Roma, 3 febbraio – La decisione di Farmacap, la società speciale che gestisce le 47 farmacie comunali di Roma Capitale, di interrompere i rapporti commerciali con il gruppo farmaceutico israeliano Teva (decisione peraltro non comunicata ufficialmente dall’azienda ma resa nota “con soddisfazione” da una nota congiunta delle rappresentanze sindacali unitarie Filcams Cgil e Usi Farmacap), ha inevitabilmente sollevato molte e contrastanti reazioni.
Da una parte c’è il plauso di chi – come le due sigle sindacali appena ricordate – sollecitava la chiusura di ogni rapporto con l’azienda israeliana, in particolare in una parte della sinistra dello schieramento politico. Richieste anche pressanti erano arrivate da esponenti del M5s, di Avs e dai Giovani Democratici, oltre che dalle realtà di sinistra radicale e il 24 gennaio era stata persino avviata una raccolta di firme da parte del comitato “Roma sa da che parte stare” per chiedere appunto a Roma Capitale l’interruzione di ogni rapporto con Israele, tramite una proposta di iniziativa popolare.
Ma la richiesta di chiudere i rapporti commerciali tra le partecipate comunali e le aziende israeliane, in solidarietà con il popolo palestinese e come forma di condanna alle azioni di Israele, era stata anche espressa fn dallo scorso settembre in una mozione presentata in Assemblea capitolina da Ferdinando Bonessio, consigliere di Europa Verde, e altri firmatari, E lo stesso Bonessio è stato tra i primi a manifestare soddisfazione per l’interruzione dei rapporti: “Si tratta di una scelta che intende manifestare in modo concreto solidarietà al popolo palestinese, ancora duramente colpito dalle barbare azioni militari israeliane” ha dichiarato il consigliere di Avs “e al tempo stesso promuovere forme di pressione economico-finanziaria”.
Per contro, sull’altro fronte dello schieramento politico e soprattutto negli ambienti vicini a Israele le condanne della decisione di Farmacap sono state di durissima condanna, ritenuta “un fatto grave, irresponsabile e profondamente inquietante, perché introduce un principio che dovrebbe restare estraneo a qualsiasi sistema sanitario degno di questo nome: l’uso dell’ideologia come criterio nella tutela della salute pubblica”, come si legge in una nota diffusa dal presidente dell’Associazione Setteottobre, Stefano Parisi. “Teva non è un governo, non è un esercito, non è un soggetto politico. È una delle principali aziende farmaceutiche al mondo, produttrice di farmaci generici essenziali utilizzati quotidianamente da milioni di pazienti, spesso fragili, spesso cronici. Trasformare un’azienda farmaceutica in un bersaglio simbolico, per compiacere pressioni politiche e sindacali apertamente ideologiche, significa piegare la sanità a logiche di militanza e propaganda, con un disprezzo preoccupante per le conseguenze concrete sulle persone”,
Per Parisi, “le farmacie comunali non possono diventare avamposti di campagne militanti che nulla hanno a che fare con la cura, la prevenzione e l’accesso equo ai medicinali. Chiediamo che la sanità pubblica venga sottratta a ogni forma di strumentalizzazione politica e che venga ristabilito un principio semplice ma essenziale: la salute non si boicotta”.
Appello che non può che essere condiviso e sottoscritto, ma che nel caso di specie avrebbe avuto più credibilità e forza se chi lo ha lanciato non avesse dimenticato di ricordare – come sarebbe stato non solo opportuno ma necessario, non foss’altro che per coerenza e amore di verità – che anche bloccare per mesi e mesi con le armi spianate le colonne di aiuti con (anche) i farmaci essenziali per i disperati di Gaza, sparando addosso a chiunque provasse ad avvicinarsi ai camion, come ampiamente testimoniato dalle agenzie internazionali, è un modo (peraltro un filo più disumano) di calpestare il principio che la salute non si strumentalizza e non si boicotta.
La verità – posto che ne esista una – è che anche una decisione come quella di Farmacap e i commenti che ne sono seguiti, alla fine, diventano un riflesso (per quanto piccolo) di come le narrazioni, che una volta erano il tessuto connettivo delle nostre comunità e davano un senso al mondo, oggi sono il veleno che lo uccide, onnipresenti strumenti di deliberato travisamento della realtà dei fatti. Travisamento che non abbisogna nemmeno di tecniche sofisticate: da anni ormai nella società contemporanea non ci si preoccupa minimamente del basso tasso di verosimiglianza di quanto si afferma, ma solo del suo tasso di propagazione e quindi della sua capacità di “presa” nel sentire collettivo.
Duole dirlo, ma non stiamo messi bene: e il problema – per quel che si vede e il poco che si può capire – è che non sembriamo nemmeno averne piena contezza.


