Roma, 24 marzo – Un’ulteriore conferma dell’ottima salute di cui gode la produzione farmaceutica italiana arriva dal Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi 2026, che registra performance nettamente superiori alla media della manifattura, filtrando i dati alla luce degli effetti degli eventi che hanno investito gli scambi internazionali nel 2025. Il Rapporto evidenzia una forte espansione del comparto, che lo scorso anno ha registrato un aumento delle esportazioni del +28,5%, nove volte superiore alla crescita della manifattura complessiva (+3,2%). Un risultato che deve molto alle eccellenti performance sul mercato statunitense, che ha segnato un incremento delle vendite pari al +54,1%, arrivando a rappresentare poco meno di un quarto (22,7%) dell’intero export italiano verso gli Stati Uniti.
Può apparire (e di fatto è) un dato in controtendenza rispetto alle attese conseguenze negativie della “guerra dei dazi” imposta dagli USA che – in effetti – ha penalizzato duramente la quasi totalità della manifattura italiana. Sola eccezione, appunto, il pharma, settore che invece ha registrato una crescita dell’export verso gli States (+4,5%, in valori assoluti qualcosa come oltre mezzo miliardo di esportazioni rispetto alla stagione precedente senza dazi).
Il dato complessivo dell”export (e dunque anche quello verso gli USA) va in ogni caso letto con la lente di un mercato globalizzato di cui le aziende multinazionali sono allo stesso tempo madri e figlie e rappresentano le entità che meglio si adattano ai rapidi cambiamenti imposti dalla globalizzazione: più del 95% di export e import del settore è infatti riconducibile a imprese multinazionali, a significare che la crescita – più che a un consolidamento strutturale della produzione nazionale – è legata a strategie globali e riorganizzazioni intra-gruppo.
Dal rapporto emerge però anche la faccia nera della luna, quella delle importazioni, dove si registrano numeri che prefigurano situazioni di evidente squilibrio. Il più eclatante è quello relativo gli acquisti farmaceutici dalla Cina, aumentati nel 2025 del +933,7%, passando in valori assoluti da circa 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro, con una quota salita al 13,4% del totale. Un dato-monstre, frutto di dinamiche riconducibili al riassetto delle catene globali del valore, accelerato dalle ben note turbolenze commerciali internazionali.
Ma anche un dato – ed è questo la criticità – che evidenzia una crescente condizione di dipendenza da fornitori esteri che operano in aree geo-politicamente sensibili. Il 60% delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene infatti da Paesi a rischio politico medio-alto, ed è proprio questo elemento che espone il settore farmaceutico italiano a possibili interruzioni delle forniture e a shock difficilmente prevedibili.


