Roma, 9 marzo – Alla domanda (avanzata da Federfarma e Assofarm) di conoscere dati più precisi e dettagliati sulla distribuzione diretta di farmaci nelle Aziende sanitarie regionali, la Regione Emilia Romagna ha risposto con dovizia di particolari, inviando alle richiedenti associazione delle farmacie a proprietà privata e pubblica una corposa e analitica relazione, farmaco per farmaco. Dalla quale si ricava che le confezioni di farmaci di fascia A extra Pht distribuite dalle aziende sanitarie locali emiliane e romagnole nelle loro strutture sono quasi due milioni. Cifra davvero rimarchevole, che in pratica attesta che questa forma di distribuzione si mantiene sul livelli di sempre, nonostante le novità normative introdotte in materia di remunerazione delle farmacie e dichiaratamente finalizzate anche ad agevolare il passaggio di farmaci a medio alto costo dalla distribuzione per conto alla convenzionata e con buona pace delle disposizioni introdotte per trasferire alcune classi di farmaci dalla Pht alla fascia A nelle farmacie territoriali.
Campione si può dire da sempre della distribuzione diretta di farmaci nelle strutture Asl, con una certa noncuranza per i costi subiti dai cittadini (in termini di disagio, ma anche di tempo, fatica e denaro) per andarli a ritirare in sedi spesso lontane e aperte non tutti i giorni e con orari contingentati, l’Emilia Romagna resta fedele alla linea di sacrificare le sacrosante esigenze dei cittadini a quelle del proprio bilancio. Anche se, come è stato più volte evidenziato, il bersaglio grosso delle scelte regionali è in realtà la compressione della spesa farmaceutica convenzionata, che non a caso – a petto di un tetto nazionale fissato al 6,80% – nella Regione è ferma al 5,14% del Fondo sanitario nazionale (dato del monitoraggio Aifa sui primi 9 mesi del 2025), inchiodata allo stesso livello dello scorso anno, un sospiro in più (lo 0,4%) del 5,10% marcato lo scorso anno.
È del tutto evidente che il rilevante scarto tra 6,80% e 5,14% produce nella posta di spesa farmaceutica convenzionata succosi e consistenti risparmi, con i quali la Regione – atteggiandosi a Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma finendo per fare esattamente il contrario – paga una parte molto consistente della quota regionale di payback dovuto allo sfondamento della spesa diretta, senza curarsi minimamente delle difficoltà generate a presidi di salute indispensabili del territorio (in particolare le farmacie rurali delle località più piccole, marginali e disagiate), dei quali finisce per mettere cinicamente a rischio la sostenibilità economica e pregiudica le capacità di un servizio reso a comunità che spesso, di servizi sanitari, non ne hanno a portata di mano altri.
La relazione inviata dall’Emilia Romagna in risposta alle sollecitazioni di Federfarma e Assofarm – come acutamente evidenzia la newsletterF-Press della Fondazione Muralti – ha però anche il merito di dimostrare che la modalità di distribuzione “a tutta diretta” utilizzata nella Regione manifesta qualche problema nell’ingranamento dei denti del meccanismo, che (lo dicono i dati) si disallineano e scarrocciano producendo risultati disuguali da Asl ad Asl. Per fare un esempio, nel 2025 l’Asl di Modena (poco più di 700mila residenti) ha distribuito in diretta 708.045 confezioni di farmaci extra-Pht, più di un pezzo a persona. E l’Asl di Piacenza, che conta 290mila abitanti circa, sempre in un anno ha fatto passare dalla diretta 212mila pezzi, ovvero 0,7 a persona. L’Asl Romagna sempre nel 2025 (più di un milione di abitanti) ha distribuito nel canale della diretta circa 410mila confezioni di farmaci di fascia A, ovvero 0,41 a persona, mentre lo stesso tipo i distribuzione diretta dell’Asl Imola (circa 140mila residenti) ne ha erogato circa 21mila, ovvero 0,15 a persona.
Si tratta di differenze sensibili, che manifestano un chiaro problema di eccentricità nel funzionamento e andrebbero chiarite nella maniera più limpida ed esauriente possibile, non fosse altro che per una questione di rispetto nei confronti dei cittadini della Regione, trattati in tutta evidenza in modo diverso secondo la Asl di appartenenza. A cosa sono dovute, queste differenze così marcate? Forse il tanto celebrato modello emiliano-romagnolo, a guardarlo più da vicino, presenta qualche crepa dalla quale non filtra luce, ma la nebbia di possibili sperequazioni a danno di cittadini della stessa Regione?
Sono sicuramente domande che, insieme ad altre, Federfarma e Assofarm – una volta analizzata la relazione di risposta della Regione Emilia Romagna – non mancheranno di avanzare, pretendendo risposte adeguate.


