Liste d’attesa, carenze organici, finanziamenti insufficienti: l’Ocse fotografa la sanità italiana

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Roma, 7 maggio – Bello ma non balla, perché i soldi in tasca non bastano. L’espressione popolare si attaglia perfettamente al nostro Servizio sanitario pubblico, o almeno alla “fotografia” che ne ha scattato l’Ocse (o Oecd, per chi preferisce l’acronimo inglese) nel suo rapporto dedicato alle condizioni e alle prospettive del nostro sistema sanitario, presentato ieri mattina al Cnel. Un ritratto dal quale emerge un Ssn che si distingue per la capacità di garantire una copertura universale e risultati di salute tra i migliori a livello internazionale, ma che continua a essere prigioniero di pesanti criticità come le liste d’attesa insostenibilmente lunghe, una spesa sanitaria pubblica pro-capite ampiamente al di sotto della media europea e un personale sanitario gravemente sotto organico, in particolare per quanto riguarda gli infermieri e i medici di medicina generale.

Le note positive: ai primi posti nella Ue per longevità e tasso di mortalità prevenibile

Una foto in bianco e nero, insomma, piena di forti contrasti. Tra i dati davvero incoraggianti, spicca su tutti quello della longevità, con un’aspettativa di vita salita nel 2024al livello record di 84,1 anni, la più alta dell’Ue insieme alla Svezia, superando di sei mesi il livello pre-pandemia. Ma non è meno significativo il dato relativo al tasso di mortalità prevenibile, il secondo più basso nell’Ue, con decessi per cause potenzialmente prevenibili pari al 9% del totale, circa un terzo al di sotto della media comunitaria. Risultati che, ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci (nella foto) nel suo intervento ai lavori, “sono frutto dell’impegno e del lavoro di tutti gli attori del mondo sanitario e sono guardati con grande ammirazione dall’estero. Questo dovrebbe forse farci sentire un po’ più fieri del Servizio sanitario nazionale italiano e fare meno polemica politica sulla salute, che è un bene di tutti”.

Il nodo (ancora aggrovigliato) delle liste d’attesa

Ma il ministro non ha potuto esimersi dal soffermarsi anche sulle dolenti note, a partire dalle liste d’attesa, che “sono un problema annoso, anche se oggi finalmente abbiamo una legge che prevede misure mirate e concrete per ridurre i tempi”.  Schillaci non ha mai fatto mistero, durante il suo mandato, di ritenere le liste d’attesa il problema maggiore della sanità pubblica nazionale e non sono davvero mancati gli scontri con le Regioni in ordine alle loro responsabilità sulla gestione delle attese per esami e visite in ospedali e ambulatori che si contano in mesi. più che in giorni o settimane.

Ma le nuove misure a sua firma contro le liste d’attesa in sanità contenute nel decreto legge 7 giugno 2024 n. 73, poi convertito in legge il 24 luglio successivo, hanno dato risultati tutt’altro che omogenei e – alla fine – non soddisfacenti. La colpa sarebbe delle solite Regioni, come ha ribadito Schillaci non più tardi di una settimana fa durante un forum organizzato dall’agenzia Ansa: “Dove la legge è applicata, il trend è positivo, c’è un aumento delle prestazioni e una riduzione dei tempi” ha detto nell’occasione il ministro, evidenziando però anche la presenza di Regioni “meno performanti” dove è cambiato poco o nulla e alle quali il ministero ha offerto la propria disponibilità “per accompagnarle nel percorso“. La situazione, insomma, nonostante i “primi miglioramenti” che secondo Schillaci sarebbero stati già prodotti dalla sua legge, è ancora molto critica, e il rapporto dell’Ocse l’ha ovviamente puntualmente registrata.

Gli altri problemi: carenza di infermieri e medici ma soprattutto finanziamenti pubblici insufficienti

Ma l’analisi dell’Ocse evidenzia anche gli altri gravissimi problemi del nostro Ssn. Uno è legato agli organici professionali: il numero di medici, ad esempio, per quanto superiore di più del 25% rispetto alla media comunitaria, paradossalmente non impedisce che si  registrino carenze sia nella medicina generale sia in specializzazioni come la medicina d’urgenza e l’anestesiologia. Ma il vero punctum dolens sono gli organici degli infermieri: nel 2023 la densità di questi professionisti era di 6,9 ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media comunitaria, pari a 8,4.

L’altro – ritenuto dalla maggioranza degli esperti di sanità pubblica la scaturigine di tutti i problemi – sono i finanziamenti pubblici largamente insufficienti: nel 2023 la spesa sanitaria italiana era pari all’8,4% del Pil, 1,6 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Ue. Inoltre, la spesa sanitaria pro-capite, dopo l’adeguamento al potere d’acquisto, ha raggiunto i 3.086 euro, circa il 19% in meno rispetto alla media Ue. Il divario è parzialmente compensato da una spesa privata superiore dell’8% rispetto alla media comunitaria, ma il fatto che per curarsi i cittadini italiani debbano mettere mano al loro portafogli in misura maggiore che negli altri Paesi Ue altro non è che l’ulteriore certificazione di una sanità pubblica ormai non più in grado di rispondere al rispetto e alla salvaguardia dei principi di universalità, eguaglianza ed equità posti a fondamento del nostro Ssn fin dalla sua istituzione. 

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