per farle rispettare),“non ha trasformato le farmacie in strutture sanitarie e non ha equiparato il farmacista al medico o alle imprese sanitarie accreditate e/o autorizzate. Ha delimitato un ambito ristretto, legato a una sperimentazione vincolata (cosa ben nota anche prima che i laboratori presentassero il loro ricorso, NdR). Il problema nasce quando questo perimetro viene usato per legittimare un modello che, nella pratica, rischia di aggirare le regole ordinarie su cui si regge la sanità”.

Argomentazione, quest’ultima, decisamente interessante per la sua scoperta capziosità: fin qui, nessun comportamento o parola proveniente dal mondo delle farmacie autorizza a pensare che esista un rischio di questo tipo, e dunque anche solo prefigurarlo è a dir poco offensivo. La verità è che la politica della professione farmaceutica, da molti anni a questa parte, va in direzione opposta, quella di contribuire a sviluppare la sanità di prossimità, nell’interesse dei pazienti e della sostenibilità del Ssn, in piena collaborazione con tutte le figure professionali e le strutture che operano all’interno del sistema di salute pubblica. E questo nel più totale rispetto non solo delle regole, ma anche della dignità, delle specificità e dell’autonomia di ciascuno.

Aisi afferma poi di “non mettere in discussione il ruolo di prossimità delle farmacie né il valore dell’innovazione tecnologica”, ma semmai  “l’idea che si possano introdurre prestazioni che incidono sulla presa in carico del paziente senza affrontare seriamente il tema della parità normativa e regolatoria tra i diversi soggetti che operano nel Servizio sanitario nazionale”.  Un altro processo alle intenzioni di non meglio indicati coltivatori di idee.

“Ambulatori, cliniche e laboratori di analisi, operano ogni giorno sotto un regime di autorizzazione e accreditamento rigoroso, con controlli continui e requisiti strutturali, tecnologici e professionali stringenti” interviene il direttore generale Giovanni Onesti, dando quasi l’impressione di essere arrivato lì per caso senza ancora aver letto la sentenza e le argomentazioni espresse dai giudici, che sul punto si sono diffusi con molta chiarezza. Requisiti, continua Onesti, che non sono “orpelli burocratici” ma rappresentano una “garanzia di qualità e sicurezza per i cittadini. Se prestazioni analoghe vengono intercettate fuori da questo perimetro, il sistema inevitabilmente si squilibra”.

Da qui in poi, ai rappresentanti dell’associazione scivola forse la frizione, tanto da evocare  il rischio concreto di “una sanità a doppio binario, in cui alcuni operatori sono sottoposti a vincoli severi e altri no, pur insistendo sugli stessi bisogni di salute e, in parte, sulle stesse risorse pubbliche”. E a questo punto è del tutto evidente che delle considerazioni sul punto del Tar Lazio, l’Aisi se ne impippa bellamente, con licenza parlando.

Per l’associazione,  la necessità di superare il problema delle liste d’attesa e la prossimità delle farmacie non possono diventare il grimaldello “per superare i principi di appropriatezza clinica, responsabilità professionale e controllo pubblico della spesa sanitaria”. E anche qui non si può che osservare che – solo che avesse letto bene la sentenza – Aisi saprebbe che si tratta di rischi esclusi in radice dai giudici del Tar Lazio, almeno per quanto riguarda la farmacia dei servizi.

La parte più interessante è quella che, in qualche modo, sembra voler pestare acqua nel mortaio: Aisi ritiene infatti necessario “evitare letture estensive o improprie della sentenza del Tar Lazio. Il Tribunale, infatti, non ha equiparato le farmacie alle strutture sanitarie né ha riconosciuto ai farmacisti funzioni sanitarie in senso proprio”, e anche qui viene da chiedersi quale sia la ragione di cotanta esortazione e soprattutto chi siano coloro che fremono per fare “letture estese” della sentenza, magari gareggiando a chi fa le “estensioni” più grandi…

Aisi osserva quindi che “la sentenza si fonda su un perimetro ben delimitato: una sperimentazione regionale, a budget vincolato, in cui la farmacia svolge un ruolo tecnico e di supporto, mentre la diagnosi, la refertazione e la responsabilità clinica restano in capo esclusivo a medici specialisti accreditati con il Servizio sanitario nazionale”. E non v’è dubbio alcuno che così stanno le cose, per la volontà e l’accordo congiuntamente voluto da Regione e farmacie, che tutto vogliono fare fuorché sconfinare in spazi professionali non di loro competenza. La precisazione, dunque,  alla luce del fatto che quel perimetro delimitato era perfettamente configurato nella delibera della Regione Lazio, fa sorgere una domanda: ma perché allora, sic stantibus rebus, i laboratori hanno fatto ricorso?

L’Aisi risponde prontamente alla domanda affermando che “è proprio questa delimitazione, però, a rendere il precedente potenzialmente pericoloso se utilizzato come base per generalizzazioni o ampliamenti non previsti. La sentenza non legittima un modello alternativo di erogazione delle prestazioni sanitarie, né autorizza scorciatoie regolatorie o assimilazioni improprie tra soggetti sottoposti a regimi normativi profondamente diversi. Ogni tentativo di trasformare una sperimentazione circoscritta in un assetto strutturale rischierebbe di produrre effetti distorsivi sull’equilibrio del sistema, sulla programmazione sanitaria e sulla tutela uniforme dei cittadini, andando oltre quanto stabilito dai giudici amministrativi”. E qui si sconfina nel campo sempre fascinoso delle visioni cassandriane, dell’evocazione del male nascosto e pronto all’agguato in qualche piega del futuro, magari in guisa di maligni “distortori degli equilibri del sistema” con tanto di zoccoli, coda, corna e puzza di zolfo: roba che potrà anche piacere ai molti amanti del genere, ma ha poco a che fare con il principio di realtà.

Aisi ribadisce infine che una singola sentenza amministrativa (dimenticando o facendo finta di dimenticare che, ops!, la sentenza singola non è: ci sono infatti precedenti del tutto analoghi per contenuto) “non può sostituirsi a una visione politica chiara e organica. Il futuro della sanità territoriale non può essere affidato a sperimentazioni frammentate o a interpretazioni estensive di pronunce giudiziarie”.

Non fa davvero  una piega e se ne potrà finalmente parlare quando tutti – Aisi compresa – prenderanno serenamente atto che la farmacia dei servizi è un percorso sviluppatosi in anni e anni, portato avanti per gradi, con apertura al confronto, disponibilità e molta pazienza, attraverso progressivi step legislativi, non un fungo spuntato nel bosco da un giorno all’altro. Allora si potrà finalmente ragionare insieme (mettendo da parte Cicero e la sua maledetta propensione a pensare esclusivamente pro domo sua)  per costruire quello di cui il Paese e il suo sistema di salute hanno un drammatico bisogno: un’assistenza primaria e una sanità di prossimità che funzionano.

“La sanità non si governa per eccezioni né per sommatorie di progetti” conclude Saccomanno. “Serve una riforma vera, che definisca ruoli, limiti e responsabilità senza ambiguità”, invocando prestazioni che seguano le stesse regole, gli stessi controlli, le stesse garanzie per i cittadini. “Su questo Aisi continuerà a battersi, con determinazione”. E non si fa davvero fatica a crederle, vista la disinvoltura con la quale – pur in presenza di una sentenza che ha bocciato su tutta la linea il ricorso dei laboratori del Lazio, facendo a pezzi anche molte delle tesi e delle osservazioni di cui si è appena dato conto, l’indefettibile presidente dell’associazione ha ritenuto di doverle ribadire e riproporre.

La sensazione, insomma, è che per la farmacia dei servizi la strada riservi ancora molti tratti accidentati e in salita. Ma non v’è dubbio che si tratta di una bicicletta che la professione farmaceutica fortemente voluto: impensabile che rinunci a pedalare proprio adesso che la vetta è vicina…

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